Riprendo questo topic per aggiungere qualcosina che ho trovato in argomento, carissimi miei maestri:
l'unicorno, o liocorno, era una delle imprese favorite degli Este che lo hanno utilizzato in vari modi e a più riprese.
Originariamente questo chimerico animale era simbolo di ferocia e terrore (vedi Ctesia di Cnido, V secolo a.C.) essendogli attribuite tra l'altro la capacità di emettere un urlo spaventevole e la prerogativa di non poter esser mai catturato.
In questa veste non tanto tranquillizzante

era rappresentato all'interno della cattedrale di Ferarra, in una delle lastre marmoree che ne decoravano il pergamo (ora è al Museo della stessa): poggiato su un nastro che sovrasta l'albero della Vita nel giardino dell'Eden, e che porta scritto "UNICORNIS ISTE INSEQUITUR ANIMAS HOMINUM", questo unicorno insegue le anime degli uomini.
Lentamente però il mostro spaventoso trascolorò, a comodo degli uomini, in un mitico simbolo di facoltà positive: il suo corno immerso in un liquido lo rendeva salubre, da qui forse partirono San Gregorio Magno (540-604) e San Isidoro per trasformare integralmente gli attributi di particolare ferocia che fino a quel punto il nostro liocorno richiamava.
Da loro in poi (circa VI secolo), il "mostro" venne effigiato in attitudine tranquilla, sdraiato ai piedi di una fanciulla che gli ravviava la criniera...ma come arrivarono gli Este all'impresa del liocorno???
Sembra fosse stato per merito di Alberto Azzo d'Este che nel 944 era alla corte dell'Imperatore di Sassonia:
messosi in mostra per il suo valore nelle armi e nelle giostre si ritrovò premiato da questi con una moglie (la figliola dell'imperatore, Alda) un castello (quello di Friburgo, dato in dote alla sposa) ed una insegna nuova: il liocorno d'oro si fondo azzurro, spiegata la quale vinse in un torneo Haraldo, re di Dacia.
Questa insegna venne poi tolta agli Este da Enrico IV (offeso dal loro appoggio al papa ed alla contessa di Canossa), ma Bertoldo d'Este ci fece poco caso e la sostituì senza por tempo in mezzo con quella del liocorno d'argento in campo rosso, dichiarazion d'amore per il soglio di Pietro (grazie al quale avevano Ferrara).
In seguito gli estensi rimasero sempre legati a questo particolare animale araldico, tanto che molti di loro lo assunsero come imprese personali (uno per tutti Borso, 1413-1471, il primo duca di Modena e Reggio) anche perchè bene si accordava con uno dei loro reali meriti, l'aver fatto bonificare le paludi tra Rovigo ed il Polesine.
Per finire la capriola blasonesca, troveremo infatti il liocorno nella magnifica Bibbia di Borso d'Este (visibile a Modena, presso la Biblioteca Estense) spesso accompagnato ad un'altra impresa di casa d'Este, quella dello
steccato o
paraduro:
era questo un sistema di controllo delle acque, e il liocorno era rappresentato nell'atto di immergere il suo magico corno nella stagnante palude tenuta a bada dal manufatto - una metafora lampante per dire che si sanificava quello stagno mefitico che aveva reso quasi impossibile vivere in quelle lande desolate, grazie ai potenti mezzi degli Este.
Ma troveremo ancora il liocorno un poco più avanti, ed in veste molto meno "medicinale":
Alfonso d'Este (1476-1534), vedovo di Lucrezia Borgia, si farà ritrarre dal Bonvicino in un quadro dove la sua amante è raffigurata nelle vesti di S.Giustina di Antiochia.
Laura Dianti in mezzo con la palma del martirio

in mano, il Duca alla sua sinistra e il mitico liocorno estense, tranquillamente accucciato ai piedi della bella.
Tutto questo (ed altro

) l'ho trovato in Virgilio Ferrari, "L'Araldica estense", Belriguardo 1989 - Ferrara.