Un cugino nobile col mio stesso cognome

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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda RFVS » domenica 10 maggio 2009, 14:51

Salvennor ha scritto:In riferimento all'ultimo post: Ma, x es, come la mettiamo con situazioni nelle quali da un capostipite notaio e possidente terriero, trasferitosi in un certo comune, viene generata una ampia discendenza dove x es solo uno dei figli prosegue la carriera notarile, mentre gli altri gestiscono le loro quote di proprietà? Situazione iniziale che si ripercuote sulle generazioni successive, e considerando anche le crisi economiche-agricole solo alcuni rami mantengono le proprietà iniziali, e magari dopo alcune generazioni alcuni discendenti si trasferiscono in altre zone. Io x es so di circa 22 famiglie attuali che discendono da un capostipite nato solo 120 anni fa, e quest'ultimo aveva 4 fratelli e 3 sorelle. E il padre di questi ultimi era proprietario di molti terreni, circa 60 ettari, e a sua volta discendeva da un nonno notaio (ma lui non lo era). E ora so che parte delle proprietà iniziali sono ultraframmentate tra i discendenti, addirittura in maniera allucinante (tipo un terreno di 500 mq da una parte, un terreno di 25 mq con 2 alberi da un'altra, una striscia di 200 mq in altra zona, e così via). Quì è sempre accaduto così, ci sono zone frammentate confinanti con proprietà (più recenti) più vaste. E nelle zone citate nei post precedenti come viene interpretata dal punto di vista della tipologia di ceto, tale condizione appena descritta? È probabile che accadesse anche li. In pratica delle varie famiglie con stesso cognome discendenti dal capostipite, venivano aggregate al patriziato solo quelle che avevano mantenuto la condizione iniziale? Di solito i vari statuti civici si orientavano in tal modo, mi pare di capire.


Non proprio, quantomeno perchè non mi sembra che la frammentazione delle possidenze fosse così esasperata come neille tue ricerche, quantomenoi per l'ambito un cui mi muovo io: Stato della Chiesa ed in modo specifico le Marche.
In genere la condizione economica non era una dato molto rilevante. Esistevano dei limiti di censo oltre il quale era necessario rimanese, ma non erano mai proibitivi.
Stessa cosa vale per le professioni: l'importante era essere dei possidenti, anche se non si esercitava alcuna professione in particolare.
Provo a farti un esempio stupido ed inventato:

La famiglia di mio fratello viene accolta tra le primarie della mia città e siccome nella mia città vigeva un governo di tipo aristocratico la sua famiglia o meglio, nucleo familiare, era considerato nobile. Siamo prima dell'invasione francese di fine '700, quindi in pieno antico regime.
Mio fratello era un medico laureato ed aveva tutte le caratteristiche per poter far parte del primo ceto perchè i suoi avi (e quindi i miei) le avevano.
Mio fratello è stato aggregato perchè ha fatto istanza al governo cittadino.
Se io facessi istanza allo stesso modo, anche se facessi il possidente (che voleva dire campare con le rendite delle proprietà possedute, non solo e non per forza agricole) e avessi piccole rendite non paragonabili a quelle di mio fratello è quasi automatico che io venga aggregato comunque.

Se ribaltassi il discorso delle professioni, ovvero mio fratello possidente e aggregato ed io non aggregato e medico, è quasi automatico che verrei aggregato anche io.

Ciò perchè l'essere possidente non implica l'essere per forza ricco e ciò vale anche per l'eessere una primaria famiglia di un centro abitato con governo aristocratico. Ciò che conta sono i requisiti di ereditarietà delle cariche comunali ed il vivere more nobilium, ovvero avere parentele con famiglia che godono certi privilegi ecc ecc.

Tutto ciò però è valido quando solo se uno resta possidente, perchè se retrocede così tanto da dover metter su bottega e cominciare ad esercitare un attività artigianale allora la cosa cambia.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda Salvennor » domenica 10 maggio 2009, 17:29

Per RFVS: Grazie per la risposta. Ho capito, dunque i requisiti fondamentali per poter essere aggregati al patriziato civico, consistevano o nell'essere possidenti di case e terre (ma non lavorarle di persona), o svolgere professioni notabili (notaio, avvocato, medico, etc..), oppure entrambe le cose, e più che la consistenza economica di tali proprietà o attività, contava l'essere imparentati con altre famiglie di condizione ancora più elevata (che magari avevano cariche o titoli più importanti). Solo con tali requisiti, mantenuti nel tempo, si poteva essere aggregati al patriziato locale, e partecipare alle assemblee civiche, e ricoprire cariche che potevano essere anche ereditarie. E per essere facilmente aggregati non guastava il fatto di essere in possesso di tali requisiti da più generazioni. E naturalmente se nel tempo alcuni rami di tale casato non mantenevano tale condizione, allora cessavano di appartenere al patriziato; e tale possibilità era tanto più probabile quanto maggiore era la prolificità di un certo casato, specie dopo generazioni e generazioni. Ma la probabilità che ciò accadesse dipendeva da casato a casato, e da varie condizioni.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda RFVS » domenica 10 maggio 2009, 18:09

Salvennor ha scritto:Per RFVS: Grazie per la risposta. Ho capito, dunque i requisiti fondamentali per poter essere aggregati al patriziato civico, consistevano o nell'essere possidenti di case e terre (ma non lavorarle di persona), o svolgere professioni notabili (notaio, avvocato, medico, etc..), oppure entrambe le cose, e più che la consistenza economica di tali proprietà o attività, contava l'essere imparentati con altre famiglie di condizione ancora più elevata (che magari avevano cariche o titoli più importanti). Solo con tali requisiti, mantenuti nel tempo, si poteva essere aggregati al patriziato locale, e partecipare alle assemblee civiche, e ricoprire cariche che potevano essere anche ereditarie.

Purtroppo no, non ha capito, ma temo di essermi spiegato molto male io, per cui tento di fare meglio [bangin.gif]
Nei centri abitati (Città e Terre autonome, non infeudate) in cui gli statuti comunali prescrivessero un governo di tipo aristocratico (ovvero con le cariche municipali riservate solo a determinate famiglie ed il susseguirsi dei membri di queste famiglie, in via ereditaria, ma non per forza) le famiglie che facevano parte della prima classe civica, che costituiva la locale nobiltà dovevano possedere i seguenti requisiti:

1) Partecipazione al governo cittadino, nelle cariche ovviamente riservate alla prima classe civica

2) Vivere more nobilium ovvero il possedere una serie di caratteristiche (non per forza dovevano essere possedute tutte), quali l'essere imparentati con famiglie della cittadinanza e/o della nobiltà del proprio centro abitato e/o di quelli limitrofi, il godere di un certo censo (non per forza così elevato come si crede), il possesso di eventuali benefici ecclesiastici (cappellanie, juspatronati), di eventuali sepolture private, l'avere una dimora decorosa all'iterno del centro abitato, etc.


E per essere facilmente aggregati non guastava il fatto di essere in possesso di tali requisiti da più generazioni. E naturalmente se nel tempo alcuni rami di tale casato non mantenevano tale condizione, allora cessavano di appartenere al patriziato; e tale possibilità era tanto più probabile quanto maggiore era la prolificità di un certo casato, specie dopo generazioni e generazioni. Ma la probabilità che ciò accadesse dipendeva da casato a casato, e da varie condizioni.



Il discorso delle aggregazioni è semplice se affrontato partendo dal presupposto che esse avvenivano nei confronti di singoli nuclei familiari e non nei confronti della famiglia estesa in tutti i suou componenti.
Ne consegue che se all'instaurarsi del governo aristocratico in un centro abitato veniva aggregato un nucleo familiare che si era da poco trasferito da un altro centro abitato allora, tutti gli eventuali discendenti presenti in loco anche dopo secoli facevano parte della classe civica in cui erano stati aggregati i loro avi, ovviamente previo il mantenimento delle due condizioni sine qua non di cui sopra.
Allo stesso modo vanno affrontati tutti gli altri casi in cui ci si può imbattere.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda Salvennor » domenica 10 maggio 2009, 18:11

Cmq tutto ciò valeva per varie realtà civiche di varie zone della penisola. Quì non esisteva un patriziato comunale basato su tali requisiti. Nella mia regione spesso i sindaci, i consiglieri e altre cariche locali erano analfabeti (tranne se era notaio, scrivano, medico, funzionario o impiegato statale), e alcuni di essi erano grandi proprietari, ma la maggiorparte erano proprietari medi e piccoli (anche per via della frammentazione ereditaria), e a volte erano artigiani e commercianti. E magari lo scrivano o notaio che verbalizzava nelle assemblee era cugino o fratello di un componente delle stesse. Però si nota, anche dai documenti, che le nomine locali e le cariche ruotavano in genere sempre tra lo stesso gruppo di cognomi. Dunque se proprio occorre introdurre il concetto di patriziato, questo era più che altro relativo al cognome portato, a prescindere dal ceto economico e dal grado di istruzione dei vari rami; cognome legato, specie nei secoli più remoti, alla consapevolezza di discendere da gruppi di antiche famiglie con stesso cognome, che si erano distinte per qualcosa (alcuni rami più di altri). Per es anche x aver appoggiato la conquista iberica dell'isola nel XIV sec., o x altri motivi economici o professionali. Però i titoli nobiliari (Cav., Don, etc..) erano elargiti ai personaggi più in vista di tali stirpi. Che davano vita a rami titolati.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda RFVS » domenica 10 maggio 2009, 18:18

Salvennor ha scritto:Cmq tutto ciò valeva per varie realtà civiche di varie zone della penisola. Quì non esisteva un patriziato comunale basato su tali requisiti. Nella mia regione spesso i sindaci, i consiglieri e altre cariche locali erano analfabeti (tranne se era notaio, scrivano, medico, funzionario o impiegato statale), e alcuni di essi erano grandi proprietari, ma la maggiorparte erano proprietari medi e piccoli (anche per via della frammentazione ereditaria), e a volte erano artigiani e commercianti. E magari lo scrivano o notaio che verbalizzava nelle assemblee era cugino o fratello di un componente delle stesse. Però si nota, anche dai documenti, che le nomine locali e le cariche ruotavano in genere sempre tra lo stesso gruppo di cognomi. Dunque se proprio occorre introdurre il concetto di patriziato, questo era più che altro relativo al cognome portato, a prescindere dal ceto economico e dal grado di istruzione dei vari rami; cognome legato, specie nei secoli più remoti, alla consapevolezza di discendere da gruppi di antiche famiglie con stesso cognome, che si erano distinte per qualcosa (alcuni rami più di altri). Per es anche x aver appoggiato la conquista iberica dell'isola nel XIV sec., o x altri motivi economici o professionali. Però i titoli nobiliari (Cav., Don, etc..) erano elargiti ai personaggi più in vista di tali stirpi. Che davano vita a rami titolati.


Mi spiace contraddirla, ma non è assolutamente così, infatti il fenomeno del patriziato e della nobiltà civica non interessò mai la Sardegna proprio per quello che lei ha scritto.
Il cognome non c'entra nulla ed il mestiere soltanto in parte.
Nello Stato Pontificio, dove il fenomeno fu invece massiccio, non troverà mai un appartenente alla classe, che so, degli artieri (artigiani) o dei contadini sedere nel governo cittadino come consigliere o come anziano o come gonfaloniere. Prima il tale doveva essere ascritto alla cittadinanza, per il che erano necessarie alcune caratteristiche, e poi da essa si accedeva alla locale nobiltà. Questo perchè per governare la città erano necessarie anche caratteristiche come l'idoneità personale in fatto di cultura, istruzione e decoro.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda Salvennor » domenica 10 maggio 2009, 18:25

Quando ho scritto il mio ultimo post non avevo ancora letto le ulteriori delucidazioni in merito. Ora credo di aver capito. Sono talmente abituato a interpretare il sistema politico-amministrativo della mia regione, vigente nei secoli passati, che non mi è immediatamente naturale accogliere e capire del tutto un tale sistema vigente nelle realtà civiche di varie zone della penisola. Anche perché quì vigevano condizioni socioeconomiche particolari, rispetto ad altre zone.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda RFVS » domenica 10 maggio 2009, 18:29

Salvennor ha scritto:Quando ho scritto il mio ultimo post non avevo ancora letto le ulteriori delucidazioni in merito. Ora credo di aver capito. Sono talmente abituato a interpretare il sistema politico-amministrativo della mia regione, vigente nei secoli passati, che non mi è immediatamente naturale accogliere e capire del tutto un tale sistema vigente nelle realtà civiche di varie zone della penisola. Anche perché quì vigevano condizioni socioeconomiche particolari, rispetto ad altre zone.


La capisco molto bene perchè l'ordinamento civico vigente nelle città e nelle terre pontificie era talmente incasinato e particolaristico che anche gli studiosi più eminenti hanno faticato. Io, personalmente, faccio sempre molta fatica, nonostante siano anni che cerco di documentarmi in merito. E soprattutto i maggiori problemi sono due. Il primo è che non ci sono studi approfonditi sull'argomento, a parte poche cose, ed il secondo è che praticamente ogni città ed ogni terra aveva un modo di governarsi che differiva dalle altre, magari solo in poche sfaccettature, ma comunque diverso.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda Salvennor » domenica 10 maggio 2009, 19:14

Ho capito, perlomeno i concetti generali alla base della presente discussione. Cmq in uno dei miei post precedenti appunto mi riferivo solo alla Sardegna, quando ho citato il fatto che spesso le cariche comunali erano ricoperte da analfabeti. Ciò può sembrare insolito, ma quì era spessissimo così. Infatti nei documenti comunali del passato si notano tantissime croci, e a margine la frase del notaio "Il consigliere o sindaco etc..Tizio pone il segno, per essere illetterato", e magari viene trascritta la professione, x es "proprietario", o "mercante", o "artigiano", o anche a volte "funzionario" o "impiegato". Naturalmente a volte tali cariche erano ricoperte da individui non analfabeti o anche con grande grado di istruzione (notabili). Ma appunto in genere si nota, in Sardegna, che le cariche locali gravitavano quasi sempre tra lo stesso gruppo di cognomi; nel post precedente mi riferivo solo alla Sardegna anche per quanto riguarda questa osservazione. Li nelle realtà civiche italiane non c'entrava nulla il cognome come tale, in relazione a tali concetti. È quì che si nota tale caratteristica; che non è una coincidenza cmq. E ci si può chiedere come mai quì, nei comuni sardi, era temporaneo e relativamente poco frequente che una persona con elevata istruzione accettasse una nomina locale? Semplice, il motivo di ciò risiedeva nel fatto che questi ultimi preferivano intraprendere carriere statali elevate, o carriere professionali, magari trasferendosi nelle città principali dell'isola, dove tra l'altro le cariche civiche maggiori erano sempre riservate a persone istruite, al contrario dei comuni minori; e lasciavano nelle zone di origine il resto del parentado. Dunque tutto ciò conferma la grande differenza che sussisteva tra il sistema socio-politico-amministrativo sardo e varie realtà civiche italiane. Quì non esisteva un consiglio degli anziani, non si veniva ascritti, non esistevano statuti locali assimilabili a quelli di varie realtà civiche italiane. Cmq anche quì sono in corso studi per capire meglio l'organizzazione della società sarda nei secoli passati. Una cosa è certa, quì chi era investito di privilegi sostanziali era colui che veniva insignito, per vari motivi, del diploma di nobiltà e del cavalierato ereditario; è chiaro che quasi sempre costoro avevano una istruzione molto elevata, ed anche un censo elevato, specie negli ultimi secoli.
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Re: Un cugino nobile col mio stesso cognome

Messaggioda Salvennor » giovedì 28 maggio 2009, 21:56

Cercando informazioni sul web ho trovato anche estratti di documenti che mi hanno ricordato alcune cose che avevo scritto nella presente discussione, relativamente alle caratteristiche dei sistemi amministrativi civici nei comuni minori della Sardegna. Avevo scritto che molto spesso (forse una cospicua maggioranza) nei vari comuni isolani le autorità civiche erano analfabeti e cmq poco istruiti, e ciò non solo nei secoli passati, ma anche nel corso dell'800. Volevo appunto mostrare frammenti di verbali civici che testimoniano ciò, x es al link http://books.google.it/books?id=03toAAA ... ERO&pgis=1 e anche alla pagina (in alto nella intestazione) http://books.google.it/books?q=SENAL+%2 ... +nei+libri Come si può notare, in tali verbali civici scritti in spagnolo, relativi a vari comuni del feudo del Marchese D'Arcais (vicino a OR), la maggiorparte dei Consiglieri, e spesso anche i Sindaci, erano analfabeti. Cmq in tali elenchi c'è anche qualcuno che pone la propria firma, ma quì non viene visualizzato tutto il documento. A volte alcuni sanno mettere solo la iniziale del proprio cognome, che valeva come firma, ma l'avevo notato in altri documenti. Dunque x es nei presenti verbali, risalenti credo a poco prima l'abolizione del feudalesimo (un pò prima del 1839 -1848), sono testimoniate le convocazioni dei Consigli, per prendere decisioni amministrative. Cmq ciò si vede meglio negli archivi. Cmq la scarsa istruzione era spesso più una questione di mentalità, che di impossibilità economica. Nelle famiglie che potevano permettersi di inviare i figli a studiare nelle università o nei collegi, venivano inviati alle scuole primarie solo uno o cmq parte dei figli, in genere destinati a studi superiori, x es futuri avvocati o notai, o medici, o componenti della Chiesa, o, se non laureati, destinati a impiegi statali minori; il resto dei figli avevano in genere scarsa istruzione, ma in compenso ricevevano la maggiorparte delle eredità, secondo un meccanismo ered. tipico della Sardegna. I figli laureati dovevano rinunciare, per consuetudine, a quasi tutta l'eredità, oppure si impegnavano a sostenere il resto della famiglia in condizioni di possibile emergenza economica, specie se i fratelli o sorelle erano ancora celibi o nubili. Ho scritto ciò per spiegare meglio quei concetti che avevo espresso nelle settimane scorse.
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