Egregi colleghi,
ho deciso di intervenire anche io su questo “spigoloso” tema, nonostante preferisca di solito dedicarmi a temi più accademici.
Non amo infatti parlare di nobiltà e politica in pubblico, ma vorrei contribuire su questo forum con quello che ritengo personalmente utile a questa dissertazione.
Il concetto di nobiltà che prediligo (concedetemi questa digressione) è quello di nobiltà “di razza” (ossia, seguendo il Crollalanza, “quella di sangue vera e propria di cui si perde nei tempi l’origine o che risale quantomeno alle Crociate...”): nutro invece perplessità per quanto concerne quella di “nobilitazione”, non intesa qui con l’accezione generale “di grazia e concessione” data ad un plebeo da parte di un Principe, ma riferita bensì a casi di nobilitazione che vengo qui di seguito a specificare. La concessione di titoli nobiliari per rimpinzare la casse di un erario in mancanza di pecunia ha generato una quantità di “falsi nobili” che, sempre a mio avviso, ben poco avevano a che fare con l’aristocrazia nobiliare classica. Frotte di borghesi arricchiti all’inseguimento di un nome rispettabile e di un titolo di cui fregiarsi per snobismo sono fatti che aborro con tutto me stesso (al giorno d’oggi credo accadano cose non dissimili, ahimè, nonostante l’evoluzione della borghesia...).
In egual modo condanno la logica altrettanto immorale che ha portato a tutto questo: sperperi a Corte, vanità, lassismo da parte di poco illuminati sovrani e nobili debosciati (ogni mio riferimento alla Francia è consapevolmente voluto

). E proprio in questo senso credo che lo studio della Genealogia, che si deve appoggiare necessariamente su fonti genealogiche ma anche giuridiche e, perchè no, genetiche, debba essere di serio ausilio.
La mia concezione della vita e dello stato che procede da principi di gerarchia e di aristocrazia, in buona sostanza da valori qualitativi, mi impone il primato del puro fattore politico (inteso anche nei suoi risvolti di classe “guerriera”) su quello economico; in tal senso disprezzo la nobilitazione raggiunta con modalità e/o fini monetari. Io vedo la nobiltà dunque, come un patrimonio comune di valori spirituali da imporre sui quelli meramente materiali.
Monocrazia, gerarchia e aristocrazia hanno un senso, ancora oggi, solo se basati sul rispetto della Tradizione della propria famiglia innanzitutto (qui non mi riferisco soltanto a famiglie di nobile lignaggio), e conseguentemente sullo Stato o, meglio, sulla Comunità in cui tutti viviamo e siamo tenuti a comportarci con onestà e civiltà.
Il radicarsi nella propria storia ci permette di attualizzarla, perché “la tradizione è la discesa dell’individuo nella storia”, con tutto ciò che in termini politici ciò comporti. Sin qui ho manifestato la mia opinione circa l’antica nobiltà in senso più “romantico”, come giustamente affermava nel suo intervento Michele: ora voglio invece illustrare come vedo la nobiltà oggi.
Chiedo venia per la lunga premessa, ma la considero necessaria almeno quanto sto per enunciare. Innegabilmente siamo di fronte ad un cambio radicale dei costumi e del modo di vivere in società: non credo sia utile trincerarsi in atteggiamenti da salotto con unico scopo lo sfoggio di un’avita nobiltà risalente a chissà quale Re o Imperatore. Essere nobile oggi significa soprattutto vivere con la consapevolezza delle proprie origini (lontano da favole di famiglia che sono tanto piacevoli da raccontare quanto inutili a fini storici). Sono pienamente d’accordo con Pier Felice quando asserisce che “la nobiltà non debba morire perchè ha un grande patrimonio morale da trasmettere e per questa ragione deve essere sempre una classe aperta”. E quindi vivere una quotidianità fatta di rispetto per il prossimo, onestà e devozione al proprio Credo.
Concludo con una citazione che trovo arguta (e finemente irriverente):
“Il nascere nella classe di nobili, mi giovò appunto moltissimo per poi, senza la taccia d’invidioso e di vile, disprezzare la nobiltà per sè sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi, i vizi...” ~ Vittorio Alfieri
Avrete ben inteso in che senso la consideri importante, sono infatti convinto che a
nobiltà debba necessariamente corrispondere
virtù.
Pier Carlo Omero Bormida