A questo mi permetto di aggiungere - permettendomi pure di prolungare il contenuto di questa parentesi "esegetica" - che il termine
eudokia (benevolenza) è letto da qualche manoscritto (i codici greci L e P e le versioni siriache: sinaitica, peshitta, palestinese e altre) al nominativo: "pace sulla terra e benevolenza agli uomini", ma è al genitivo nella maggior parte dei maiuscoli greci e nelle versioni latine: "gli uomini della benevolenza" e cioè "gli uomini che Dio ama". Si tratta evidentemente di un genitivo di qualità (come ad es.: "giudice di ingiustizia" = giudice ingiusto in Lc 18,6).
Infine possiamo notare come la traduzione lat.
hominibus bonae voluntatis dell'espressione greca
en anthropois eudokias interpreti il termine
eudokia in relazione all'uomo mentre normalmente nella Bibbia greca dei LXX è in rapporto a Dio (cf Sir 15,15; Sal 51,18; 106,4; 145,16). Il riferimento sembrerebbe a tutti coloro che rientrano nel benevolo e accogliente progetto salvifico divino, che il resto del vangelo lucano mostrerà come progetto universale (ogni uomo è oggetto della benevolenza divina). Completerei dunque la giustissima osservazione circa la provenienza della pace da Dio e non dagli uomini, con la semplice constatazione che la pace (
shalom) biblica (non solo assenza di guerra come la
Pax Augustea, ma totalità di vita, pienezza e bellezza dell'esistenza vissuta in comunione con Dio) si ripercuote in rapporti giusti e pieni fra gli uomini e con se stessi. Questo anche sulla scia degli insegnamenti profetici (soprattutto di Isaia) dai quali emergeva che l'accoglienza della salvezza offerta da Dio (spesso definita nei termini di "giustizia" e "pace") diventa piena e manifesta nella creazione di rapporti giusti e nella difesa e cura dei più poveri e bisognosi: dalla giustizia donata alla giustizia condivisa, dalla pace celeste a quella terrena.
Se posso permettermi - anche per rientrare in argomento - un paragone con i termini araldici sopra discussi, direi che la "pace" (come giustizia vissuta tra uomini) non solo "accompagna" la gloria di Dio, ma si
"accosta" ad essa. C'è una "simmetria" (teologica!, oltre che un "parallelismo" letterario)... tanto per usare un'immagine mutuata dagli insegnamenti del nostro Frate.

Tanto che una lode simile - ma all'inverso - si ritrova in bocca ai discepoli durante l'entrata del Signore in Gerusalemme: "In cielo pace e gloria nelle altezze" (Lc 19,38 ). Se la moltitudine della milizia celeste proclamava la pace sulla terra, una moltitudine di discepoli terreni proclama pace in cielo. La pace da rivelazione celeste agli uomini diventa, attraverso l'accoglienza di fede del discepolo, risposta dell'uomo che si unisce, con il suo impegno di pace, alla lode angelica.
Ma lasciando da parte l'esegesi biblica per tornare alla blasonatura, vorrei chiedere al nostro Frate: la semplice, chiara e corretta descrizione sopra fornita dalla cara Reginella ("d'azzurro alla colonna d'argento accostata da due crescenti sfaccettati ed affrontati dello stesso"), potrebbe esser completata dall'indicazione dello stile (direi corinzio...) della colonna? O una simile precisazione sarebbe inutile e perciò inopportuna?