Si è già ampiamente discusso su questa questione nel nostro Forum, ma vorrei comunque esprimere una mia personalissima opinione in merito.
Ho sempre considerato l’idea di istituire un riconoscimento onorifico per coloro che hanno preso parte ad un determinato evento bellico a distanza di cinquant’anni dalla sua conclusione, un provvedimento non solo intempestivo ma anche ingiusto, in quanto inevitabilmente solo una parte dei destinatari – ossia quelli sopravvissuti al conflitto ed al mezzo secolo di tempo nel frattempo trascorso – possono materialmente riceverne i benefici.
L’Ordine di Vittorio Veneto fu istituito nel 1968, quando l’età media dei destinatari superava ormai i settant’anni e molti dei combattenti che avevano maturato i requisiti per ricevere questa distinzione non erano più in vita. Senza parlare degli oltre 600.000 caduti che la Prima Guerra Mondiale aveva causato e che non poterono rientrare – essendo già morti durante il conflitto – nel novero degli aventi diritto (l’Ordine non era concedibile “alla memoria”).
I sentimenti di orgoglio nazionale che scaturirono dalla vittoria italiana nella prima Guerra Mondiale continuarono a rimanere vivi negli anni del dopoguerra, e rimasero fortemente radicati nello spirito unitario del Paese per tutto il ventennio successivo al conflitto, anche grazie alle continue celebrazioni messe in atto dal successivo regime.
Eppure, contrariamente ad ogni logica, l’iniziativa di istituire una distinzione onorifica per i veterani della Grande Guerra non fu presa durante il ventennio fascista, in quel clima di esaltazione dei valori patriottici e di forti sentimenti unitari, ma solo cinquant’anni dopo. Fu l’Italia – stavolta sconfitta - dei reduci del Secondo Conflitto Mondiale e della guerra civile a sentire la necessità di onorare gli ex-combattenti di Vittorio Veneto. Una necessità che, in un momento di frammentazione ideologica e di ancora elevata conflittualità, scaturiva dal desiderio di ritrovare nello “spirito di Vittorio Veneto” quei valori di orgoglio patriottico e quei sentimenti di riconciliazione nazionale di cui il Paese sentiva un forte bisogno.
Nonostante il forte ritardo e la mutata situazione storico-politica, l’operazione fu comunque accolta positivamente dai decorati, che subito si attivarono in diverse migliaia (nonostante le più sopra accennate “defezioni”) per ottenere il nuovo riconoscimento.
L’insegna dell’Ordine, di cui vi allego un’immagine, si componeva di due distinte decorazioni: una croce in bronzo scuro (per coloro che avevano ricevuto, o maturato il diritto di ricevere, la Croce al Merito di Guerra) ed una medaglietta in oro (per coloro che avevano prestato servizio per almeno sei mesi nelle forze armate durante il conflitto).
Entrambe le decorazioni però si presentavano piuttosto spartane nel disegno e, nonostante l’oro della medaglietta, anche piuttosto “povere” nell’aspetto.
I “Cavalieri di Vittorio Veneto” dovettero dunque fregiarsi di una decorazione che non solo non presentava alcuna delle caratteristiche delle tipiche insegne degli ordini cavallereschi (in metalli pregiati e smalti), ma risultava se possibile ancora più “povera” della stessa Croce al Merito di Guerra.
Una delle caratteristiche peculiari dell’Ordine di Vittorio Veneto era inoltre la sua “esauribilità”, ossia il fatto che una volta completato l’iter dei conferimenti per gli aventi diritto, la distinzione non poteva venire più concessa per nuove benemerenze, esaurendo quindi il suo ciclo vitale in una ben determinata categoria di destinatari e in un limitato periodo di tempo.
Non va inoltre dimenticato che l’Ordine poteva essere conferito anche a quei militari che avevano combattuto nell’esercito austriaco e che dopo il conflitto, grazie all’annessione all’Italia di territori dell’Impero austro-ungarico, erano diventati dei cittadini italiani. Paradossalmente quindi, anche alcuni dei combattenti nemici che avevano imbracciato il fucile contro i nostri soldati, poterono ricevere questa distinzione dal nostro Paese.
Al giorno d’oggi i Cavalieri dell’Ordine ancora in vita – ultracentenari - si contano ormai tra le dita di una sola mano. L’istituzione ci appare oggi come un remoto sodalizio di fanti da trincea sacrificati e dimenticati, che finisce inevitabilmente per affiancarsi con ricordi e sentimenti sempre più sbiaditi alle altre associazioni storiche di garibaldini e di eroi risorgimentali del nostro passato.
Le Croci e le medagliette d’oro che furono orgogliosamente (e brevemente) portate sul petto da questi reduci, si possono oggi trovare in vendita per pochi Euro sulle bancarelle dei mercatini d’antiquariato e cianfrusaglie, o nelle aste online su internet, a beneficio dei nostalgici collezionisti di faleristica.
Se si domanda ad un qualsiasi giovane dei giorni nostri chi fossero i “Cavalieri di Vittorio Veneto”, sono certo che sarebbero ben pochi coloro in grado di fornire una qualsiasi risposta…
Nel cinquantesimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stata lanciata l’idea di replicare la suddetta operazione e di istituire un nuovo “Ordine del Tricolore” per i reduci che presero parte a quest’ultimo conflitto. Mi sembra ancora una volta un’iniziativa tardiva ed iniqua…
Le categorie degli ipotetici destinatari da prendere stavolta in considerazione sono assai più numerose e molto più diverse tra loro di quelle dei reduci della Grande Guerra, e questo rende il raggiungimento di un possibile accordo “politico” sulla questione molto più complesso.
Credo che difficilmente sarà possibile mettere tutti d’accordo sul fatto che vadano indistintamente riconosciuti i meriti e i sacrifici di tutte le fazioni allora in lotta e di tutti coloro che dovettero subire le sofferenze del conflitto e della guerra civile: militari delle Forze Armate Regie, militari “cobelligeranti” dell’Esercito di Liberazione, militari della Repubblica Sociale, combattenti delle formazioni partigiane (senza parlare di coloro che subirono la prigionia, che furono deportati in Germania, o che soffrirono le persecuzioni razziali). Non parliamo poi dei 330.000 militari caduti nel corso del conflitto.
Se ne parla da oltre dieci anni senza riuscire a trovare un accordo o un compromesso, e più il tempo passa meno sono i possibili destinatari di questa ipotetica distinzione che potrebbero riceverla (i più giovani che presero parte agli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale sono oggi ormai degli ultraottantenni).
Seguirò con attenzione (seppur con scarsa fiducia), l’evoluzione del dibattito ancora in corso sulla questione, ma mi auguro che facciano presto a prendere una decisione. La generazione che fu protagonista diretta degli eventi si assottiglia sempre più, e quelle nuove dei giovani che continuano ad arrivare di quei fatti ne sanno sempre meno…
Cordialmente,
Mario Volpe