Caro don Antonio e cari amici,
con qualche riserva sugli smalti, mi sembra che quello proposto sia un buon esempio di inculturazione, tanto dal punto di vista araldico quanto da quello religioso. Che si tratti di uno stemma non c’è dubbio: lo scudo è quello tipico africano e, ruotato di 90 gradi, riproduce lo stesso che (con il profilo montuoso e i quattro gruppi di "plinti", qui diventati "mattoni") campeggia nella bandiera dello Zimbabwe e il bordo ha i colori della stessa.

C’è la felice intuizione che ne fa un interzato in sbarra e l'aggiunta del sole che sorge dietro i monti, della cassa del tesoro, dei sandali. La croce basta da sola per indicare la dignità episcopale e la sovrapposizione della stella mariana con il monogramma dell’Istituto Missioni Consolata non mi appare sacrilega… Il motto, scritto in siswati, la lingua dello Swaziland, sarebbe tratto da Giovanni 1,14: (“Il Verbo si fece carne”). In rete leggo infine che l’autore è Mauro Monti di Roma.
Ciao a tutti!
Guido5
P.S. – Mi chiedo che senso abbia da quelle parti un galero con tanto di fiocchi. In Cina il "cappello verde" alluderebbe all’infedeltà della moglie, ragion per cui non sono rari i vescovi di là che timbrano il loro scudo con un galero violaceo.