da Mario Volpe » venerdì 29 settembre 2006, 12:12
Ho letto con molto interesse gli interventi del Dr. Novello, del Signor Cravarezza e del forumista Antesterione sulla questione dibattuta in questo topic.
Concordo con molte delle osservazioni formulate, ma, visto che la materia mi coinvolge non solo per un interesse di tipo “sociale” ma anche per ragioni professionali, consentitemi di esprimere a mia volta alcune osservazioni personali.
Il regime autorizzativo introdotto dalla legge 178/51, a mio parere, aveva – ed ha ancora – due scopi principali:
1) tutelare le istituzioni premiali italiane, ed in particolare l’O.M.R.I., che la stessa legge aveva appena istituito e che iniziava allora il suo difficile precorso per l’acquisizione del giusto prestigio nazionale e per la conquista del necessario favore popolare.
2) porre un limite all’indiscriminato proliferare di istituzioni e associazioni pseudo-cavalleresche che fin dalla proclamazione della Repubblica avevano iniziato ad operare nel nostro Paese;
Premesso che l’uso illegittimo o più semplicemente “scorretto” delle decorazioni è un comportamento che viene controllato e punito in quasi ogni Paese del mondo, va rilevato che in Italia, per una serie di ragioni storiche, politiche e istituzionali che caratterizzano il nostro Paese, la questione risulta forse più complicata che in altre realtà nazionali.
In Italia infatti, non solo si è verificato un radicale cambiamento istituzionale nel passaggio da un regime monarchico ad uno repubblicano, che ha determinato la necessità di una generale riorganizzazione del sistema premiale nazionale e del suo uso (vicende analoghe hanno comunque interessato, sia pure con modalità ed effetti diversi tra loro, anche altri Paesi come la Germania, l’Austria, la Grecia o il Portogallo).
Ma nel nostro Paese, forse più che in altri, a causa del perpetuarsi nel corso dei secoli dell’attività e del prestigio di svariate istituzioni cavalleresche storiche tradizionali (Malta, S. Sepolcro, Costantiniano), ha continuato a permanere in un’ampia fascia dei cosiddetti “ceti medio-alti” un certo interesse ed un certo rispetto per la connotazione storico-cavalleresca.
Nel nostro Paese insomma, alla spasmodica conquista dei moderni “bisogni materiali” che caratterizzano ormai la nostra vita sociale a partire dall’ultimo dopoguerra (sicurezza economica, posizione sociale, acquisizione dei necessari beni mobili ed immobili), continua ad affiancarsi nella suggestione collettiva anche il desiderio di appartenenza ad una “categoria sociale esclusiva”. Un bisogno che può concrettizzarsi solo attraverso l’acquisizione di un titolo, sia esso nobiliare o cavalleresco, che possa aprire alle proprie ambizioni e aspirazioni le porte di questi aristocratici circoli esclusivi.
Il problema, come rilevato da altri forumisti, è che questa attività di “scalata al titolo”, non è sempre accompagnata da una sufficiente preparazione e consapevolezza (a parte naturalmente coloro che lo fanno intenzionalmente).
La logica conseguenza è che molti, nell’illusione di conquistare l’agognato titolo, accettano investiture da parte di millantatori e fanta-principici (che sfruttano proprio l’impreparazione e l’ignoranza dei cittadini), per ritrovarsi poi con in mano solo un “pugno di mosche”.
La questione dell’appoggio assicurato, inconsapevolmente o meno, da molti prelati a queste associazioni pseudo-cavalleresche, tramite la concessione di strutture ecclesiastiche per l’officio delle loro “cerimonie”, è stato già dibattuto in questo stesso forum. Esso, ovviamente, riguarda l’amministrazione interna della Santa Sede che dovrebbe istruire meglio i propri sacerdoti, per evitare che la “cornice” offerta dalla Chiesa a queste organizzazioni, finisca per aumentarne la credibilità.
Anche l’inefficacia degli strumenti legislativi italiani in questa materia è stata più volte rilevata e dibattuta. Ma forse, anche in questo caso, quello che gioca un ruolo determinante è ancora una volta l’ignoranza e l’impreparazione.
Sono infatti convinto, e lo dico per esperienza professionale, che coloro che sono a conoscenza delle normative in vigore in questo particolare settore sono soltanto la punta di un iceberg.
Per darvi un’idea, il nostro Ufficio al MAE ha emesso nel corso del 2005 soltanto 170 autorizzazioni a fregiarsi in favore di cittadini italiani che hanno presentato istanza per onorificenze di Stati esteri (97) o di ordini cavallereschi non nazionali (73).
Non sono in grado di quantificare esattamente quante siano state nel corso dello stesso anno le istanze che l’Ufficio ha invece respinto al mittente, essendo riferite ad onorificenze non autorizzabili. Ma posso assicurarvi che queste ultime sono state non più di una cinquantina.
In un Paese come l’Italia, con oltre cinquanta milioni di abitanti ed una forte proiezione internazionale in tutti i campi di attività, credo che i cittadini che siano interessati annualmente dal conferimento di un’onorificenza (sia essa straniera che non nazionale, o magari fasulla) siano molti di più. Semplicemente però, molti di questi non sanno che esiste una legge che prevede la necessità di ottenere un’autorizzazione per il loro uso, oppure lo sanno ma se ne infischiano (o perché non hanno alcun interesse per la decorazione ricevuta, che getteranno in un cassetto per non utilizzare mai, o perché, consapevolmente, decidono di infrangere le leggi in vigore per la realizzazione dei propri fini).
Anche sul problema dei rappresentanti delle nostre forze dell’ordine, molti dei quali accettano investiture di ordini “fasulli” invece di perseguirne le illecite attività, si è già parlato in altri topics. E anche in questo caso credo che l’impreparazione o l'inconsapevolezza degli interessati giochi un ruolo determinante.
La validità e l’attualità del regime autorizzativo in vigore nel nostro Paese è certamente un argomento suscettibile di diverse interpretazioni, ed essendo personalmente preposto alla sua applicazione, non posso che sostenere che finché questa disposizione resterà in vigore tutte le Amministrazioni interessate dovranno attivarsi per farla rispettare (Ministeri, Questure, Tribunali).
A livello personale però, non credo che la sua soppressione risolverebbe il problema. Liberalizzare il settore significherebbe dare mano libera, ancora di più di quanto non avviene oggi, alle illecite attività dei millantatori.
Neanche la limitazione di questo regime ai soli impiegati pubblici e ai militari mi sembra equilibrata. Non vedo perché il normale cittadino possa impunemente “rubare una mela” o far scadere l’assicurazione della propria auto, mentre un militare o un dipendente pubblico non possa farlo, solo perché egli rappresenta lo Stato.
La legge, secondo me, dovrebbe sempre essere uguale per tutti.
Cordialmente,
Mario Volpe
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Mario Volpe il mercoledì 11 ottobre 2006, 13:59, modificato 1 volta in totale.
Si Deus nobiscum quis contra nos
(motto dell'Ordine di Filippo il Magnanimo - Assia-Darmstadt)