da Alessio Bruno Bedini » giovedì 13 novembre 2025, 19:24
Alcune osservazioni sull’etichetta del gala
1. Cravatta bianca o cravatta nera?
Non mi convince troppo la scelta di ammettere entrambe.
Comprendo bene le motivazioni pratiche (non tutti possiedono un frac, e lo smoking resta un’opzione più accessibile) tuttavia, in un evento dichiaratamente “di gala”, credo che sarebbe stato preferibile fissare un unico codice, optando per la sola cravatta nera.
L’uniformità, in queste occasioni, non è un dettaglio secondario: contribuisce all’armonia visiva della sala e sottolinea l’idea stessa di solennità.
Quando l’abito è uniforme, è il comportamento e non l’abbigliamento a distinguere le persone.
2. Le decorazioni da collo
Interessante la precisazione secondo cui la croce “in cravatta” (definizione curiosa, che confesso di non aver mai sentito prima) è ammessa soltanto con il frac.
Condivido pienamente: vedere decorazioni da collo abbinate allo smoking mi ha sempre dato un’impressione di dissonanza.
Il frac, per taglio e solennità, è l’unico contesto in cui tali insegne trovano una piena coerenza estetica e protocollare.
3. Rosette e miniature sullo smoking
La scelta di limitarsi alla sola rosetta o a poche miniature (e “non in numero eccessivo”) mi sembra del tutto sensata.
Ricordo che anni fa, proprio sul Forum, qualcuno osservò che due miniature al massimo sono più che sufficienti.
Concordo ancora oggi: l’eleganza risiede nella misura.
Ho visto talvolta persone indossare due rosette contemporaneamente, e il risultato, diciamolo francamente, è un piccolo obbrobrio.
Le decorazioni dovrebbero completare, non sovrastare, l’abito.
4. Anelli, spille e bracciali
Infine, trovo curioso che l’etichetta ammetta soltanto la fede nuziale e l’anello chevalier con stemma, bandendo altri anelli, spille o braccialetti.
Personalmente, non condivido del tutto questa rigidità, ma lo dico da amante confesso di fermacravatte e bracciali, quindi non faccio testo.
Capisco però la ratio: il gala non è il luogo per accessori d’individualità o vanità personale, ma per una compostezza quasi “anonima”, in cui l’abito rappresenta più la forma collettiva che il gusto del singolo.
