adj ha scritto:Se quel povero virgulto stento e malamente potato non fosse accollato allo scudo di un ecclesiastico, sfido chiunque a riconoscervi una croce.
Purtroppo questo mal vezzo del nuovo per il nuovo (e tanto meglio se stupisce o disorienta il povero fedele) ha invaso non solo l'araldica ecclesiastica, ma anche l'architettura (chiese che semplicemente... non sono chiese), l'abito del clero (che in molti casi si distingue da quello civile ormai solo per un più spiccato cattivo gusto) e, cosa particolarmente grave, la liturgia (omiss.)
Nessuna opera umana è perfetta, anche se vi hanno posto mente e cuore i più validi e competenti uomini del momento. Tanto meno poteva esserlo la più vasta riforma che la chiesa abbia mai conosicuto in campo liturgico, compiuta in un arco di tempo relativamente breve. Ma è della natura stessa della liturgia richiedere la disponibilità a un continuo cambiamento, perchè è vita della chiesa e deve camminare con essa. In questo senso credo siano innegabili l'intensità, la varietà e la completezza proposte dalla riforma liturgica.
Ora, nella chiesa l'araldica non può aver certo la stessa importanza vitale e lo stesso fondamentale valore che ha la liturgia (anche se i contatti tra l'araldica e gli spazi, gli usi e i paramenti liturgici sono da sempre numerosi e profondissimi, e si potrebbero scrivere su questo lunghi trattati). E tuttavia l'araldica ecclesiastica, proprio come la liturgia, deve confrontarsi con il cambiamento rapido del linguaggio, delle categorie mentali, degli usi, dei gesti, della cultura. Si tratta certo di un confronto che non è, e non deve essere, negazione delle tradizioni consolidate e dei valori acquisiti nel tempo. Questo sì, significherebbe tradimento del passato. Ma solo il dialogo con il mondo contemporaneo, nella tensione continua verso il futuro, può rendere l'araldica, anche l'araldica ecclesiastica, sempre viva e attuale. Proprio questo dialogo permette di consolidare gli usi più veri, appropriati, efficaci, come di liberarsi di ciò che è superfluo, inopportuno, superato. Ad esempio, per evitare ogni pomposità ed entrare più facilmente in dialogo culturale con il mondo contemporaneo anche sotto l'aspetto degli usi araldici, Paolo VI decise di far eliminare dagli stemmi vescovili in cui compaiono cappello e croce, la mitra e il pastorale. E papa Montini non fece altro che regolamentare un uso che ormai da tempo si imponeva nella sua necessità e nella sua limpidezza.
Credo sia importante non rifiutare dall'inizio certi tentativi - peraltro sempre isolati - di originale espressione o addirittura di innovazione nel campo dell'araldica ecclesiastica. Poi saranno il sentire comune e l'uso a dare ragione a certe intuizioni e alle relative rappresentazioni (più o meno artistiche) o a bocciarle per farle cadere inesorabilmente nell'oblio. Resta il fatto che uno stemma, anche lo stemma di un prelato (e oserei dire soprattutto lo stemma di un prelato!), è espressione di propri valori, proprie convinzioni, propria sensibilità. Per questo - a mio modesto avviso - anche alcune scelte stilistiche e simbolico-raffgurative, che potrebbero apparire stravaganti, sono sempre degne di rispetto e attenzione. Anche se non necessariamente condivisibili, e purtroppo, non sempre concretizzate in esecuzioni di felice valore artistico.