da Sorante » venerdì 15 febbraio 2013, 18:40
Vorrei soffermarmi ben più di un istante sul blasone, o meglio sulla necessità assoluta di ben saperne padroneggiare la sua arte (esso è forse l'unica scienza che si padroneggia con l'arte, mi chiedo?). Intervenire qui soltanto per tessere le lodi del Maestro Frate mi parrebbe, da parte mia, sconveniente, superfluo e inutile ai fini dello sviluppo del topic. Del resto, se volesse e se ci tenesse (ma ben so che i suoi interventi tendono ad altro, un "altro" di ben più qualificante portata) credo che egli potrebbe calcolare da se stesso in ogni occasione, l'esatta misura del livello che la sua arte abbia raggiunto, senza bisogno che un neofita quale io sono esplicitasse la cosa.
Chiedo scusa sin d'ora se a molti le mie considerazioni suoneranno come ovvie, a costoro prego di prendere queste righe come pensieri a voce alta e nulla più.
Si è sempre detto, e a ragione, che l'araldica è prima di tutto stemma, quindi figura. Ma forse questo ha portato molti, anche valenti artisti e anche attuali, a considerare il blasone quasi come un kit di scorta, da utilizzare quando si è in difficoltà, ma da trascurare tranquillamente qualora se ne possa fare a meno. Niente di più che una didascalia ben confezionata, ideata adoperando terminologia tecnica. Va detto che a questo atteggiamento hanno contribuito sicuramente cere condotte del passato, a causa delle quali il blasone era diventato più un orpello da salotto che un aiuto scientifico. Ma oggi che possiamo emendarci da certi comportamenti, perché non dare al blasone ciò che del blasone è? Pongo il caso concreto che qui si è presentato. Prima del nitido blasone proposto (quello in italiano…) cosa vedeva il neofita (mi prendo come simbolo di tale condizione) se non uno splendido caleidoscopio di pezzi bianchi e azzurri, se non una sorta di armonioso “mandala”, se non una specie di quei giochini che causano illusioni ottiche (quelli in cui l’immagine è ovviamente ferma ma pare che si muova)? Certo, dopo innumerevoli tentativi, magari, qualcosa di questa prima sensazione confusa si sarebbe sedimentato in righe scritte, ma quello che può fare (ed ha fatto) un blasone corretto e chiaro, senza fronzoli inutili e inutili passaggi, è qualcosa di magico: d’improvviso la figura nello stemma si è “fermata”, è divenuta una splendida concatenazione razionale ma al contempo seducente, irresistibile nella sua purezza formale che non ne ha limitato la sfrenata audacità, irresistibile nel connubio tra fantasia e rispetto delle regole. Lo stemma non era più soltanto “bello”, ma ha iniziato a parlar(mi). Ma questo è stato possibile partendo dal blasone. Non da un blasone qualsiasi, ma dal blasone che quello stemma aspettava per sé. Certo vi sarà chi dice: ma questo vale per te, io l’avevo già visto che era un “controscaglionato ricurvo, ecc.ecc.”. Ma… a parte che dobbiamo deciderci: l’araldica vuol restare chiusa tra chi è arrivato prima e ne sa o aprirsi per trarre nutrimento anche da chi ne saprà ? A parte questo dicevo: in tale atteggiamento io vedo un difetto, sempre lo stesso: considerare il blasone, come dicevo prima, come una specie di istruzione per l’uso da tirar fuori soltanto in casi-limite. Io non lo intendo così. Io lo intendo come parte integrante dell’arte araldica; io traggo la stessa piacevolezza nel contemplare o realizzare un bello stemma come nell’apprendere (e magari un giorno produrre) un blasone meravigliosamente dipanato (è il caso dello strabiliante blasone qui proposto dal Frate). Perché secondo me la bellezza da cui l’uno e l’altro nascono è la stessa: la bellezza dei rapporti armoniosi (tra segni e segni, spazi e spazi in un caso, tra parole e parole, locuzioni e locuzioni nell’altro), una bellezza data più dalla “pulizia” e dalla nitidezza che dall’affastellamento di particolari inutili. Non è una cosa che si impara in un istante, la bellezza derivante dall’essenziale e dalla pulizia. E’ la più difficile, perché è impossibile a realizzarsi se di quell’essenziale e di quella pulizia non si fa una ragione di vita, e se l’uno e l’altra non sono applicate a se stessi, al proprio intelletto, alla propria coscienza. Dedicarsi all’araldica nel suo duplice aspetto di figura e parola, conduce a questo cammino d’elezione. Come vi sia ancora qualcuno il quale ritenga che da essa non possa scaturire poesia rimane per me un mistero grande.
Se non in vita in morte