Sigillum1 ha scritto:Cari tutti, il tema non mi pare molto diffuso nella letteratura araldica e dunque, a maggior ragione, mi pare utile il confronto che, seppure fra pochi, si è qui aperto ad opera del nostro frate.
Ah, sì! Certamente è uno dei vantaggi di un forum come il nostro, quello di porre abbozzi di riflessione che non si trovano nella letteratura, in tutta libertà e non senza buoni risultati.
Il mio personale convincimento è che, per quanto possibile, la valutazione e la successiva blasonatura di un documento araldico siano precedute da un recupero degli esemplari più antichi, quelli che meglio rappresentino la sua fisionomia originaria, intesa come vicinanza anche cronologica con il momento della produzione (o se preferite dell'invenzione, o della concessione). Per far questo, che non è naturalmene possibile per tutti gli scudi, è necessario consultare fonti e stemmari antichi, come il Trivulziano (sinora utilizzato per le vostre esemplificazioni); mi è capitato spesso, recentemente, di mettere a confronto esemplari di età tardo moderna con quei "bellissimi" e sintetici scudi, e ho potuto osservare che, al di là delle implementazioni di carattere genealogico o legate a concessioni e nuove funzioni acquisite dalla famiglia, gli emblemi è le pezze originari, o sono mal rappresentati (bande che il nostro frate descriverebbe "a mò di", ad esempio) per, ritengo, scarsa conoscenza degli esecutori materiali della disciplina, o si sono arricchiti di una grande quantità di particolari (merli di varia foggia, figure ed animali rappresentati "al naturale" e dunque quasi fotografici, oggetti arzigogolatissimi e a volte, per questo, quasi irriconoscibili...). Tutto ciò è frutto, a mio avviso, nella gran parte dei casi, soltanto della scarsa conoscenza della materia araldica da parte degli esecutori, del resto alquanto nota a tutti coloro che hanno studiato decorazioni araldiche e stemmari di tarda età moderna e dei secoli più recenti (anche se naturalmente vi sono molte lodevoli eccezioni) o di libere ed “artistiche” interpretazioni, anche di gradevole aspetto, ma che nulla hanno a che fare con l’Araldica, neppure nelle intenzioni degli autori.
Non posso che concordare con la tua analisi, carissima. E' vero: più ci si allontana nel tempo dalla rappresentazione originaria di uno stemma, più si corre il rischio di trovarsi dinanzi ad aggiunte o modifiche inopportune, a errori di rappresentazione, se non addirittura a completi stravolgimenti dello stemma di partenza. Questo è vero anche nella critica textus con la quale ho il mio primo approccio nello studio esegetico-biblico. Chiaramente una lezione riportata da un manoscritto "maiuscolo" (come il Sinaiticus o il Vaticanus, del IV sec., e l'Alessandrino o il Bezae Cantabrigiensis del V sec.) sarà più autorevole di una lezione riportata dai manoscritti "minuscoli" (codices vetustissimi, sec. IX-prima metà del sec. X; codices vetusti, metà del X-metà del XIII sec.; codices recentiores, dopo la metà del XII sec., ecc...). E tra i papiri più antichi il P46 o il P66 (per quanto frammentari nel contenuto) essendo databili al 200 circa, saranno certo più attendibili di papiri del V o VI secolo... Ma un conto è parlare della ricostruzione critica di un testo "originale" (che comunque, per quanto estremamente verosimile nei suoi risultati finali, risulta sempre una ipotesi... fondatissima, validissima, ma pursempre ipotesi). Un conto è parlare del confronto tra stemmi che comunque sono figli del loro tempo, espressione dell'arte (e ad un certo punto anche della scienza) araldica che li ha generati. Potremmo anche risalire in base a confronti ed esclusioni a uno stemma "originale/originario" (cosa tanto più difficile quanto più lo stemma è stato concepito e realizzato la prima volta indietro nel tempo). Ma possiamo davvero dire che questo sia il "migliore"? Possiamo davvero considerare le aggiunte, o modifiche, o addirittura gli "errori" di rappresentazione che sono occorsi in esemplari più tardivi come scorie di cui liberarsi? O non piuttosto, trattandosi di un'arte - oltre e prima ancora che di una scienza - dobbiamo guardare ad ogni stemma, ad ogni singola riproduzione della stessa arma, come ad una opera a sé che, pur essendo chiaramente identificativa di una stessa famiglia (o altro ente) tuttavia ne è la rappresentazione grafica influenzata - giustamente! - dallo stile e dalle mode del tempo e del luogo in cui è nata, oltre che dalle capacità artistiche nonchè dallo spirito di interpretazione di chi l'ha realizzata?
Da tutto ciò ho tratto il convincimento, del resto più volte espresso in questa sede, che, quando gli araldisti dispongono di fonti quali quelle che ho descritto, di immagini o di descrizioni, di una storia documentata dello scudo, ad esse e alla loro conoscenza della lunga storia della disciplina dovrebbero fare riferimento, nella valutazione e nella blasonatura. Un cordiale saluto. Silvia
Sono d'accordo anche su questo punto nel caso in cui tu intenda dire che uno stemma comunque debba esser blasonato per come appare, e poi, in nota si aggiunga qualche precisazione circa come dovrebbe essere (?), o forse meglio - a partire da quanto stiamo cercando di comprendere insieme ora - come uno stemma dovrebbe ragionevolmente corrispondere al progetto originario del suo titolare (supponendo che ne sia stato l'ideatore). Sì, perchè il fatto fondamentale forse è questo. Se possiamo ipotizzare l'esistenza di uno stemma "migliore", questo è quello effettivamente pensato dal suo titolare. E forse potremmo esser maggiormente certi di questa corrispondenza per uno stemma creato ai nostri giorni, corredato da chiara documentazione (in primo luogo un chiaro e inequivocabile blasone). Ma più ci allontaniamo nel tempo più le cose si complicano...
Così, vorrei anche rispondere a quanto propone Franz riguardo alle piccole varianti dello stemma Sforza (il che poi è applicabile a tutti i casi simili):
Se davvero alla loro posizione si fosse attribuito una forma significativa e precisa è lecito supporre che questa venisse rispettata e reiterata in tutti i modelli.
Proprio per quanto ho sopra sollevato non sarei certo che piccoli particolari, a causa del fatto che non sono sempre riportati in tutte le versioni di una stessa arma (e non sono blasonabili), vadano bollati come semplici frutti di libertà artistica e come tali privi di significato.




