da Geusillo Limonio » domenica 25 marzo 2007, 12:23
Caro Degli Uberti,
mi ero ripromesso di tacere, ma non posso esimermi dal rispondere alle Sue parole, piene di umanità, esperienza, civiltà e moderazione, delle quali vivissimamente La ringrazio. Rimane certamente in esse un dissenso da ciò che ho scritto e dal modo in cui mi sono atteggiato nello spiacevole episodio che mi ha coinvolto: dissenso tuttavia che per la prima volta, da quando è sorto il caso, si è espresso nelle forme del confronto civile e intellettuale, come si conviene e che io apprezzo senza riserve.
Dovrò purtroppo non essere breve. L’episodio è stato spiacevolissimo e per amor proprio, se vuole, non intendevo ritornarci: come vede dagli ultimi messaggi, c’è ancora chi esige il mio silenzio, chi persino minaccia di ritirarsi dal forum, ove anch’io vi partecipi, e peggio. Devo dire subito che anch’io, obtorto collo, ho contribuito alla esasperazione del linguaggio, ma solo dopo le altrui intemperanze e dopo aver tentato civilmente (i bloggers cui ho mandato pm lo sanno) di chiarire il mio punto di vista in alcune repliche e in svariati messaggi privati. Ho ottenuto solo l’effetto contrario: in primo luogo con la chiusura del topic, poi con l’aggressione verbale di molti partecipanti, che – e questo davvero mi ha sorpreso – mai, nemmeno per un momento hanno voluto prendere in considerazione nel merito il problema che ho sollevato, replicando con attacchi personali che sono giunti agli insulti. Mi è penoso anche solo riassumere questi attacchi e dunque sorvolerò.
La decisione di chiudere il topic sarebbe stata accettabile: in fondo, come nei processi, io avevo detto la mia sul caso Danesi, che non andava a verbale, ma che restava agli atti per chi avesse voluto per conto proprio approfondire. La decisione della chiusura è avvenuta però, purtroppo, dopo un fatto molro grave, e cioè la replica stessa del Danesi.
Una replica inammissibile, in primo luogo per il contenuto: egli non ha accettato, come qualunque autore dovrebbe fare, di discutere le critiche rivoltegli, ma ha risposto con accuse diffamanti, quanto, mi duole dirlo, ridicole (sostanzialmente insinuando che io abbia tentato di “rubargli il mestiere”, mendicando udienza presso i sindaci del bresciano – nessuno dei quali mi onoro di conoscere!). In secondo luogo per la forma: usando termini di una volgarità inaccettabile (che è bene, turandosi il naso, ripetere per la cronaca: ha detto che le mie erano «masturbazioni intellettuali»). Infine per il metodo: ha protestato la sua inattaccabilità di scrittore d’araldica in quanto appassionato dilettante naïf contrapponendola astrattamente a una mia presunta boria accademica.
La chiusura del topic è stata dunque effettuata senza profferire una parole a riguardo delle sconvenientissime repliche del Danesi. Anzi, censurando solo Geusillo. Da qui il “quadrato” fatto da tutti gli interventi attorno al Danesi: quadrato pregiudiziale e irrazionale. E da qui la mia successiva controreplica, sempre più piccata e irritata.
Chiudo il caso Danesi, perché non occorre insistervi a lungo. Ammetto due mie colpe: uno, non aver considerato, il che era palese dalla prosa del Danesi, che egli non era in grado minimamente di sostenere una discussione seria. Secondo, l’averne fatto una testa di turco per aprire una discussione più ampia. Devo ammettere che l’esempio del Danesi non era probante: il livello bassissimo della sua produzione – che non è né dilettantismo, né divulgazione, ma puro flatus vocis – non era un esempio calzante di ciò che volevo dire. Esasperato dalle repliche dei bloggers alla fine mi sono visto costretto a documentare, con certa perfida ironia, questo incredibilmente basso livello attraverso un elenco di citazioni dal Danesi. Nemmeno questo è servito, perché le repliche sono state assurde: si è continuato a dire che io ero un violento distruttore del lavoro altrui, malevolo e screanzato, si è per ripicca dichiarato che d’ora innanzi il Danesi sarà sui “preferiti” del proprio computer e altre facezie. Mai un commento che avesse desolatamente preso atto che avevo un po’ di ragione nel merito e avesse cercato di capire che cosa mi sforzavo di dire: si è partiti dal presupposto infondato che io avessi un problema personale col Danesi o con Monsignor Della casa o peggio che volessi riversare su di lui le mie “frustrazioni”. E così dalla discussione araldica si è passati da Della Casa alla psicanalisi.
Dunque chiuso col Danesi come tale. Che del resto credo abbia avuto la sua nelle sedi opportune, come ogni intendente uomo e scrittore di qualunque materia deve attendersi, non come persona, ma in base alla qualità della sua produzione intellettuale.
Ora, perché l’ho usato, incautamente, come testa di turco? La risposta mi sorge da un paio di commenti tra gli ultimi che ho letto e dalle sagge Sue parole: gli autori dei commenti si protestano «non esperti» di araldica. E da questo concludono che non vogliono entrare nel merito della discussione, ma che però respingono i miei giudizi perché comunque io sono un cialtrone.
In base a che? Mi si permetta di osservare che qui si fa della morale, anzi del moralismo non dell’araldica; e in più: cosa vuol die che alcuni bloggers dello IAGI si dichiarano «non esperti di araldica»?
L’avevo spiegato personalmente ad alcuni, ma Lei l’ha fatto molto meglio di me, mettendo il dito nella piaga. Siamo tutti «dilettanti» (da qui l’inconsistenza della polemica del Danesi e di chi lo ha seguito, nel contrapporre boria scientifica a dilettantismo; esiste solo una dialettica tra lavori seri e non seri e non tra dilettantismo e scienza): «non potremmo essere altro, perché la vita è breve», disse Chaplin. E aggiungo: per fortuna. Perché è proprio la passione del dilettante che muove la scienza: i più grandi filosofi non erano professori di filosofia; Schliemann sbeffeggiò tutta la scienza archeologica dell’epoca scoprendo Troia, etc. Io, personalmente, mi professo assoluto dilettante, perché faccio un altro mestiere, non l’esperto di araldica, perché ho una formazione – come tutti – non accademica, mancando le basi accademiche della disciplina, come Lei ha opportunamente rilevato, perché ho la consapevolezza di non ritenere dogmaticamente le mie asserzioni inattaccabili. Uno dei bloggers ha scritto che, avendo ritenuto di aver identificato l’uomo mascherato Geusillo, aveva da rinfacciargli errori «madornali» che superano per gravità – una trave insomma – l’insieme delle pagliuzze del Danesi. Non stento a crederlo: chiunque scriva si espone a errori e a fraintedimenti e perciò alla critica del pubblico, perché il lavoro – soprattutto in discipline come l’araldica dove la certezza non c’è mai o quasi – è sempre così, per definizione. Chi non fa non falla. Invito dunque il blogger in questione, a segnalare pubblicamente il mio «errore madornale» (ammesso che io sia colui che l’ha fatto, il che quasi certamente è). Non solo non me ne offenderò, come fa il Danesi, che ritiene intoccabili i suoi prodotti, non solo non risponderò sul piano personale, ma gliene sarò grato: ogni critica migliora il lavoro. Ovviamente, se non sarò persuaso, lo dirò. (Quindi, blogger-detective, La prego, mi faccia sapere o faccia sapere anche pubblicamente la mia grave pecca, e poi ne discutiamo). Il lavoro, ogni lavoro serio, senza distinzioni di accademici e dilettanti, che è un comodo alibi per sottrarsi al giudizio altrui, procede sempre così: a volte è l’autore che scopre una magagna e rimette in dicussione la sua ricerca, a volte è un critico.
Dunque chi è il dilettante? È chiunque segua per passione o interesse un settore, una disciplina, un argomento, nei limiti della sua preparazione, della sua cultura, del tempo e dei mezzi che ha a disposizione per coltivarlo. Indubbiamente per quanto basic possa essere il suo approccio, chi si occupa di una certa cosa, dovrà almeno leggere qualcosa in merito, sforzarsi di aggiornarsi, formarsi un pacchetto di conoscenze di base, possibilmente più che elementari, una propria opinione sulla disciplina e i suoi cultori. Alla fine avrà delle proprie idee in proposito, si metterà in grado di giudicare e distinguere: saprà capire in linea di massima se un un certo lavoro è manchevole rispetto ad altri etc. Tutto ciò lo mette in grado di diventare un “dilettante esperto”: ovvero una persona in grado almeno di capire chi tratta la disciplina di cui si interessa con cognizione di causa e chi in forma scadente o addirittura da ciarlatano. Chi si interessa en amateur, poniamo, di equitazione, pur senza diventare allevatore di purosangue o campione olimpico, sa definire una sella, una staffa, sa cosa mangia il cavallo, sa distinguere le razze, gli attrezzi del mestiere, sarà forse abbonato a una rivista specializzata, leggerà libri e saggi sull’argomento, sarà in grado di esprimere un giudizio sensato sull’esibizione di un campione, sulle discussioni relative allo sport equestre, sulle polemiche, che so, sul palio di Siena. E’ insomma un dilettante nel vero e nobile senso della parola, e non un acefalo e acritico fruitore del mercato.
In araldica, come in ogni altro settore, vale il medesimo. Chi se ne appassiona e la segue, anche dall’esterno, non potrà dire di «non saperne nulla» (perché con la stessa opinione l’amateur sopra descritto avrebbe dei dubbi sulla differenza della razza equina da quella canina o non saprebbe montare in sella!). Avrà letto qualcosa, qualche manuale, qualche saggio, avrà visto uno stemmario, avrà osservato qualche fonte originale, un codice, una lapide, avrà visto che c’è una letteratura divulgativa e una specializzata, si sarà fatto un’opinione di ciò che l’araldica è stata ed è oggi, sarà in grado di giudicare mediamente uno scritto della materia e di percepirne lo spessore. Se gli viene esibita una definizione grossolanamente erronea, come quelle che ho riportato del Danesi, dovrebbe quanto meno mettersi sull’avviso: perché avrà pure letto e memorizzato da qualche parte cos’è una «pezza» o un «partizione». Se poi più in generale qualcuno gli pone il problema, col quale esordisce già il più famoso manuale antico della materia, che tutti hanno sentito nominare, il Menestrier, e cioè «sono i segni araldici indizi di nobiltà ed elevatezza o segni di riconoscimento?», si suppone che si sia fatta un’opinione – quantunque approssimativa in proposito – o che comunque abbia preso atto che c’è un secolare dibattito sulla questione. Se non fosse così, e se poniamo quel cultore sia lo stesso appassionato d’equitazione, vorrebbe dire che nell’altro suo settore d’interesse potrebbe non essere al corrente – protestando la sua «non-competenza» – , si fa per dire, della differenza tra mammiferi (quale appunto il cavallo) e rettili e che non ha mai sentito parlare della teoria dell’evoluzione e del dibattito che c’è tra evoluzionisti e creazionisti.
In conclusione. Perché ho usato il Danesi come testa di turco: per aprire un dibattito sullo stato attuale degli studi del settore. Un dibattito che non può non coinvolgere anche i dilettanti e i bloggers. Ho “sbottato” (in maniera arcigna, ma non offensiva come mi è stato ingiustamente rinfacciato) contro il Danesi, perché è l’esempio più a portata di mano della involuzione in atto nella pratica del settore “araldica” in Italia. Recentemente sono apparsi stemmari e manuali di qualità molto bassa: che inducono a un mortificante confronto tra ciò che si scrive da noi e all’estero. In Francia gli stemmari comunali sono di qualità mediamente pessima, nonostante la grande scuola francese di araldica; ma nell’Europa centrale e settentrionale ce ne sono di ottimi, In Italia si era cominciato a invertire la tendenza: cito solo – i primi che mi vengono in mente – gli ottimi lavori di Marco Foppoli, sulla Valtellina, l’Emilia e il Lecchese, le opere edizioni di Carlo Maspoli (svizzero, ma superbo intenditore di araldica italiana), del Caratti, la straordinaria e benemerita opera editoriale di Niccolò Orsini de Marzo, etc. etc. Abbiamo grandi maestri, come Luigi Borgia, Hannelore Zug Tucci; ottimi intenditori come il Tibaldeschi, il Barzini – cito solo i primi amici che mi vengono in mente – preparatissimi giovani, come Tiziana Barbavara, Luisa Gentile, Vieri Favini e tantissimi altri. Costoro lavorano, scrivono, pubblicano: per il pubblico araldico, composto da esperti avanzati, ma anche per dilettanti o semplici curiosi e collezionisti.
Poi improvvisamente, la marcia indietro. In pochi mesi escono stemmari comunali di standard insufficiente (Liguria e Bergamo), confezionati in modo improprio, come se l’araldica non avesse un suo livello scientifico di qualche tenore, come se ciò che è stato scritto negli ultimi non esistesse e non fose consultabile: per confrontarsi, per discutere, organizzare il proprio lavoro, prendere atto di ciò che già si è fatto; le loro bibliografie non tengono conto di niente di importante; le loro fonti sono approssimative, i commentari, devo dirlo, primitivi. Com’è possibile che chi si metta anche solo a compilare onestamente uno stemmario, sia pur senza eccelse pretese di originalità e ricerca filologica, non sia informato, non cerchi nemmeno di informarsi, non si guardi attorno, non assuma qualche modello, non si ponga il problema di una benché minima struttura e presentazione organica della materia, non si ponga il problema di come informare il pubblico dei profani, non si orienti almeno alloa grossa sulla disciplina, non assuma il benché minimo orientamento storico-critico su di essa?
Non avrei, ripeto, dovuto usare l’esempio del Danesi: perché gli scritti del Danesi si situano purtroppo al di sotto di ogni standard mediamente accettabile. E tuttavia era doveroso farlo, perché da ogni pagina del Danesi, dalla sua ridotta bibliografia, dalla mitologia che trasmette al pubblico, dalla approssimazione del suo lavori, dalla sconcertante incertezza delle sue definizioni, dalla povertà di senso critico e storico, traspare l’andazzo in corso.
Il Danesi, ripeto non è solo: il danno viene da lontano. Per esempio mi dicono che il manuale Araldica di Santi Mazzini, edito da Mondadori, un manuale costoso, sia giunto alla terza ristampa. Nel manuale c’è anche qualcosa di buono: ma mediamente – e basta vedere la sua bibliografia vecchia di un secolo – è un libro arretrato, che ha un’immagine barocca e fuorviante dell’araldica, che non è al corrente del rinnovamento della disciplina in atto da decenni. Non io, «provocatore», ha detto un blogger (dunque ogni recensore è un provocatore? La letteratura è cosa da servizi segreti?) e offensore maligno e professionale, ma uno dei più importanti araldisti d’Europa, Roger Harmignies hanno definito il libro del Santi Mazzini una «catastrofe scientifica»: non è bello per noi italiani. E i frutti ora si vedono, il Danesi, nel suo piccolo e molti altri. Ce ne sono a profusione, in libreria e sul web: un’antologia di sciocchezze. Recentemente ho visto un sito web su Piensa, dove uno sprovveduto erudito locale s’è improvvisato storico dello stemma di Pienza. Ha profuso pagine e pagine, ma senza mai andare a consultare una fonte e senza mai essersi rso conto che sull’araldica comunale senese si era scritto e molto.
E ho usato l’esempio del Danesi, per altri due motivi. Uno: il Danesi nel suo sito web mette in prima riga la sua affiliazione allo IAGI. A me è parso spiacevole vedere lo IAGI, che è istituzione seria, sbandierato da un cultore così impreparato. E ho ritenuto che dovesse dispiacere in primo luogo allo IAGI. Due: il Danesi intrattiene rapporti con le pubbliche amministrazioni, offrendo loro i suoi servigi per le sue cosidette “ricerche” araldiche e confezionando i suoi volumi. Le amministrazioni di regola non sanno niente di araldica. Ogni domanda sul loro stemma e sulle filze dei carteggi con la Consulta li mandano nel panico, per questo sono portati a fidarsi del primo venuto. Così facendo egli danneggia il lavoro di quanti, giovani e volenterosi, grafici, eruditi, storici, ricercatori, tenteranno di occupare lo spazio desolatamente vuoto dell’araldica comunale con lavori di impegno, seriamente pensati, documentati e frutto di ricerche faticose.
Si è detto che i lavori del Danesi sono solo “divulgazione” e meritano perciò indulgenza: non è vero. Proprio perché sono divulgativi non la meritano, perché chi divulga (per esperienza professionale so che è incomparabilmente più difficile scrivere un manuale per la scuola media che un saggio speciliastico) deve essere in grado di padroneggiare i “fondamentali” di ciò che divulga (e il Danesi non lo è) e dovrebbe mettere in grado il pubblico dei profani di accedere a una disciplina che non conoscono, proponendone una visione d’insieme mediamente aggiornata e consapevole dei suoi problemi e della sua evoluzione, partendo almeno da qualche lettura importante.
Credevo che ai bloggers dello IAGI questioni come queste interessassero, e mi devo essere sbagliato. Se ho importunato qualcuno, destandolo di soprassalto dalla propria fruizione passiva dell’araldica, come un innocente trastullo, me ne scuso e in primo luogo me ne rammarico con me stesso, perché ho fatto la figura del saccente noioso. Gli argomenti trattati nel forum sono tanti, talora molto interessanti: ma supponevo che si potesse allargare il dibattito – come talora ho visto fare – a molti altri aspetti, per evitare che l’araldica sia solo un innocente gioco e non una cosa viva. E vorrei dire a uno dei miei più aspri contraddittori, che respingerà ogni mia profferta: viva proprio nella misura in cui non è quello che quel contraddittore crede; viva perché è una delle forme in cui si esprime l’uomo come animale simbolico, da quando ha dipinto le grotte di Altamira e quandi decora le curve degli stadi con simboli – bene o male – araldici essi stessi, passando per infiniti stadi, dai cavalieri (un po’ romanticamente sovrastimati, alla Consulta e a tante altre cose).
Se ho approfittato incongruamente dell’ospitalità del forum, me ne scuso in Primo luogo con Lei, Signor Degli Uberti, protestando di averlo fatto con buone intenzioni e semmai trascinato dlal’irruenza del carattere, dall’amore per la disciplina, che detesto veder bistrattata (e questo bistrattamento suscita in me la tentazione a stento trattenuta di dire e operare come un barbaro devastatore), e soprattutto dal per me tuttora irritante atteggiamento dei miei contraddittori. Rispetto ai quali non ritiro una sola parola, perché mi sono apparsi pregiudizialmente ostili nei miei confronti.
Geusillo Limonio non si è trincerato ad arte sotto uno pseudonimo, per massacrare qualcuno. Lo ha fatto vedendo che nel sito tutti usano pseudonimi, come si suol fare nei blog e come era richiesto all’atto dell’accredito. Geusillo Limonio è solo un dilettante come tutti noi, e si ritiene semmai un “dilettante esperto”, forse a torto, ma solo guardando con certa apprensione alla sua età anagrafica. Non vuol dare lezioni a nessuno, semmai è disposto a prenderne. Vorrebbe solo che ciascuno di prendesse la responsabilità di ciò che fa e dice e scrive, che sia un idraulico o scriva saggi di araldica, e sia disposto a discuterne col pubblico che se ne occupa a qualunque livello, in forma civile e matura, come Lei ha fatto (e come ha fatto “von Trotta”, a seguire; ahimè l’unico del blog) e come vorrei che tutti facessero. Il primo requisito per farlo è leggere, documentarsi, capire e pensare: i bloggers dello IAGI non hanno ritenuto di doverlo fare, e questo è motivo per me di grave pena.
Devotissimo Suo
Alessandro Savorelli