da pierluigic » domenica 13 novembre 2005, 10:03
Caro Davide
Mi trovo in disaccordo
Io sono orgoglioso di essere nato in questo paese e amo questo popolo da sud a nord da est a ovest
Se per tanti secoli noi abbiamo indicato la via agli altri e poi abbiamo cominciato un declino che ci ha portato ai margini dell 'Europa devi ammettere che qualche ragione ci sara' pure
Non ci resta allora che esaminare la storia il piu' obiettivamente possibile e cercare le cause
Io credo che lo studio storico genealogico debba delineare una microstoria
E l'insieme delle microstorie aiuti a far luce sulla macrostoria
Ecco la necessita d'inquadrare il periodo storico sfrondandolo da orpelli e pregiudizi per dare delle spiegazioni all'interno di ogni microstoria
Non intendo in alcun modo alterare la storia ma vorrei portare delle testimonianze dell'arretratezza mostruosa del nostro paese ed esaminarne le cause
Questo tu non lo puoi considerare un attacco alla dinastia sabauda ( non ha scopo e' finita 60 anni fa )
Guarda i dati di analfabetismo
Guarda i dati sull'emigrazione
Tre tentativi di uccidere il sovrano
E allora capirai che questa non e' propaganda ( e perche' poi ? ) ma storia
Qualche brano : …………ma non farai fatica a trovarne mille altri
…………….dove la condizione dei contadini, dei proletari e dei sottoproletari era diventata insostenibile, sotto il regno di Umberto I Savoia, salito al trono nel 1878, sposato con Margherita, una regina ultraconservatrice su cui convergevano circoli reazionari. Alla fine dell’Ottocento ci furono le scelte coloniali che lo stato, sempre sull’orlo della bancarotta, non poteva permettersi. Con lui ci furono Dogali (1887) e, soprattutto Adua (1896), dove si mandò all’attacco e al massacro, un esercito piccolo e male armato; con lui ci fu lo scandalo della Banca Romana (1893), con 64 milioni di lire in circolazione abusive, false, con coinvolgimento di altissimi personaggi: una tangentopoli cent’anni prima.
Le spaventose condizioni di miseria avevano portato ai moti del 1894 di Sicilia, seguiti da quelli della Garfagnana e del carrarese; nel 1898 ci furono i moti e le insurrezioni del pane in tutta la penisola, stavolta causati dalla rarefazione del grano per la guerra ispano-americana, che, però, s’inserivano sulle precedenti proteste per il caro pane. Per la repressione ci furono numerosi morti, con i massacri di Milano, con lo stesso re a premiare il generale Bava Beccaris che aveva sfamato, come dice una celebre canzone anarchica, a cannonate la folla milanese dei manifestanti. Solo a Milano i morti furono oltre un centinaio, 110 giornali furono chiusi. Durante il regno di Umberto I le vittoria militari furono solo sui braccianti, operai disoccupati, gente del popolo; per il resto sconfitte.
……………….commentato l’accaduto con poche parole, destinate a entrare nella storia e nella leggenda: «Si è rotto l’incantesimo di casa Savoia!». La corona non è più sacra né inviolabile; la questione sociale si affaccia minacciosa sulla scena e prepara inquietanti coreografie. Al grido di “Passanante non ti pentire!” sono sempre più numerosi i moti d’insofferenza verso una monarchia sentita sideralmente lontana dalle esigenze degli strati meno abbienti della popolazione. Anche da parte colta si levano voci di protesta e di denuncia; nel 1879 — anno di arresti e di repressione con parecchie condanne inflitte agli internazionalisti sulla base dell’art. 426 per “associazione di malfattori” — Rocco De Zerbi, sulla “Nuova Antologia”, scriveva fra l’altro: «Qui [cioè in Calabria, n.d.r.] si muore di fame. Mi è stato detto di contadini, vaganti per le campagne in cerca di erbe per le loro donne, i quali dopo alcune settimane di quell’esistenza da capre, morirono fra atroci dolori; mi han parlato di fantolini rimasti senza latte, perché era mancato alle madri il nutrimento».
l’UNITà
Tra il 1865 e il 1867, quasi tutta l’Italia, dopo le epidemie del 1835-37, 1849-50, 1854-56, venne colpita dal colera, che mieté, nel corso del triennio, 160.000 vittime, di cui l’80% nel solo 1867, anno di esplosione della malattia infettiva. [...] le cause del colera, secondo la mentalità dell’epoca [...] erano il veleno, in particolare, e la scomunica di Pio IX; e ciò perché [...] l’impossibilità di fronteggiare la malattia generava paura e credenza negli avvelenatori. L’epidemia, con tutte le sue conseguenze, accentuava, in tal modo, la già aspra conflittualità sociale [presente in Calabria], producendo una carica d’odio che trovava il suo sfogo nel ribellismo brigantesco. [...] Cessato il colera, ecco, nell’ottobre del 1868, comparire il vaiolo [...]. In definitiva, il periodo che va dal novembre 1866 alla fine del 1868 è caratterizzato da due ondate epidemiche di natura diversa (colera e vaiolo), che incisero profondamente all’interno di una società già, sconvolta dalla guerra brigantesca. [...] Il 3 marzo 1868, il ministro della Guerra, E. Bertolé-Viale, richiese al generale G. Sacchi, comandante la divisione militare territoriale di Catanzaro, un suo parere sulle condizioni in cui versavano le province calabresi in seguito all’epidemia di colera e di vaiolo che, sommandosi alla carestia causata dal cattivo raccolto, aveva provocato, in altre province, una recrudescenza del brigantaggio. La risposta del Sacchi (datata 10 marzo) è, al riguardo, assai dettagliata. [...] Per attuare il vasto programma del Sacchi, il ministro della Guerra nominò capo di stato maggiore il colonnello Bernardino Milon, già ufficiale dell’esercito borbonico [...]. La strategia repressiva messa in atto, con estrema decisione, dal Milon si rivelò, nel lungo periodo (maggio 1868 - dicembre 1869) assai efficace. Di fatto, furono messi fuori combattimento 90 briganti [...]. Inoltre, i briganti arrestati e, poi, uccisi per “tentata fuga” tra il maggio 1868 e l’agosto del 1869 ammontavano a venti [...]. I metodi del Milon erano, certo, efficaci e assai esemplari; ma, per la loro brutalità, suscitarono una serie di reazioni, anche in sede parlamentare, com’è testimoniato dalla interpellanza svolta alla Camera dei deputati il 10 giugno 1869, dall’on. G. Ricciardi [...]: «[...] lo non leggerò per intero ciò che mi è stato scritto da vari punti delle Calabrie, non darò che un cenno dei fatti ond’è accusata l’autorità militare. [...] bisogna assolutamente che la luce si faccia, bisogna che cessi uno stato di cose mostruosamente anormale. Dai fogli che ho fra le mani risulta che i conventi furono mutati in carceri, che i carcerati furono sottoposti ai più barbari trattamenti, che talune volte alcuni furono liberati e poi fatti fucilare alle spalle siccome fuggitivi [...] Taccio di soprusi minori. Taccio degli arsi casolari e delle taglie imposte e dei piantoni mandati a coloro che non si prestano a mandare i loro guardiani o mandriani a cooperare alla repressione del brigantaggio, il quale, sia detto in parentesi, non è stato ancora represso, ma solo diminuito. Potrei sino ad un certo punto chiudere gli occhi, se questa orribile piaga delle provincie meridionali fosse almeno estirpata, ma ciò non è».
Francesco Gaudioso, Calabria ribelle. Brigantaggio e sistemi repressivi nel Cosentino (1860-1870), FrancoAngeli, Milano 1996, pp. 121-130.
……………………….componimenti poetici che piovono sulla coppia reale, uno soltanto pesa come un macigno: s’intitola Le auguste nozze e l’autore è, naturalmente, il Cavallotti; che dedica il carme non già agli sposi, bensì — polemicamente — a Giovanni Prati, sempre pronto a tesser le lodi della monarchia sabauda. Cavallotti, seppure in versi, parla chiaro: c’è poco da gioire per queste nozze, dice, perché oggi in Italia si piange, e la gioia dei sovrani è destinata a finire presto quando non è anche gioia di popolo; il contadino contempla desolato i figli macilenti e i campi devastati dalla carestia e dalle tasse, e così saluta Margherita:
Salve! Salve! ghirlande ingemmate
intrecciamo alla bionda regina
colle angosce dell’arsa officina,
della gleba col pianto e i sospir.
Segna il volger dell’ore beate
ogni giro del mesto istromento
e misura il contato frumento
cogli istanti del vostro gioir.
(Il “mesto istromento” è il marchingegno, richiesto dalla tassa sul macinato e messo a punto dall’implacabile burocrazia, per misurare meccanicamente le quantità di grano mietuto e vagliato).
…………………….. Nel 1893 esplode lo scandalo colossale della Banca Romana, che vede la monarchia macchiata ancora una volta da sospetti indegni ………. Nel 1894 le nozze d’argento della regal coppia sabauda hanno poco di gioioso, e anche l’avventura d’Africa sembra non entusiasmare al punto giusto il popolo, che deve fare i conti con una situazione economica e sociale in continuo peggioramento: i fatti di Dogali (1887) sono ancora ben vivi nella mente e nel cuore degli italiani, e i disastri di Amba Alagi, Macallé e Adua, fra il dicembre 1895 e il marzo 1896, danno il colpo di grazia all’impossibile avventura coloniale del Regno d’Italia. In più, la sanguinosa repressione dei moti popolari di Lunigiana e di Sicilia voluta dal Crispi ha messo seriamente in crisi il “governo dei galantuomini” e la sua credibilità.
Si avvicina a grandi passi il 1898, i cui gravi fatti, secondo il Giolitti (Memorie), «furono occasionati nel loro inizio dalla miseria in cui si trovava il paese [...] A mio parere fu allora un errore il credere che si trattasse di un grande movimento politico e sovversivo, mentre si trattava di un’esplosione di malcontento. Ma perdurava ancora nelle classi dirigenti uno stato d’animo paurosissimo di qualunque agitazione popolare e delle sue manifestazioni, e il governo, rispecchiando tale sentimento, si lasciò andare a provvedimenti eccessivi. Così fu proclamato lo stato d’assedio in provincie e luoghi dove non c’era nessun pericolo». E Benedetto Croce (Storia d’Italia dal 1871 al 1915) ribadisce: «[...] anche più certo è che in nessun luogo, e neppure a Milano, i tumulti ebbero una preparazione politica insurrezionale, con direzione e guida da parte di socialisti e repubblicani, e che essi furono veri e propri moti incomposti di non molti popolani, con molte donne e ragazzi, senz’armi, senza combattimenti e resistenze; come, del resto, è dimostrato dal fatto che la forza pubblica ebbe, a Milano, in quelle tre giornate, due soli morti: una guardia di pubblica sicurezza, colpita, per non essersi ritratta in tempo, da una scarica della truppa, e un soldato del quale neppure fu chiaro che fosse stato ucciso dai tumultuanti».
Si arriva a Milano partendo dalla Sicilia: il 2 gennaio, infatti, cade la prima vittima dell’ordine galantuomo: è un contadino di Siculana, dove la forza spara sulla folla in tumulto che chiede pane e lavoro. Manifestazioni analoghe si ripetono nei giorni seguenti risalendo la penisola; le richieste sono sempre le stesse: pane, lavoro e diminuzione delle imposte (i contadini sono costretti a pagare un’imposta anche sugli animali da tiro: cavalli, muli, asini). La forza governativa interviene sempre, a Santeramo, Canicattì, Montescaglioso (qui è addirittura la fanteria a sedare i disordini), in provincia di Modena e di Bologna — gli arrestati sono decine.
Il 15 gennaio, con mossa di rara lungimiranza, il governo aumenta il pane di 5 centesimi al chilo — da 45 a 50. Com’è naturale, la reazione popolare non si fa attendere: nel corso delle settimane il malcontento popolare si diffonde dovunque e risale la penisola, fino ad approdare a Milano ai primi di maggio. Qui la situazione si fa subito particolarmente critica: il 5 maggio, a Pavia, la polizia scende nelle strade per sedare una manifestazione di popolo; il giovane Muzio Musso, figlio del deputato radicale vicepresidente della Camera, si prodiga per tentare di placare gli animi, ma negli scontri che inevitabilmente si accendono viene ucciso dagli agenti. A Milano l’opinione pubblica s’infiamma: si organizzano scioperi un po’ dovunque, mentre il governo decide di proclamare lo stato d’assedio.
Il 6 maggio suona l’ora della gloria per il generale Fiorenzo Bava Beccaris, che alla fine del bagno di sangue milanese sarà da molti definito “l’eroe delle Cinque giornate alla rovescia”. Acquartierato in piazza del Duomo con le sue truppe, dà ordine di sparare sulla folla col cannone ad alzo zero; sguinzaglia i suoi uomini casa per casa — l’ordine è di sparare, non di trattare con i “rivoltosi”; fa mitragliare la folla armata soltanto di bastoni; non ha un attimo di cedimento nemmeno quando gli viene gettato ai piedi il cadavere di una donna ammazzata dai suoi soldati.
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Alla fine il generale lascia sul campo 79 morti e 502 feriti (parliamo di civili: perdite militari 2, dicesi due, soldati), e nelle patrie galere centinaia di imputati, ai quali il tribunale di guerra di Milano affibbierà, secondo le stime di Napoleone Colajanni, 1480 anni di reclusione e 307 di sorveglianza.
L’ 11 maggio 1898 la calma è tornata a Milano: il “regio Commissario Straordinario tenente generale F. Bava Beccaris” indirizza alle truppe il seguente messaggio: «Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di Pubblica Sicurezza. In questi tristissimi giorni, non badando né a fatiche né a disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà. Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli, la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita. I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero ripiombata in una servitù peggiore della prima. Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio». Meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898, re Umberto ringrazia a sua volta il generale Bava Beccaris
Bisogna leggere la STORIA
E allora sarebbe facile capire
pierluigi