da Franz Joseph von Trotta » venerdì 3 dicembre 2004, 18:41
Ho trovato in un sito riferibile alla Lega Nord un ampio brano contenuto in G. Oneto, “L’invenzione della Padania” Foedus Editore, che tratta in modo piuttosto ampio il simbolo argomento di questo Topic.
Al di là di qualche osservazione riconducibile alle idee politiche dell'A. che, mi pare, quà e là traspare - ma ricordiamo sempre che ogn’uno ha il diritto di avere legittimamente le proprie opinioni in materia - il testo mi sembra molto utile ad un approfondimento dell’argomento anche se non condivido con l'A. una esclusione così radicale della presenza del Sole delle Alpi su manufatti e monumenti “colti”, mentre mi paiono corrette le osservazioni in riguardo all’uso non-araldico di questo simbolo.
Un saluto cordiale.
FJVT
«Da tempo è entrato nel favore popolare l’uso del cosiddetto “Sole delle Alpi” come simbolo della Comunità dei popoli padano- alpini. Graficamente il Sole è costituito da sei petali disposti all’interno di un cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell’intera costruzione.
Il segno è estremamente familiare e la sua presenza è tanto continua e quotidiana da farne forse dimenticare i molteplici significati più antichi e più profondi.
In realtà, esso è un autentico concentrato di simbologie dotate di grande forza: è infatti contemporaneamente sole, cerchio, ruota, fiore, segno religioso, e – naturalmente – sommatoria di valenze.
Il suo nome più usato ripropone il più evidente dei suoi significati: quello di segno solare.
Da sempre le rappresentazioni grafiche più diffuse sono un cerchio, un cerchio circondato da raggi, un cerchio con un punto centrale e la cosiddetta “ruota solare”, cerchio suddiviso in quattro parti (“croce celtica”), in sei, otto o più parti.
Nella tradizione celtica, il sole non rappresenta solo la luce e la brillantezza ma anche tutto ciò che è bello, piacevole e splendido. I testi gaelici indicano spesso il sole con la metafora “occhio del giorno”, in irlandese occhio si dice sul, termine bretone e padano (fonetico) che indica il sole.
È questo un legame che riporta a intriganti accostamenti con la simbologia cristiana (ma anche orientale) e nella quale il Cristo è spesso indicato come Sol justitiae o come Sol invictus.
Assai interessante è anche la coincidenza di una delle figurazioni del sole più comini e diffuse (cerchio con punto centrale) con un segno di rappresentazione femminile ( segno di sesso femminile, di fecondità, della Terra Madre) che riporta al fatto che il sole nelle lingue celtiche e germaniche (e in tutte le lingue indoeuropee antiche) sia di genere femminile.
Di derivazione solare è anche la rappresentazione della ruota, presente in tutte le simbologie più antiche. Esso si riposta al mondo del “divenire” e della creazione continua attorno a un centro immobile.
La sua forma circolare ricorda l’uroburos, simbolo dell’eterno ritorno o, in generale, dell’eternità.
Nelle dottrine magiche il cerchio ha una funzione di difesa dagli spiriti cattivi. Talune danze circolari (girotondo, rondò, ronde) possono essere considerate “cerchi danzati”, con origini apotropaiche spesso collegate con i festeggiamenti dei solstizi e con il sole.
Il legame solare della ruota è comunque evidente: nel solstizio d’estate ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai monti in un rito che ricorda la “ruota di fuoco” celtica e la sua doppia rotazione.
Alla ruota sono legati anche i diffusi simboli cristiani della “ruota della vita” e della “ruota della fortuna” (mai ferma ma sempre soggetta a mutamento), spessissimo rappresentata a sei raggi.
Legato alla ruota è il significato di rotazione che accumuna una vastissima gamma di segni antichissimi: dal triscele (triskel) alla svastica, soprattutto nella sua versione basca di Lau buru ( quattro raggi).
In questo caso la connessione con il nostro sol non è di tipo grafico ( il Sole delle Alpi non ha segni di rotazione) ma può essere ritrovata nel suo processo costruttivo che avviene mediante successive puntature del compasso sulla circonferenza che producono un doppio moto rotatorio: quello del compasso e quello della punta sulla circonferenza originaria.
In alcune culture locali, il Sol è anche chiamato “Fiore delle Alpi” o “Margherita a sei petali”per il suo aspetto che richiama rappresentazioni stilizzate di crisantemi o di fiori di loto che sono però – ancora una volta – simboli solari.
I fiori infatti simboleggiano l’energia vitale, la gioia di vivere, la fine dell’inverno.
Un corollario recente è quello che lega il Sol alla rappresentazione dei sei ceppi etno-linguistici che popolano la Padania: il Celto- italico (Piemontese, Ligure, Lombardo, Emiliano e Romagnolo), il Veneto, il Tedesco (Sudtiroler, Welschtiroler, Walzer ecc.), il Friulano, il Ladino (e Grigionese) e l’Occitano- Arpitano.
Risulta estremamente interessante considerare il tipo di uso piuttosto peculiare che ne è stato fatto e che denota una notevole costanza nel tempo e nello spazio.
Innanzitutto si deve notare che il Sol non ha mai avuto utilizzi “nobili”: esso non esiste nell’araldica nobiliare e se ne trovano tracce insignificanti su manufatti (architetture, monumenti, decorazioni, ecc.) aulici prodotti da culture dominanti.
La sua diffusione è invece incredibilmente massiccia e capillare nell’arte e nell’iconografia popolare: esso orna gli edifici modesti, decora i costumi popolari e – soprattutto – gli utensili e gli oggetti della vita quotidiana. Lo si ritrova costantemente ad esempio sugli stampi per il burro, sui mobili, sui finimenti degli animali e sugli attrezzi di lavoro con particolare rilevanza per tutti i manufatti che sono vitali per la vita della comunità.
Si può sicuramente con tutto ciò affermare che si tratta del segno più diffuso in Padania nella cultura subalterna, in quella cultura popolare contadina, montanara e artigiana che è ancora radicata e ricca che rappresenta il più forte e vitale tessuto connettivo del paese.
Anche per questo non ci può essere simbolo migliore del Sol per rappresentare un paese che ha sempre mantenuto la sua unità culturale anche sotto secolari divisioni politiche e culturali dominanti, spesso forestiere e imposte con la forza o con l’inganno.
Ora che questa terra sta faticosamente lottando per ritrovare la propria cultura più profonda, non può darsi sigillo più antico ricco e popolare di questo che significa luce, fecondità, e ritorno eterno alla propria tradizione e alle proprie radici più antiche.»
«Ich bin das Wilde, Dumpfe, das man schlug,
Das man erschlagen, weil es fremd und stumm…»
G. Kolmar