I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Per discutere sulla storia di famiglia e sulla genealogia / Discussions on family history and genealogy

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I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » domenica 26 marzo 2006, 16:57

Cari frequentatori del Forum,
grazie al bel sito http://www.sardimpex.com penso di aver scoperto a chi si fosse ispirato il Tomasi di Lampedusa nel descrivere Don Calogero Sedara, il losco e buffo personaggio de "Il Gattopardo" che, da buon arrampicatore sociale, riesce a trarre un grande vantaggio personale dall'invasione dei garibaldini nella Sicilia del 1860, al punto da accumulare, chissà come, una grande ricchezza, combinare il matrimonio della bellissima, ma plebea, figlia Angelica con il Nobilissimo, ma squattrinato Tancredi Falconeri, e riuscire, addirittura, a occultare le sue umili origini dietro il ridicolo e sicuramente fasullo titolo di barone del Biscotto. Questo "padre della patria" dovrebbe essere, in realtà, Vincenzo Favara, originario di Partanna (Trapani), deputato al Parlamento e padre di Maria, sposa di Don Corrado Valguarnera, principe di Niscemi, poi Senatore del Regno.
Il Crollalanza riferisce che i Favara di Salemi erano un'antica e distinta famiglia siciliana, fregiata del titolo baronale di Godrano, del quale feudo fu investito nel 1681 Antonino Favara.
Se la mia ricostruzione non fosse sbagliata sorgerebbe legittimo il dubbio di trovarsi davanti all'ennesimo caso di genealogia fasulla. Cosa ne pensate?

Pasquale Mauro Maria Onorati
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Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » domenica 26 marzo 2006, 17:07

Sempre sui Favara di Salemi, nel sito http://www.famiglia-nobile.com, ricco d'informazioni sulle famiglie nobili siciliane, ho trovato che "il d'Amico nel suo Dizionario Topografico di Sicilia ci dà notizia di un Antonio Favara ch ebbe la baronia di Godrano nel 1681. Rammenta poscia una Teresa Favara contessa di Sinopoli, che nel 1757 fiorì unitamente al marito alla corte di Carlo II re di Napoli. Sono poi a ricordarsi: un fra' Bernardo, che nel XVII secolo, secondo quanto scrive il Pirri, si rese illustre per le sue dottrine e per virtù; una Maria che legò una parte delle sue ricchezze in beneficio delle donzelle orfane di Salemi, come attesta il Passalaqua; Simone ed Onofrio, che dedicatisi a severi studi di agricoltura, si segnalarono per i vantaggi da loro apportati alle industrie agricole e commerciali: un Vincenzo deputato al parlamento nel 1874, e padre di Maria duchessa dall'Arinella; un Vito commendatore dell'ordine Mauriziano, ed ottenne con decreto ministeriale de' 3 aprile 1874 riconoscimento del suo stemma gentilizio che è: di azzurro a due leoni d'oro affrontati al tronco di un pino al naturale, sradicato e sostenuto dalle radici di esso pino, questo sormontato da due stelle di sei raggi di argento ordinate in fascia nel capo.
Elmo di acciaio liscio, chiuso, posto in pieno profilo verso destra, ornato di cercine e svolazzi d'oro, d'argento e d'azzurro".
Ultima modifica di Pasquale M. M. Onorati il lunedì 24 agosto 2009, 16:17, modificato 1 volta in totale.
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Messaggioda FP » lunedì 27 marzo 2006, 21:25

Cari amici,
sono davvero contento che parliate del romanzo che più mi ha affascinato durante la mia adolescenza da "liceale curioso" :D !
Se ben ricordo la madre di Angelica era la "famigerata" ed "evanescente" Donna Bastiana, figlia di "Peppe mmerda" (non me ne vogliate...ma Tomasi di Lampedusa ha scritto testualmente l'espressione da me riportata...), che morì in maniera abbastanza pedestre...Non credo che la famiglia Sedara "del Biscotto" fosse così "distinta letterariamente" come lo fu la nobile famiglia dei Favara di Salemi nella realtà!! :shock:

Secondo me resterà solo un'ipotesi quella del Sig. Onorati... :wink:
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Messaggioda ilvicerè » martedì 28 marzo 2006, 9:05

Di recente, ho scoperto ,leggendone la biografia , che Fulco Santostefano della Cerda Duca di Verdura, famoso gioielliere di Chanel,era nipote di Maria Favara di cui fa una descrizione ,da devoto nipote, di gran nobildonna,pur serbandosi il diritto di non dire nulla circa la sua discendenza...Infatti la madre del duca Fulco era Carolina Valguarnera di Niscemi , figlia del p.pe Corrado (il nostro Tancredi)... :D
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Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » giovedì 30 marzo 2006, 13:13

Gentili frequentatori del Forum,
innanzitutto grazie per aver contribuito numerosi alla discussione da me iniziata.
Ritengo che la mia ipotesi sia tutt’altro che infondata per il carattere marcatamente autobiografico del romanzo “Il Gattopardo”; infatti, mi permetto di far notare che:
1) mettendo a confronto la storia e la genealogia della famiglia Tomasi di Lampedusa (consultabile sul bellissimo sito http://www.sardimpex.com) con la trama del Romanzo, emerge che i nomi di battesimo e i destini dei personaggi della famiglia Corbera di Salina, corrispondono quasi sempre a quelli dei familiari del Principe Don Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, bisavo dell’Autore;
2) è ben noto che il suddetto Autore possedeva vaste proprietà nella zona di Palma di Montechiaro (AG) e che vi ambientò gran parte delle vicende del Romanzo, appena mascherandone il nome in Donnafugata. La città di Palma fu fondata il 3 maggio 1637 nella baronia di Montechiaro, dal Barone Carlo Tomasi, poi nominato Duca di Palma, e dal fratello gemello Giulio, che pochi anni dopo gli sarebbe subentrato nel titolo. L'effettivo artefice della fondazione fu però un potente zio dei gemelli, Mario Tomasi de Caro, Capitano del Sant'Uffizio di Sicilia, e governatore di Licata, città da cui provenivano anche Carlo e Giulio Tomasi. Anch’egli, insieme a suo cugino sacerdote Carlo de Caro, era presente alla posa della prima pietra della Chiesa della Vergine del Rosario;
3) il convento del SS. Salvatore, di cui si parla nel libro, altro non è che il monastero di clausura del SS. Rosario di Palma, fondato nel 1661 da Donna Rosalia Traina, moglie del Duca Giulio (dal canto suo detto il Duca Santo), e da quattro delle sue figlie. Per il Monastero, il Duca Giulio donò addirittura il suo palazzo non ancora terminato. Una delle sorelle, La Venerabile Suor Maria Crocifissa divenne una famosa mistica. Dei due figli maschi il maggiore, Giuseppe Maria, entrò nell’Ordine Teatino e nel 1712 fu creato cardinale; morto in fama di santità, fu canonizzato nel 1986 dal Servo di Dio S.S.Giovanni Paolo II.
4) Tancredi Falconeri altri non era che Don Corrado Valguarnera (notare l’assonanza tra i due cognomi), 7° Principe di Niscemi, 2° Principe di Castelnuovo e 7° Duca dell’Arenella dal 1879, Senatore del Regno d’Italia, Gran Croce della Corona d’Italia, l’unico nobile palermitano a partecipare all’impresa dei Mille.
Pertanto, credo che il Tomasi, volendo ricostruire parte delle vicende storiche della sua illustre famiglia, abbia mascherato, dietro il personaggio di Don Calogero Sedara, il nome dell’On.le Vincenzo Favara da Partanna (anche qui da notare l’assonanza tra i due cognomi). Non posso pensare che, tra i tanti personaggi “storici” che popolano questo capolavoro della letteratura italiana, proprio una delle figure cardine dell’Opera sia stato inventato di sana pianta.
Riguardo, poi, all’antica nobiltà della famiglia Favara di Salemi, nulla da ridire, ma non sono certo che da essa discendesse il Nostro Onorevole, che forse sfruttò un mero caso di omonimia tra cognomi per occultare delle origini umili che mal si confacevano alla sua nuova condizione di ricco proprietario terriero e politico di spicco, nonché suocero del Principe di Niscemi e Castelnuovo.
Ulteriori indizi del fatto che la fortuna di Vincenzo Favara da Partanna e della sua famiglia sia successiva al 1860, sono le seguenti notizie, trovate sempre su internet: Partanna, centro molto attivo, partecipò agli eventi storici più importanti soprattutto del periodo risorgimentale e postunitario e non mancarono suoi cittadini illustri come Vincenzo Favara che fu deputato al Parlamento Italiano.
Edifici e monumenti rilevanti sono il Palazzo Favara, ex ospedale da campo del XIX secolo… e la Villa Lentini che, acquisita dopo il terremoto del 1968 al patrimonio comunale, recentemente è stata ristrutturata e aperta al pubblico. La Villa, ideata e costruita da don Vito Favara probabilmente in epoca successiva all'Unità d'Italia e acquistata nei primi del '900 da Mario Lentini, da cui prese il nome, presentava un fabbricato e un piccolo zoo voluto dal suo proprietario.
Non penso ci sia altro da aggiungere, tranne che la moglie dell’On.le Favara si chiamava Caterina Cammineci e forse a lei si ispirò Tomasi per il personaggio di Donna Bastiana, la figlia di Peppe mmerda.
Grazie per l’attenzione.

Pasquale Mauro Maria Onorati

PS Qualcuno è in grado di darmi qualche altra notizia sull’Onorevole Favara o sulla sua famiglia?
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Messaggioda Cottoneum » giovedì 30 marzo 2006, 14:13

Sembra quasi di rivivere la Questione Omerica... :D


Non vi sentite tornati tra i banchi di scuola con questa Questione Gattopardesca? :wink:
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Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » giovedì 30 marzo 2006, 14:22

Nel corso dell'inaugurazione del Parco letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa (29/10/200), il direttore scientifico del parco Gioacchino Lanza Tomasi ha presentato la lettera che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha scritto prima di partire per Roma (per sottoporsi ad una cura di cobaltoterapia) al suo amico Barone Enrico Merlo di Tagliavia; l'ho trovata su internet ( http://www.gattopardobelice.it/index1.htm) e ve la propongo in versione integrale.

Pasquale M. M. Onorati

PS Occhio alla parte sottolineata.

N.H.
Il barone Enrico Merlo di Tagliavia
S.M.

30 maggio 1957

Caro Enrico,
nella busta di pelle troverai il dattiloscritto del "Gattopardo".
Ti prego di averne cura perché è la sola copia che io possegga.
Ti prego anche di leggerlo con cura perché ogni parola è stata pesata e molte cose non sono dette chiaramente ma solo accennate.
Mi sembra che presenti un certo interesse perché mostra un nobile siciliano in un momento di crisi (che non è detto sia soltanto quella del 1860), come egli vi reagisca e come vada accentuandosi il decadimento della famiglia sino al quasi totale disfacimento; tutto questo però visto dal di dentro, con una certa compartecipazione dell'autore e senza nessun astio, come si trova invece nei "Vicerè".
E' superfluo dirti che il "principe di Salina" è il principe di Lampedusa, Giulio Fabrizio mio bisnonno; ogni cosa è reale: la statura, la matematica, la falsa violenza, lo scetticismo, la moglie, la madre tedesca, il rifiuto di essere senatore. Padre Pirrone è anche lui autentico anche nel nome. Credo aver fatto tutti e due più intelligenti di quel che veramente fossero.
Tancredi è fisicamente e come maniere, Giò; moralmente una mistura del senatore Scalea e di Pietro, suo figlio. Angelica non so chi sia, ma ricorda che Sedàra, come nome, rassomiglia molto a "Favara".Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita.
Tengo molto agli ultimi due capitoli: La morte di don Fabrizio che è sempre stato solo benché avesse moglie e sette figli; la questione delle reliquie che mette il suggello su tutto è assolutamente autentica e vista da me stesso.
La Sicilia è quella che è; del 1860, di prima e di sempre.
Credo che il tutto non sia privo di una sua malinconia poeticità.
Io parto oggi; non so quando ritornerò; se vorrai scrivermi potrai indirizzare:
Presso signora Biancheri
Via S. Martino della Battaglia 2
Roma

Con tanti cari saluti
Tuo
Giuseppe

(sul retro della busta)

Fai attenzione: il cane Bendicò è un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del romanzo.
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Messaggioda misthia » giovedì 30 marzo 2006, 14:29

Gentile Onorati,

conoscevo anch'io quella lettera, e in effetti mi sembrava di ricordarne il riferimento al nome Favara...

Col che penso che la questione sia conclusa nel senso da lei indicato inizialmente.
misthia
 

Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » lunedì 3 aprile 2006, 15:41

Gentili frequentatori del Forum,
assodato che don Calogero Sedara è la trasposizione letteraria dell’on.le Vincenzo Favara, vorrei cercare di capire, insieme a Voi, chi era quest’individuo che Tomasi di Lampedusa dipinse come un arrivista, un arrampicatore sociale, figura dell’uomo nuovo come dev’essere; è peccato però che debba essere così, per usare le parole di don Ciccio Tumeo.
Nella mia fonte di ricerca preferita, internet, ho trovato un articolo molto interessante sull’impresa dei Mille, eccone uno stralcio:

…Venerdì, 11 maggio del 1860, l’eroe dei Due Mondi sbarca a Marsala protetto dalle navi inglesi che impediscono con la forza alle fregate borboniche di intervenire per contrastare l’aggressione. Posto piede sul territorio di Sicilia, Garibaldi lancia il famoso proclama, invitando i Siciliani a impugnare le armi! Ma i Marsalesi, restarono indifferenti… Lo stesso Garibaldi in un dispaccio inviato a Torino scrive: “Gli abitanti restano indifferenti.” Invece i cronisti piemontesi parlarono subito di un entusiasmo plebiscitario… Deluso dall’indifferenza della popolazione, Garibaldi inviò Giuseppe La Masa a contattare la gente di “rispetto”. Furono sentiti gli industriali Ignazio Florio e don Vincenzo Favara di Mazara (banchiere di tutto rispetto), i quali offrirono all’Eroe 100.000 lire d’oro, mentre Stefano Triolo, barone di S. Anna, mise insieme una banda di mafiosi forte di 350 armati. I famosi “picciotti” erano tutti “famigli”, servi, mezzadri, fattori, campieri di nobili e borgesi arricchiti, quasi tutti in odore di mafia, i quali accorsero a fianco dei garibaldini più per ordine dei padroni che per un vero sentimento di partecipazione alla rivoluzione. (Ferdinando Mainenti, Beneventano del Bosco, Agorà XI – XII, a. III-IV, Ott. Dic. 2002/ Gen.-Mar.2003 – http://www.editorialeagora.it) .

Come non notare la corrispondenza con le notizie riferite da don Ciccio Tumeo:

…La verità, Eccellenza, è che don Calogero è molto ricco, e molto influente anche; che è avaro…ma che quando occorre sa spendere; e poiché ogni ‘tarì’ speso nel mondo finisce in tasca a qualcheduno è successo che molta gente ora dipende da lui; e poi quando è amico, è amico, bisogna dirlo; la sua terra la dà a quattro terraggi e i contadini debbono crepare per pagarlo, ma un mese fa ha prestato cinquanta onze a Pasquale Tripepi che lo aveva aiutato nel periodo dello sbarco; e senza interessi, il che è il più grande miracolo che si sia visto da quando Santa Rosalia fece cessare la peste a Palermo. Intelligente come un diavolo, del resto: Vostra Eccellenza avrebbe dovuto vederlo nella primavera scorsa: andava avanti e indietro in tutto il territorio come un pipistrello, in carrozzino, sul mulo, a piedi, pioggia o sereno che fosse; e dove era passato si formavano circoli segreti, si preparava la strada per quelli che dovevano venire…E ancora non vediamo che il principio della sua carriera! Fra qualche mese sarà deputato a Torino, e fra qualche anno, quando saranno posti in vendita i beni ecclesiastici, pagando quattro soldi…diventerà il più grande proprietario della provincia.

Riguardo, poi, alla discussa nobiltà della stirpe di Vincenzo Favara, proprio un suo discendente diretto, il pronipote Fulco Santostefano della Verdura, afferma trattarsi di una di quelle famiglie di nuovi ricchi che, fattesi strada nel corso dell’800 si erano imparentate con l’aristocrazia o avevano comprato titoli nobiliari:

El personaje de Angelica posee ciertos rasgos en común con Maria Favara, la esposa de Corrado, según el retrato que de ella realizó su nieto Fulco Santostefano della Verdura (Estati felici, Un infanzia in Sicilia, Feltrinelli, Milan 1977, cit. A.Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo 1987, 268-9), donde afirma que había sido una mujer hermosísima y muy culta: hablaba francés, inglés y alemán; era aficionada al arte, la literatura y la música. Procedía de una de las familias de nuevos ricos que habían surgido a lo largo del XIX, que habían emparentado con la aristocracia o habían comprado títulos (Ana del Rìo Fernàndez, La configuraciòn del espacio en la obra de Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Memoria para optar al grado de doctor, Universidad Complutense de Madrid – Facultad de Filologìa, Madrid 2002, p 112)

Pertanto, da quanto detto finora, si deduce che l’on.le Favara era un agiato “banchiere”, già prima dello sbarco dei Mille; contribuì, da vero“padre della patria”, con ingenti mezzi economici e sfruttando le sue “amicizie” più o meno “rispettabili”, alla riuscita dell’impresa; negli anni successivi, trasse grandi vantaggi economici, politici e sociali da questa sua partecipazione attiva alla realizzazione dell’unità d’Italia; accumulò una grande ricchezza, fu deputato al Parlamento, probabilmente nella corrente liberale; s’imparentò con l’aristocrazia dell’Isola e, dulcis in fundo, riuscì, grazie a un gioco di omonimie, a “dimostrare” la sua discendenza dalla nobile famiglia Favara di Salemi, baroni di Godrano e a ottenere il riconoscimento del relativo stemma; convinto, forse, che con il passare del tempo, nessuno più avrebbe rammentato le sue umili origini e come, furbescamente e scaltramente, si era fatto strada nella vita. Per fortuna non è andata così! In questo, l’on.le Vincenzo Favara è stato meno fortunato di tanti altri che, come lui, ancora oggi, trovano ingiustamente posto nei libri d’oro e i cui discendenti raggiungono i massimi gradi di ordini cavallereschi per i quali, teoricamente, sarebbero richiesti i quattro quarti di nobiltà!
Ecco perchè, in conclusione, mi meraviglia un pò che un personaggio come il Nostro, che nel bene o nel male, è stato uno degli artefici dell’unità d’Italia, sia stato totalmente dimenticato dalla propaganda filo-piemontese; dopo tutto, prendendo spunto dalle parole di don Ciccio Tumeo, l’on.le Vincenzo Favara non era peggiore di tanta altra gente venuta su in quegl’anni!
Grazie per l'attenzione. Cordialmente.

Pasquale M. M. Onorati
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Re: I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda Giovanni L. M. d'Amico » venerdì 18 luglio 2008, 21:10

Ho trovato davvero interessantissimi i suoi interventi a proposito dei personaggi del Gattopardo, libro che sto leggendo e mi affascina tantissimo per la storia, per lo stile e diciamo un po' per tutto, e della loro "vera identità". Adesso ho capito che quasi tutto è un arguto rimando dell'Autore, un Principe sia nel sangue che nel modo di scrivere, alla vita reale.
Cordialmente
Giovanni Leopoldo Maria d'Amico

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Re: I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda L.A.S. » sabato 19 luglio 2008, 11:37

Egregi Signori,
La discussione mi era sfuggita e me ne dispiaccio, date le interessanti notizie e - soprattutto - le proposte d'indagine storico-letteraria che ne sono scaturite. Ancor più interessanti per la scarna attenzione che, per ovvi motivi, l'abbondante letteratura sull'oggetto ha riservato ad esse. Però, proprio per la valenza del Gattopardo, in chiave storica forse più che letteraria, ritengo che quanto suggerito sopra non possa che restare, allo stato, una proposta d'indagine, ovvero un'ipotesi, la quale, come tale, dovrà trovare necessariamente ulteriori riscontri, non essendo sufficiente ai fini della "validazione" l'interpretazione decontestualizzata di una lettera, per quanto significativa, e la simiglianza di taluni nomi.
Cordialmente,
Lorenzo
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Messaggioda MMT » lunedì 21 luglio 2008, 19:50

Pasquale M. M. Onorati ha scritto:Pertanto, da quanto detto finora, si deduce che l’on.le Favara era un agiato “banchiere”, già prima dello sbarco dei Mille; contribuì, da vero“padre della patria”, con ingenti mezzi economici e sfruttando le sue “amicizie” più o meno “rispettabili”, alla riuscita dell’impresa; negli anni successivi, trasse grandi vantaggi economici, politici e sociali da questa sua partecipazione attiva alla realizzazione dell’unità d’Italia; accumulò una grande ricchezza, fu deputato al Parlamento, probabilmente nella corrente liberale; s’imparentò con l’aristocrazia dell’Isola e, dulcis in fundo, riuscì, grazie a un gioco di omonimie, a “dimostrare” la sua discendenza dalla nobile famiglia Favara di Salemi, baroni di Godrano e a ottenere il riconoscimento del relativo stemma; convinto, forse, che con il passare del tempo, nessuno più avrebbe rammentato le sue umili origini e come, furbescamente e scaltramente, si era fatto strada nella vita. Per fortuna non è andata così! In questo, l’on.le Vincenzo Favara è stato meno fortunato di tanti altri che, come lui, ancora oggi, trovano ingiustamente posto nei libri d’oro e i cui discendenti raggiungono i massimi gradi di ordini cavallereschi per i quali, teoricamente, sarebbero richiesti i quattro quarti di nobiltà!


Molto interessante davvero, questa discussione. Ci sfugge tuttavia un ulteriore dettaglio. Nel celebre romanzo storico, il Lampedusa ci porta non a odiare ma a commiserare la figura del sempliciotto don Calogero Sedara, uno dei famosi "cappelli" di cui si arricchì la storia dell'800. L'800 è il secolo della borghesia rampante ed è ovvio che fosse vista di cattivo occhio dalle schiatte più antiche e più snob ed è storicamente giusto che questo avvenisse. Quello che però ci manca è capire come mai il Sedara-Favara fosse antipatico (questo è indubbio) al nostro autore. Credo che approfondendo la questione arriveremo prima o poi ad un episodio che li ritrae entrambi o quantomeno li collega. Giuseppe Tomasi di lapedusa non credo fosse un invisdioso, anzi. Dalla biografia che ho letto, in modo approfondito si entra nella mentalità del Lampedusa e si capisce come egli fosse piuttosto una persona dal temperamento mite... "siciliano", come lui stesso descrive i siciliani. Deve quindi esserci un motivo per cui decide di centrare col suo aristocratico sdegno il personaggio di Sedara-Favara.
Su questo personaggio in particolare c'è da dire che è figlio del tempo in cui viveva, e nel quale l'ambizione prendeva il posto di altri valori. Il 1860 non è solo il secolo dell'Unità d'Italia ma anche quello dell'industrializzazione e dei grandi bachieri. Io non vedo in Favara una persona cattiva, anche se personalmente nutro gli stessi sentimenti di Salina, ma una persona che si è saputa muovere e che è riuscito ad arrivare al vertice della società con le sue stesse mani e manovrazioni, quello che in america è stato il selfmade-man. Non solo è riuscito ad essere una persona ancora più facoltosa e prestigiosa ma s'è fatto riconoscere quell'"aggancio" in cui si accenna don Calogero nel libro e farsi riconoscere con atto sovrano dal Re un titolo nobiliare, a tutti gli effetti valido dunque se pur traballante -magari- all'inizio. Quindi mi sia consentito il gioco di parole: tanto di "cappello"!

Michele T.
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Re: I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda Claudio di Renda » mercoledì 30 luglio 2008, 17:13

Gentilissimi Signori e gentile sigonre L.A.S. la corrispondenza Sedare=Favara è veritiera quasi al 100%. E' tutto spiegato nella lettera al Marchese Merlo del quale tralatro conosco i discendenti. Ho letto circa 7 volte il gattopardo e l'ho studiato rigo per rigo sotto ogni sfaccetatura possibile. Inoltre per comprendere meglio le similitudini tra il libro e la realtà vi consiglio a fine pagina dei testi meravigliosi su Tomasi di Lampedusa. Scoprirete che non è un semplice romanzo di fantasia ma puramente la biografia di un casato di una intera classe. Va ricordata una cosa però Bendicò è la vera chiave del romanzo. Sono a vostra disposizione per quello che so sul Gattopardo o su qualunque stramberia di nobili siciliani (ce ne furono di molto eccentrici!!).

Claudio di Renda

Testi:
G. Tomasi di Lampedusa. Viaggio in Europa-Epistolario Mondadori (spassoso e ricco di pungente ironia)
Lanza Tomasi. I luoghi del Gattopardo. Sellerio (ricco di foto)
A. Vitello. Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sellerio (la migliore biografia)
David Gilmour. L'ultimo Gattopardo. Feltrinelli
G. Tomasi di Lampedusa. I racconti. Feltrinelli (in esso vi è pure il diario di Lampedusa per capire tutto)
Archivio Storico Famiglia Piccolo di Calanovella. Fondazione Piccolo di Calanovella a cura di Anna M. Corradini ed Aurelio Pes (epistolario con i cugini piccolo corredato da cd. Notizie sul privato dei Piccolo di Calanovella)
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Re: I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda L.A.S. » mercoledì 30 luglio 2008, 17:29

Claudio di Renda ha scritto:Gentilissimi Signori e gentile sigonre L.A.S. la corrispondenza Sedare=Favara è veritiera quasi al 100%.


Scusi, sa, ma o è veritiera o non lo è :mrgreen: , dunque quel quasi che lei inserisce sembrerebbe contraddire il tenore delle successive asserzioni, sulle quali, peraltro, non mi permetto di entrare, poiché l'interpretazione è giuoco forza lasciarla al libero arbitrio, soggettivo, mentre le ipotesi, che vengono estrinsecate con l'intento di tradursi in dati di fatto, abbisognano sempre di elementi oggettivi e di un'adeguata contestualizzazione.

Claudio di Renda ha scritto:Scoprirete che non è un semplice romanzo di fantasia ma puramente la biografia di un casato di una intera classe.


Giusto, e del resto nessuno ha, mi pare, asserito il contrario, tanto più che da esso la storiografia sociale attinge da almeno un decennio per esemplificare alcuni aspetti dell'aristocrazia d'ancien régime e il trapasso dalla "vecchia" alla "nuova" Italia.

Cordialmente,
Lorenzo
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Re: I Favara di Salemi e "Il Gattopardo"

Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » lunedì 24 agosto 2009, 16:54

Gentili frequentatori del Forum,
ritorno su questa vecchia discussione perchè alcuni mesi fa ho trovato un vecchio articolo sulla Famiglia Favara di Salemi, a cura del Conte Prospero Arlotti, in cui si dice che, come riferito dal Villabianca e dal D'Amico, da me citato più sopra, " Nel 1681 Antonino Favara ebbe la baronia di Godrano”, Successivamente, l'Avvocato Simone Favara de Anastasiis da Partanna si distinse "nell'amore dell'industria agricola, nel culto delle virtù morali e cittadine e nella pubblica benemerenza". Infine, "Il Barone Avvocato Vincenzo Favara Cacioppo, di detto Simone, [fu] patriota benemerito della causa italiana nel 1860, uno degli ornamenti dell'odierna nostra Democrazia…Dalla illustre e virtuosa Donna Carolina Caminneci Schreiner ebbe l'unica figlia Maria, oggi consorte del nobile Corrado Valguarnera e Tomasi Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella". l'articolista non ci spiega con quale diritto il figlio, a differenza del padre, usasse il titolo di barone e se discendesse effettivamente dal primo Barone di Godrano ma, ci dice solo che "la famiglia Favara di Salemi si arma giusta ricognizione con Decreto 3 aprile 1874: in campo azzurro due leoni d'oro coronati dello stesso, controrampanti affrontati al tronco di un pino al naturale sradicato e sostenuto dalle radici di esso pino, questo sormontato da due stelle di sei raggi d'argento ordinate in fascia nel capo. Elmo di acciaio liscio, chiuso, posto in pieno profilo verso destra ornato di cercine e svolazzi d'oro, di argento o d'azzurro. - Corona di barone". L'articolo si conclude, poi, con la trascrizione delle parole incise su due cenotafi, il primo dei quali più c'interessa, poichè è quello del summenzionato Simone Favara nella Chiesa Madre di Partanna: "LA SALMA DELL'AVVOCATO SIMONE FAVARA / NATO IN PARTANNA A 23 NOVEMBRE 1793 / DEL FIGLIO DOLENTISSIMO LO IMMENSO AFFETTO / IN QUESTA URNA CHIUDEA / EI FU / FIGLIO FRATELLO MARITO PADRE AMICO / AMMIRANDO / CITTADINO ILLUSTRE / SOLO QUANDO ACCETTARLO ERA PERICOLO / NELLA TERRA NATALE IL POTERE NON RIFIUTO' / GENEROSO I NEMICI DI BENEFICIO CONFUSE / PRUDENTE GARE E PARTITI IMPEDI' ESTINSE / AGRONOMO ESPERTISSIMO DIE' LAVORO E PANE / SOLLEVO' L'INDIGENZA RISTAURO' FORTUNE CROLLANTI / MORI' NEL 3 LUGLIO 1868 / E CHI NOL PIANSE?" (cfr. Giornale Araldico-Genealogico-Diplomatico dell' Accademia Araldica Italiana diretto da Giovan Battista di Crollalanza, V. 4, Pisa 1877, p. 200 -202)
Ho trovato, inoltre, che: Vincenzo Favara era divenuto grazie alle speculazioni agrarie sue e di suo padre prima di lui uno dei più ricchi proprietari terrieri della Sicilia (cfr. A.Brunialti, Annuario biografico universale, Roma 1885, vol. 1 p. 358 ss ); inoltre, nel 1861 Francesco Crispi, uno dei principali fautori dell’annessione del Regno delle Due Sicilie, si candidò alla Camera nel Collegio di Palermo, ma venne battuto; per fortuna, un suo caro amico siciliano, appunto, il Barone Vincenzo Favara, all’epoca repubblicano, aveva presentato la sua candidatura nel Collegio di Castelvetrano, proprietà dei Favara, dove Crispi, pur essendo sconosciuto ai più, risultò vincitore, grazie alla campagna propagandistica svolta dal suo “grande elettore”; però, il neo-deputato, non aveva i soldi per recarsi a Torino per l’inaugurazione del Parlamento; intervenne nuovamente il Favara che organizzò una raccolta di fondi tra gli elettori di Castelvetrano e così Crispi potè partire alla volta di Torino, dove, alla Camera, sedette nei banchi dell’estrema sinistra (cfr. Sergio Romano, Crispi). Successivamente, il Nostro, che è attualmente considerato uno di quelli che controllavano la mafia siciliana nel periodo post-unitario, nel giugno 1874 chiede al governo, con altri ricchi possidenti, di potenziare le guardie di polizia a cavallo, al fine di contrastare con forza il brigantaggio dilagante nell’isola; in realtà, questo corpo, di origine pre-unitaria, ha funzioni tutt’altro che lecite e quando, nell’ottobre dello stesso anno, il governo annuncia l’adozioni di leggi speciali per contrastare la criminalità in determinate zone d’Italia, in particolare in Sicilia, il Favara e gli altri proprietari terrieri insorgono a paladini delle libertà statutarie minacciate ( cfr. Giuseppe Carlo Marino, Storia della Mafia). Alle elezioni politiche del novembre succressivo in Sicilia vince la sinistra e il Favara viene eletto deputato, con 500 voti, nello stesso collegio di Castelvetrano (TP), contro l’on.le Saporito, che al primo turno ha ottenuto più voti di lui, ma si è stranamente ritirato al ballottaggio (cfr. A.Brunialti, Annuario biografico universale, Roma 1885, vol. 1 p. 358 ss.) .
Alla luce di queste ultime scoperte, non ho più alcun dubbio che il don Calogero Sedara del Gattopardo (amico di Crispi, sedicente nobile, speculatore agrario, mafioso e politico senza scrupoli) altro non sia che la trasposizione letteraria dell'on.le Vincenzo Favara (1816-1885),
originario di Partanna (TP).

Grazie per l'attenzione.
Fructum affert in patientia
Pasquale M. M. Onorati
 
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