da antonio33 » sabato 21 gennaio 2012, 18:10
Gentili amici, chiedo aiuto e consiglio per ricercare testimonianze e contatti in Bosnia Erzegovina.
La vicenda riguarda il triste periodo della seconda guerra mondiale. Ho trovato questo racconto in un quaderno nella biblioteca di mio padre, che lo scrisse alcuni anni fa.
Eccolo:
Col del vento.
Montenegro, mille metri di altitudine, 25 aprile 1942.
Siamo su un monte pelato, in una zona boscosa, dove tira sempre un ventaccio gelido e furioso. Di qui il nome che gli hanno dato gli alpini: Col del vento.
Su questo colle abbiamo stabilito il campo del Comando del Battaglione Feltre, durante un rastrellamento la cui durata si presume debba essere abbastanza lunga.
Il campo è circondato da opportune fortificazioni: trincee, fortini, filo spinato ecc.
All’interno, oltre alle tende, degli alpini e dei loro ufficiali, lunghe file di muli alla catena e mucchi e mucchi di munizioni e rifornimenti, quanto può servire a tutte le compagnie del battaglione, una bella quantità di materiali che certamente possono far gola ai partigiani, nei cui territori siamo penetrati e che cerchiamo di snidare.
( dopo il 6 maggio ’42, probabilmente)
Fin dalle prime luci dell’alba, tutto il battaglione è partito per rastrellare le sponde del Lim, grosso fiume ricco di acque, fiancheggiato da folti boschi di querce, nei quali sono annidati i partigiani.
Al campo sono rimasti pochi alpini, più o meno ammalati, un sergente ferito ad una mano ed un ufficiale. Quell’ufficiale sono io. Fra tutti siamo meno di venti.
Il nostro compito è restare a guardia del campo e di tutto il materiale che contiene, opponendoci con tutte le nostre forze e con i nostri pochi mezzi a chiunque voglia penetrarvi.
Un compito da far tremar le vene e i polsi!
Io raccolgo tutto il mio magro esercito e dispongo i pochi alpini nei punti più esposti e meglio difendibili, con la ferrea consegna di non muoversi per nessuna ragione e di fare buona guardia.
Dispongo i pochi uomini che ho in delle buche, tutti attorno al campo.
Come sono pochi e distanti fra loro!
Tengo presso di me il sergente, che mi servirà da vicecomandante e da portaordini. Poi troviamo un posto al riparo dal vento, in posizione abbastanza dominante per osservare tutto il perimetro dell’accampamento e i terreni circostanti.
Fatto ciò ci disponiamo alla parte più dura del nostro compito: restare all’erta, vigilando la montagna tutto intorno a noi, per individuare temuti e non impossibili movimenti di partigiani che avanzino verso di noi.
Così restiamo in attesa della sera e del ritorno del battaglione.
Il tempo non passa mai: i secondi sembrano minuti, i minuti sembrano ore e le ore sono interminabili.
A turno, il sergente ed io facciamo il giro della nostra debolissima difesa, a vedere che le nostre sentinelle, alcune con la febbre, non si siano addormentate e facciano buona guardia.
Così, pian piano, si è fatto ormai mezzogiorno e stiamo preparando pane e formaggio per le nostre sentinelle, quando sentiamo un colpo di moschetto e una sentinella che grida. Ci precipitiamo verso il luogo donde è provenuto lo sparo: troviamo un agitatissimo alpino, col fucile puntato, pronto a sparare contro un bersaglio che dapprima non vediamo e poi si rivela essere un uomo tutto tremante con le mani alzate, solo in mezzo al sentiero che sale dal bosco verso di noi. Gli gridiamo di venire avanti con le mani alzate.
Noi gridiamo in italiano, lui risponde in slavo e non capiamo niente, né lui né noi. Con un po’ di fatica convinco il sergente ad andare a prenderlo, per sentire cosa vuole. Poco dopo mi trovo davanti un ometto piuttosto anziano, spaventatissimo, che balbetta in montenegrino. Quello della lingua è un problema di difficile soluzione. Poi abbiamo un colpo di fortuna: il sergente si ricorda che tra gli alpini che hanno marcato visita quella mattina, ce n’è uno che mastica un po’ di slavo.
Con l’aiuto di questo alpino, il quale, in verità, parla abbastanza bene lo slavo, possiamo finalmente comunicare con il nostro prigioniero.
Egli ci informa che fa parte di un gruppo di ventidue uomini, che, dice lui, non sono partigiani, ma solo contadini del posto, che vogliono arrendersi per non essere scambiati per partigiani e fucilati.
Si trattava di risolvere un problema difficile. Siano o non siano partigiani, si tratta pur sempre di un gruppo di uomini sani e robusti da catturare e disarmare: noi siamo meno di loro e dobbiamo assolutamente restare a guardia dell’accampamento.
Con un paio di raffiche di mitra potremmo ucciderli tutti e il problema sarebbe subito risolto. Il sergente è di questo parere.
Questo sergente è un vecchio (per me) sottoufficiale che ha alle spalle diversi anni di guerra; ha combattuto sulle Alpi francesi. Poi tutta la guerra di Grecia, sui monti della Grecia e dell’Albania, ora è in Montenegro da quasi un anno, sempre combattendo.
Io, nei suoi confronti, sono sì un ufficiale, ma alle prime armi, senza nessuna esperienza e con pochissima autorità. Però sono io che devo decidere. Il pensiero di uccidere a sangue freddo ventidue persone, ventidue poveracci, contadini di montagna che, magari, non hanno mai abbandonato il loro paese e che affermano di essere del tutto estranei alla politica ed alla guerra partigiana, è un pensiero che veramente mi fa ribrezzo e mi ripugna decisamente.
Anche per guadagnar tempo, decido intanto di disarmarli e di prendere le loro generalità.
Abbiamo, al centro dell’accampamento, una buca quadrata, di cinque metri circa di lato, profonda più di due metri e circondata da un robusto recinto di fili spinato.
E’ stata fatta per ospitare, al riparo dal vento, eventuali prigionieri che speriamo di fare. La buca non è mai stata usata. Il sergente e l’alpino interprete vanno a prendere il primo gruppo di quattro prigionieri. Man mano che arrivano, ci accertiamo che non nascondano armi, facciamo loro vuotare le tasche, scriviamo su un foglio nome cognome e indirizzo e poi li spediamo in fondo alla buca.
E così, quattro per volta, tutti e ventidue finiscono rinchiusi nella buca, sotto la guardia di due alpini armati di mitra che, dall’alto, li sorvegliano.
A questo punto incomincio di nuovo a respirare e riprendo a preparare pane e formaggio per gli alpini. Ne preparo anche in quantità conveniente per la fossa dei leoni. La distribuzione del pasto è un atto molto apprezzato e contribuisce a calmare gli animi visibilmente agitati. Mentre mangiano chiedo loro di servirsi di un intermediario che possa parlare a nome di tutti. Dopo breve discussione viene scelto quell’ometto che si è presentato per primo. Lo tiro fuori dalla fossa e incominciamo le trattative per un accordo internazionale. Anche se può essere giusto parlare di accordo, trattative vere e proprie non possono esserci. In effetti loro sono ormai in nostro potere e, al massimo, possono esprimere i loro desideri, mentre noi possiamo decidere senza tenerne conto.
L’intermediario incomincia col chiedere per sé e per i suoi la certezza di avere salva la vita. Io non ho nessuna autorità per assumere un così importante obbligo da parte dell’esercito italiano. Tutto quello che posso promettere è di trasmettere questa loro richiesta con il mio modestissimo parere favorevole. Poi, dopo questa risposta poco impegnativa, il prigioniero incomincia a raccontarmi la loro triste storia.
Da più di sei mesi sono in balia degli umori dei serbi, partigiani di Tito, che si divertivano a tormentare, torturare ed uccidere i musulmani che vivevano nella loro zona. Per tutto l’inverno avevano vissuto sotto l’incubo di una incursione di partigiani che li avrebbero uccisi tutti. Appena la stagione era un po’ migliorata, avevano abbandonato le loro case, lasciandovi le donne e i bambini, e si erano rintanati nei boschi, sempre con l’ansia di essere scoperti dai partigiani e uccisi.
In aprile erano cominciati i rastrellamenti degli italiani. E così questo gruppo di compaesani aveva deciso di consegnarsi agli italiani per aver salva la vita.
L’intermediario con cui parlo è il sarto della zona, la persona più istruita fra loro e, come tale, la più adatta a trattare con noi.
Io non infierisco mostrando i seri dubbi che ho sulla loro sorte, cerco anzi di tranquillizzarlo e lo faccio ricondurre nella fossa dei leoni.
A ben considerare la cosa, si tratta di poveri diavoli che hanno una paura matta dei partigiani di Tito e sono venuti a cercare un po’ di sicurezza fra le nostre braccia.
Ormai il tramonto si avvicina ed il ritorno del battaglione non è lontano.
Io per primo, ma anche tutti gli altri, siamo sottoposti da molte ore a una pressione fortissima, che si allenta soltanto quando vediamo, finalmente, sbucare dal bosco il colonnello Castagna, nostro comandante, che rientra alla testa del Battaglione.
Mi precipito ad incontrarlo e, piuttosto euforico, gli comunico l’avvenuta cattura di ventidue prigionieri.
La notizia è molto gradita dal colonnello, che ha camminato tutto il giorno senza avvistare l’ombra di un partigiano.
Qui potrebbe terminare il racconto, se non fosse per la presenza nel Battaglione Feltre di un giovane e battagliero capitano, della Compagnia Comando, il quale pensava di far carriera e di coprirsi di gloria a forza di atti di durezza e di rigida disciplina nei confronti di chiunque avesse a che fare con lui.
C’era in quei giorni l’ordine della Divisione di passare per le armi chiunque fosse sorpreso armato in procinto di commettere atti ostili contro le truppe italiane.
Forte di questi ordini, il capitano di cui trattasi pretendeva essere nostro dovere fucilare immediatamente questi uomini, i quali, non solo non avevano commesso atti ostili nei nostri confronti, ma erano venuti, inermi, a consegnarsi spontaneamente nelle nostre mani.
Pur essendo io, nei confronti di un capitano, un pivello inesperto e senza alcuna autorità, a sentire il capitano che insisteva col colonnello per la immediata esecuzione, mi scaldai alquanto e presi a difendere i miei prigionieri. Anche se non era vero, arrivai ad affermare che mi ero impegnato ad assicurare salva la vita in cambio della resa che veniva offerta.
Per fortuna il colonnello, in presenza del quale aveva luogo il vivace battibecco, era una brava persona, intelligente, equilibrata, colta. Ci lasciò discutere per una decina di minuti, poi pose fine alla diatriba dicendo:
“Basta! Smettetela, ho deciso: domani, con il camion della spesa, manderò i prigionieri al comando di Reggimento, dove decideranno il loro destino. Lei, tenente, scriva un accurato rapporto con tutti gli avvenimenti accaduti e, se crede, vi aggiunga le sue considerazioni. Se, come credo, saranno simili alle mie, trasmetterò il tutto al comando, con il mio parere favorevole e staremo a vedere cosa succederà.”
E così fu fatto.
Le mie considerazioni furono accolte e i ventidue uomini finirono in campo di concentramento e, dopo qualche tempo, furono rimessi in libertà.
Ebbi la soddisfazione di vedere che il mio intervento era servito a salvare la vita di ventidue uomini, e fu una grande soddisfazione.
Ventidue ne ho salvati, uno solo venne a ringraziarmi.
Ma questo è un altro racconto.
Mio padre non finisce mai di stupirmi. Qualche cosa mi aveva raccontato, ma non avevo mai saputo tutto così dettagliatamente.
Non so il nome del sergente, ma ho intuito quello del capitano.
Ho fatto un terzo grado a mio padre per avere ulteriori notizie.
Non sa quale fosse il nome vero del Col del vento e neppure il nome del paese dei ventidue prigionieri.
La zona dovrebbe essere vicino a Prijeboj o Miljen (Milieno).
Parla inoltre di Visegrad e Foca.
Mi piacerebbe molto, dato che ventidue ne ho salvati, uno solo venne a rigraziarmi, risalire ai ventidue o, data l'età, sapere se le loro famiglie conservano il ricordo di questo episodio.
Ma come contattarli? A chi rivolgersi?
Avete qualche idea?
Saluto tutti. Antonio
Ultima modifica di
antonio33 il mercoledì 25 gennaio 2012, 17:27, modificato 2 volte in totale.
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