Gentili frequentatori del Forum,
assodato che don Calogero Sedara è la trasposizione letteraria dell’on.le Vincenzo Favara, vorrei cercare di capire, insieme a Voi, chi era quest’individuo che Tomasi di Lampedusa dipinse come un arrivista, un arrampicatore sociale, figura dell’uomo nuovo come dev’essere; è peccato però che debba essere così, per usare le parole di don Ciccio Tumeo.
Nella mia fonte di ricerca preferita, internet, ho trovato un articolo molto interessante sull’impresa dei Mille, eccone uno stralcio:
…Venerdì, 11 maggio del 1860, l’eroe dei Due Mondi sbarca a Marsala protetto dalle navi inglesi che impediscono con la forza alle fregate borboniche di intervenire per contrastare l’aggressione. Posto piede sul territorio di Sicilia, Garibaldi lancia il famoso proclama, invitando i Siciliani a impugnare le armi! Ma i Marsalesi, restarono indifferenti… Lo stesso Garibaldi in un dispaccio inviato a Torino scrive: “Gli abitanti restano indifferenti.” Invece i cronisti piemontesi parlarono subito di un entusiasmo plebiscitario… Deluso dall’indifferenza della popolazione, Garibaldi inviò Giuseppe La Masa a contattare la gente di “rispetto”. Furono sentiti gli industriali Ignazio Florio e don Vincenzo Favara di Mazara (banchiere di tutto rispetto), i quali offrirono all’Eroe 100.000 lire d’oro, mentre Stefano Triolo, barone di S. Anna, mise insieme una banda di mafiosi forte di 350 armati. I famosi “picciotti” erano tutti “famigli”, servi, mezzadri, fattori, campieri di nobili e borgesi arricchiti, quasi tutti in odore di mafia, i quali accorsero a fianco dei garibaldini più per ordine dei padroni che per un vero sentimento di partecipazione alla rivoluzione. (Ferdinando Mainenti, Beneventano del Bosco, Agorà XI – XII, a. III-IV, Ott. Dic. 2002/ Gen.-Mar.2003 –
http://www.editorialeagora.it) .
Come non notare la corrispondenza con le notizie riferite da don Ciccio Tumeo:
…La verità, Eccellenza, è che don Calogero è molto ricco, e molto influente anche; che è avaro…ma che quando occorre sa spendere; e poiché ogni ‘tarì’ speso nel mondo finisce in tasca a qualcheduno è successo che molta gente ora dipende da lui; e poi quando è amico, è amico, bisogna dirlo; la sua terra la dà a quattro terraggi e i contadini debbono crepare per pagarlo, ma un mese fa ha prestato cinquanta onze a Pasquale Tripepi che lo aveva aiutato nel periodo dello sbarco; e senza interessi, il che è il più grande miracolo che si sia visto da quando Santa Rosalia fece cessare la peste a Palermo. Intelligente come un diavolo, del resto: Vostra Eccellenza avrebbe dovuto vederlo nella primavera scorsa: andava avanti e indietro in tutto il territorio come un pipistrello, in carrozzino, sul mulo, a piedi, pioggia o sereno che fosse; e dove era passato si formavano circoli segreti, si preparava la strada per quelli che dovevano venire…E ancora non vediamo che il principio della sua carriera! Fra qualche mese sarà deputato a Torino, e fra qualche anno, quando saranno posti in vendita i beni ecclesiastici, pagando quattro soldi…diventerà il più grande proprietario della provincia.
Riguardo, poi, alla discussa nobiltà della stirpe di Vincenzo Favara, proprio un suo discendente diretto, il pronipote Fulco Santostefano della Verdura, afferma trattarsi di una di quelle famiglie di nuovi ricchi che, fattesi strada nel corso dell’800 si erano imparentate con l’aristocrazia o avevano comprato titoli nobiliari:
El personaje de Angelica posee ciertos rasgos en común con Maria Favara, la esposa de Corrado, según el retrato que de ella realizó su nieto Fulco Santostefano della Verdura (Estati felici, Un infanzia in Sicilia, Feltrinelli, Milan 1977, cit. A.Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo 1987, 268-9), donde afirma que había sido una mujer hermosísima y muy culta: hablaba francés, inglés y alemán; era aficionada al arte, la literatura y la música. Procedía de una de las familias de nuevos ricos que habían surgido a lo largo del XIX, que habían emparentado con la aristocracia o habían comprado títulos (Ana del Rìo Fernàndez, La configuraciòn del espacio en la obra de Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Memoria para optar al grado de doctor, Universidad Complutense de Madrid – Facultad de Filologìa, Madrid 2002, p 112)
Pertanto, da quanto detto finora, si deduce che l’on.le Favara era un agiato “banchiere”, già prima dello sbarco dei Mille; contribuì, da vero“padre della patria”, con ingenti mezzi economici e sfruttando le sue “amicizie” più o meno “rispettabili”, alla riuscita dell’impresa; negli anni successivi, trasse grandi vantaggi economici, politici e sociali da questa sua partecipazione attiva alla realizzazione dell’unità d’Italia; accumulò una grande ricchezza, fu deputato al Parlamento, probabilmente nella corrente liberale; s’imparentò con l’aristocrazia dell’Isola e, dulcis in fundo, riuscì, grazie a un gioco di omonimie, a “dimostrare” la sua discendenza dalla nobile famiglia Favara di Salemi, baroni di Godrano e a ottenere il riconoscimento del relativo stemma; convinto, forse, che con il passare del tempo, nessuno più avrebbe rammentato le sue umili origini e come, furbescamente e scaltramente, si era fatto strada nella vita. Per fortuna non è andata così! In questo, l’on.le Vincenzo Favara è stato meno fortunato di tanti altri che, come lui, ancora oggi, trovano ingiustamente posto nei libri d’oro e i cui discendenti raggiungono i massimi gradi di ordini cavallereschi per i quali, teoricamente, sarebbero richiesti i quattro quarti di nobiltà!
Ecco perchè, in conclusione, mi meraviglia un pò che un personaggio come il Nostro, che nel bene o nel male, è stato uno degli artefici dell’unità d’Italia, sia stato totalmente dimenticato dalla propaganda filo-piemontese; dopo tutto, prendendo spunto dalle parole di don Ciccio Tumeo, l’on.le Vincenzo Favara non era peggiore di tanta altra gente venuta su in quegl’anni!
Grazie per l'attenzione. Cordialmente.
Pasquale M. M. Onorati