Particolarmente scontenti i classicisti che definivano il Tacito di quest'anno intraducibile e pieno di digressioni filosofiche.
A 25 anni sarei ridicolo a fare la parte di quello che sentenzia "ai miei tempi..."
L'ultimo barlume della scuola old style ho fatto in tempo a vederlo di striscio nel 1994 quando, a settembre, andai ad assistere alla storica ultima edizione dei terribili esami di riparazione vedendo i visi sfatti degli amici che avevan trascorso luglio e agosto in amabile compagnia di... Rocci e Calonghi!
Dopodichè "le deluge".
Oggi ormai nessuno si esercita più a tradurre, ma soltanto a pescare sul web la versione grazie all'immancabile fuga di notizie dell'ultim'ora.
E se il compito va male la colpa è di Tacito...
Che stavolta, benchè filosofico (ma al classico non si studiava anche filosofia una volta?
Nel 1999 io avrei ringraziato il cielo anche per un Quintiliano dei più terribili... invece uscì Greco (come d'altro canto sarebbe giusto al classico... non si parla forse di seconda prova sulla materia caratterizzante?). E fu Platone a dominarci crudamente per quattro lunghissime ore finchè all'ultimo qualche anima pia non si commosse scendendo tra i banchi a sciogliere il nodo gordiano del centro-versione.
Ai signori che oggi si lamentano di Tacito vorrei ribattere con la parola che costituiva l'incipit di quel Platone del 1999:
"Erreto...!"
Traduzione: "Vadano in malora!"
saluti
MB
Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur.Quippe sapientissimos veterum quique sectam eorum aemulatur diversos reperies, ac multis insitam opinionem non initia nostri, non finem, nondenique homines dis curae; ideo creberrime tristia in bonos, laeta apud deteriores esse. contra alii fatum quidem congruere rebus putant, sed non evagis stellis, verum apud principia et nexus naturalium causarum; ac tamen electionem vitae nobis relinquunt, quam ubi elegeris, certumimminentium ordinem.neque mala vel bona quae vulgus putet: multos qui conflictari adversis videantur beatos, at plerosque quamquam magnas per opes miserrimos, siilli gravem fortunam constanter tolerent, hi prospera inconsulte utantur.
Ceterum plurimis mortalium non eximitur quin primo cuiusque ortu venturadestinentur, sed quaedam secus quam dicta sint cadere fallaciis ignara dicentium: ita corrumpi fidem artis cuius clara documenta et antiqua aetaset nostra tulerit. Quippe a filio eiusdem Thrasulli praedictum Neronis imperium in tempore memorabitur, ne nunc incepto longius abierim».
Ma io, quando sento dire queste cose e altre simili resto incerto se le vicende umane si svolgano per opera del fato e della necessità immutabile oppure per caso. Perciò troverai discordi i maggiori filosofi antichi e coloro che ne seguono la dottrina, e troverai che in molti è radicata l’opinione che gli dèi non si curino della nostra origine, della nostra fine e in definitiva degli uomini; e che perciò con tanta frequenza le disgrazie capitino ai buoni e le fortune ai malvagi. Altri al contrario ritengono che il fato trovi corrispondenza negli eventi, ma non per influsso dei moti astrali, bensì in base ai principi e alle concatenazioni delle cause naturali; e tuttavia ci lasciano liberi di scegliere la nostra vita, ma quando la si è scelta, la serie degli eventi che ci attendono è determinata. Né il male – ritengono – né il bene sono quelli che pensa il volgo: molti, che sembrano stretti dalle avversità, sono felici e molti altri invece, pur tra grandi ricchezze, più infelici che mai, se quelli sopportano con fermezza il peso della mala sorte, e questi fanno un uso sconsiderato della buona. Del resto, alla maggior parte dei mortali non si riesce a togliere la convinzione che per ciascuno il futuro sia fissato fin dalla nascita, ma che alcuni eventi smentiscano le predizioni a causa delle falsità di chi predice ciò che ignora: così, si compromette la credibilità di un’arte di cui l’antichità e il presente hanno fornito illustri testimonianze.
Annales, libro VI,paragrafo 22







