Questo affresco, dipinto dal perugino, naturalizzato eugubino, Orlando Merlini nella sala dell’arengo del palazzo dei Consoli, risale al 1503. Raffigura Sant’Ubaldo e Sant’Agostino che reggono il vessillo di Gubbio caratterizzato da uno scudo a testa di cavallo recante la nota arma eugubina.
La cosa interessante riguarda però le circostanze che portarono alla realizzazione di tale affresco. Cito:
“Nel giugno del 1502 lo Stato d’Urbino fu assalito dalle truppe di Cesare Borgia: anche Gubbio cadde in mano al Valentino. Solo nel 1503 le città del Ducato si ribellarono e richiamarono l’antico signore. Così il Consiglio di Gubbio poté riunirsi nuovamente in nome di Guidubaldo di Montefeltro il 28 agosto 1503. L’occupazione del Borgia durò un anno e qualche mese, proprio come dice l’iscrizione(1): perché allora non credere che l’animale che tenne Gubbio parte per forza e parte per inganno altri non fosse che il Valentino? (...) L’autore della memoria, tutto teso a celebrare i meriti del Santo patrono di Gubbio, non s’interessò minimamente dell’altro Santo che figura nel dipinto. Ammettendo che le parole della didascalia siano attribuibili a S. Agostino, tutto torna perfettamente: il 28 agosto, giorno della 1503 in cui Gubbio tornò a Guidubaldo di Montefeltro, coincide con il natale di questo secondo Santo”.
Faccio notare che anche sulla copertina che il patrono eugubino tiene nella mano destra è raffigurato il “segno” che contraddistingueva Gubbio, cioè il monte d’argento in campo rosso.
(1) Si fa riferimento ad una iscrizione che anticamente era visibile alla base dell’affresco e che, secondo testimonianze contenute in una memoria del XVII secolo così recitava:
Quando si celebrava il mio natale.. e nominava il millesimo
Questa Città tornò sotto da l’ale
Di quel Signore, che solo Dio gli dé,
E fu data repulsa e l’animale
Che n’era possessore di male fé,
Che tenuta l’havea.. mesi, e un anno
Parte per forza e parte per inganno.
[notizie estratte da: E.A. Sannipoli, L’affresco della Restaurazione feltresca, in “Gubbio Arte”, a. V (1986), nn. 4-6, pp. 3-4]
