Il Siniscalco e Il Massaro

Per discutere sulla storia di famiglia e sulla genealogia / Discussions on family history and genealogy

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Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda mct » martedì 8 aprile 2003, 23:25

Buonasera a tutti i partecipanti del Forum.
Vi pongo le seguenti domande:
1) Che cos'era esattamente un Siniscalco? (nei vari secoli XVI-e seg.)
2) Di che cosa si occupava il Massaro? e che tipo di carica era? (nei vari secoli XVI-e seg.).
Grazie in anticipo

M. Carabba Tettamanti
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Messaggioda MVC » mercoledì 9 aprile 2003, 9:58

Gentile Sig. Carabba Tettamanti,

ho avuto modo di svolgere qualche tempo fa, degli approfondimenti e delle ricerche. E sono lieto di poter condividere con Lei una sintesi di quanto ho potuto apprendere.
Tenga comunque presente che alcuni particolari possono variare a seconda delle disposizioni previste dai vari e diversi Statuti Comunali.

La definizione letterale del Siniscalco è quella di Maestro di casa della famiglia reale o di quella del Signore.
In teoria doveva essere una specie di Maggiordomo altomedievale con il compito principale di sovrintendere alla tavola e ai banchetti, ad esempio per “l’Accademia della Crusca”, il termine aveva questo significato: “Quegli che ha cura della mensa, e che la 'mbandisce”

Ma praticamente si trattava di una carica elevatissima, che dava all’insignito pieni poteri di gestione dei beni e delle proprietà, rendendolo (di fatto) una specie di vice re.

E’ interessante notare come la parola abbia una duplice etimologia, in primis dal termine gotico “Scalke”, indicante “colui che scalcava le carni prima che fossero servite in tavola”. Da qui, poi, nasce il “Siniskalk” germanico, e il “Seniscalcus”del latino altomedievale ( ovviamente infarcito di barbarismi).
Cioè un’aggiunta di “Senilità” al termine originale, atta a qualificare il grado di Servitore più anziano di Palazzo.

La carica, comunque, era tra le più rilevanti per i popoli germanici, tant’è vero che il bisnonno ed il nonno di Carlo Magno furono proprio dei potenti Maestri di Palazzo, cioè dei Siniscalchi.

Nel pieno Medio Evo la figura del Siniscalco entra anche nella gerarchia degli Ordini Monastico-Militari , mantenendo la funzione di amministratore dei beni dell’Ordine e solitamente di Reggente in assenza del Gran Maestro ( ma solo per le faccende “ordinarie”).
Nell’Impero, nei vari Regni, nel Papato, e nei Ducati era data molto spesso come equivalente di Governatore o di rappresentante (se non addirittura di Vicario) del Re o dell’Imperatore.
Tant’è che il “Vocabolario dell’Accademia della Crusca” alla voce “Siniscalcato” dice testualmente:
“L’Uficio del Siniscalco. Qui provincia, che ha governatore, col titolo di Siniscalco”.

Per quanto riguarda il “Massaro”, l discorso è un po’ più complesso

Le origini sono meno prestigiose di quelle del Siniscalco. La divisione sociale Franco-Longobarda prevedeva a grandi linee gli uomini liberi e gli schiavi, in mezzo a questi due estremi vi erano dei “gradini”, e quello dei “Massarii” rappresentava i lavoratori di fondi agricoli (con libertà personali abbastanza limitate , come ad esempio l’obbligo di corveè, di tasse, il non essere proprietari della terra lavorata, ecc.)
Nel pieno Medioevo, tuttavia, in Età Comunale, il Massaro cambia COMPLETAMENTE fisionomia, e acquista, anzi, una notevole rilevanza. Sia come carica Comunale, sia come status sociale dell’individuo prescelto. Divenne colui che, all’interno di un Comune, sovrintendeva a tutti i vari aspetti di gestione dei beni e delle finanze, e aveva la responsabilità di riportare il tutto su dei libri contabili da far approvare poi ai “Domini Anziani”. Era il gestore nonché il diretto depositario delle pubbliche finanze. Dunque il Massaro, o a volte detto anche “Massarolo”, incarna la figura del futuroTesoriere. Figura questa che verrà introdotta solo a partire dai primi ‘500 circa nelle città maggiori, dove la struttura di governo e di amministrazione articoleranno un apposito Ufficio di Tesoreria con differenziazione di competenze per le entrate e per le uscite.
Tuttavia i Massarii, non scompariranno ma rimarranno coi loro precedenti compiti nei Comuni più piccoli, e in quelli più grandi assumeranno significati diversi, a volte persino ambivalenti, di riscossori, estimatori, sollecitatori, ecc. ed affiancheranno il Tesoriere nei suoi compiti.

Il termine “Massaro”, stava ad indicare, appunto, una gestione patrimoniale ancora basata sulla “Massaria”, o “Massarolato”, con il quale si deve intendere un'amministrazione personalistica e piuttosto “casalinga”.
Era norma che il Massaro fosse responsabile di tasca sua per eventuali anticipazioni di denaro nella amministrazione, somme che poi si faceva rimborsare a fine anno dal Comune, e ovviamente doveva essere scelto tra i cittadini più ricchi e / o nobili. La sua elezione, poi, doveva essere immediatamente ufficializzata da un rogito notarile.

Dai primi del 1400 circa, c’è una tendenza ( per ovvii motivi di abuso di potere) ad aumentare il numero dei Massarii, eleggendone non più uno solo ma alcuni, che si occupassero ognuno di una “fetta” dei beni pubblici e delle tasse. Per cui possiamo trovare casi in cui il Massaro a volte è una persona sola, altre volte si tratta di due, tre o quattro uomini.

Ad ogni modo, la giurisdizione del Massaro o dei Massarii, era normalmente confinata entro i limiti della “ordinaria amministrazione”, potevano disporre della pubblica forza ( le guardie Comunali) per le eventuali azioni coattive, e dovevano riferire costantemente agli Anziani.

E, tanto per fare un esempio, ecco quelle che erano le normali competenze in materia di spesa pubblica nella metà del 1500 circa:

“manutenzione di edifici, mulini, fontane, filatoio, maglio; mobili nelle case degli ufficiali del comune; approntamento di patiboli e berline; prestazioni di muratori, falegnami, vetrai, fabbri, ecc. spese di cancelleria per l'ufficio del ragionato, per la copiatura di atti, per provviste di carbone, pane, farina, legname, per dir messe, "suonar musica", far processioni, esporre reliquie nelle feste religiose tradizionali, per mandare i balotini ad avvisare gli anziani delle riunioni del consiglio, per taglie su lupi uccisi, ecc..”

Se, però, il Comune doveva dare il via a opere pubbliche straordinarie, si nominavano uno o più Massari “ad hoc”, che sovrintendessero alle apposite finanze stanziate per la “Fabrica”, e solitamente duravano in carica per tutto il tempo dei lavori.


Sperando di esserle stato utile le porgo

cordiali saluti

MVC
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Messaggioda mct » mercoledì 9 aprile 2003, 10:49

Gentilissimo Sig. MVC,
la ringrazio moltissimo della splendida spiegazione che mi ha dato.
A presto

Massimiliano C. T.
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Messaggioda sebpasq » mercoledì 9 aprile 2003, 19:37

SINISCALCO
Gentile Sign. Tettamanti
sono contento di dover integrare la definizione di Siniscalco che già egregiamente ha esposto il caro Mauro.
In effetti come per ogni titolo assiografico non è facile dare la esatta definizione, in quanto questi titoli sono stati ripetuti nel tempo e in diversi luoghi e ogni volta acquisivano differente significato.
Comunque per le fonti di cui dispongo sembra che il siniscalco (francone siniskalk, servitore anziano) fosse principalmente un titolo di maggiordomo o di alti dignitari di corte nel medioevo.
Nei regni romano-barbarici medievali il siniscalco era il capo del palazzo regio (da lui dipendevano i servi, e, soprintendendo alla cucina, serviva il re a tavola). Nel regno normanno di Sicilia il gran siniscalco era uno dei sette grandi ufficiali istituiti dal re Ruggero II; aveva la soprintendenza sui palazzi e le regie stalle, sugli impiegati di corte, sulle foreste e sulle riserve di caccia reali. La carica sopravvisse in età angioina e aragonese. In Francia, presso la corte del re, poco dopo il 1000, il siniscalco esercitava quasi una funzione di viceré: convocava infatti l'esercito, lo conduceva in guerra e dava battaglia, avendo anche competenza giudiziaria.
Secondo il Crollalanza invece , (Enciclopedia storico-cavalleresca) è vero che per un periodo il Siniscalco nella corte francese fosse stato destinato a Gran Maestro di palazzo, ma essenzialmente, sia il Siniscalco che il Gran Siniscalco, che il Dapifer (altro nome usato in Francia per definire il siniscalco) non erano altro che delle cariche militari e più precisamente di Grand’ufficiale militare con incarichi simili a quelli del Connestabile. Sempre in Francia la carica di siniscalco in senso militare finì nel 1191 dopo la morte di Tebaldo, conte di Blois ( che morì entro quell’anno all’assedio di Acri o di Tolemoide sui confini della Palestina) riapparendo nel XIV sec. soltanto come titolo onorifico.
Naturalmente sarebbe interessante avere altre testimonianze, ma credo che per fare la storia del termine siniscalco ci vorrebbe una ricerca molto più approfondita.


Invece riguardo il massaro il Dizionario dei cognomi italiani del De Felice, riporta che “il massaro (in Toscana massaio) non era altro che il colono, il mezzadro e nel centro-sud anche fattore, amministratore di fondi rustici, capo di imprese agricole e di allevamenti”. Anticamente coltivatore di un manso.
Attualmente, nelle regioni dell'Italia centromeridionale, denominazione del fattore di un'azienda agricola o pastorizia.
Altro non so!

Saluti.
Sebastiano Pasquini
sebpasq
 
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda FP » venerdì 6 giugno 2008, 20:10

Cari amici,
riapro la questione per chiedervi ulteriori chiarimenti.
Nello Stato Pontificio del XVI-XVII secolo, mi è parso di capire che la gerarchia amministrativa composta da Sindaco e Massari fosse in uso in quei Comuni ancora legati da vincoli feudali e che, anzi, la carica di massaro fosse di designazione baronale. Se non sbaglio, nella stessa epoca, nei Comuni non soggetti all'autorità signorile e sempre nel medesimo Stato, l'amministrazione funzionava già in modo diverso, con Gonfaloniere (o Priore), Magistratura (o Anzianato) e Consiglieri.
Potreste darmi delle delucidazioni in merito?
Grazie mille,
Francesco
~ Tua vivimus luce ~
FP
 
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda vdaurelio » sabato 7 giugno 2008, 11:21

Caro Mct,
per completezza, su internet ho trovato queste interessanti definizioni.

Le sette cariche del Regno di Napoli

Nel medioevo il sovrano esercitava i suoi poteri amministrativi avvalendosi della collaborazione di sette dignitari. Durante l’esercizio delle loro funzioni, gli stessi indossavano un mantello di porpora rosso foderato con pelliccia di ermellino. Le cariche, in ordine di importanza, erano le seguenti:

I. Gran Conestabile detto anche Gran Maestro della Milizia, Prefetto pretorio e Generale luogotenente del re nelle guerre. Era il comandante in capo dell’esercito, difendeva i confini del regno e stabiliva l’ordine interno con il compito di dirimere eventuali dispute tra i nobili. La sua insigne era, oltre a quella del proprio casato, due bastoni posti in croce di Sant’Andrea.
II. Gran Giustiziere. Esercitava la giustizia penale e civile nel regno ed era a capo di tutti i tribunali. Il suo luogotenente era il Reggente della Vicaria che presiedeva la Corte della Vicaria in Castel Capuano.
III. Grande Ammiraglio detto anche Generale del mare. Era il capo delle forze armate del regno. Difendeva le coste del regno dalle incursioni nemiche e garantiva la libera navigazione delle flotte mercantili. Esercitava la sua giurisdizione su tutte le genti del mare nominando i giudizi che sentenziavano nella Cappella Reale. Nominava in ogni provincia un Vice Ammiraglio. La sua insigne erano due fanali oppure due ancore poste in croce di Sant’Andrea.
IV. Gran Camerlengo detto anche Camarlingo o Camerlingo. Era colui che riscuoteva le tasse ed sopraintendeva alle finanze del regno dovendo tener conto di tutte le entrate e le uscite. Il suo luogotenente presiedeva il tribunale della Camera Sommaria dove venivano discusse le cause relative al fisco. La sua insigne era, oltre a quella del proprio casato, due chiavi poste in palo.
V. Gran Protonotario detto anche Logotera. Era colui che parlava in nome del sovrano nei pubblici parlamenti e custodiva tutti i suoi scritti. Ricopriva la carica di presidente del Sacro Consiglio ed era a capo della Segreteria regia. Essendo un grande diplomatico era anche il primo degli ambasciatori del re e nominava notai e giudici. Tra le sue funzioni vi era anche quella di legittimare i nati al di fuori del matrimonio. La sua insigne era un libro aperto.
VI. Gran Cancelliere. Era il custode dei regi sigilli e ricopriva la carica di Segretario del re sottoscrivendo negoziati, decreti e tutti gli atti demanati dal sovrano. Tra le sue cariche vi era anche quella di nomina dei dottori di tutte le facoltà universitarie. La sua insigne era una ghirlanda d’oro.
VII. Gran Siniscalco. Era il più anziano servitore del re e fungeva da ministro della casa. Sottoposto al Gran Conestabile era anche detto Maestro di Campo e Maggiordomo della casa reale. Essendo il supremo ufficiale preposto alla tavola, provvedeva al vitto del re e di tutta l’intera corte. Avendo pienissimi poteri di gestione dei beni e delle proprietà lo rendevano di fatto un vicerè. La sua insigne era, oltre a quella del proprio casato, una coppa di Leocorno.

saluti
Vincenzo DAurelio
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda L.de Bellis » sabato 7 giugno 2008, 14:07

Preg.mo Vincenzo,

nel porgerti un graditissimo saluto, con il tuo permesso mi pregio inviarti una mia nota, forse stonata, circa il Ceto Contadino in Puglia, le Masserie, i Massari, i Galantuomini ecc. per meglio capire una realtà antichissima, accompagnata dal dolore,dai sacrifici per mantenere la proprietà, dal sudore dei campi e da una vita rurale che oggi non c'è piu, nella digressione mi avvalgo anche di autorevoli note di Altri Autori.

La Masseria : Origine

La masseria (massa) costituisce la struttura agraria più importante della campagna moderna.
Nei tempi antichi si intendeva il centro di produzione ed organizzazione del lavoro agricolo,inserita all’interno della grande proprietà fondiaria di Età Moderna (ed in parte medievale), dominata dal latifondo cerealicolo-pastorale.

Il loro interesse, oltre che storico ed architettonico, è anche culturale, costituendo degli autentici crocevia multidisciplinari fra storia, economia, diritto, demografia, agronomia, antropologia culturale, ecologia, architettura ed urbanistica la comprensione del quale richiede lo sviluppo di un approccio conoscitivo complesso.

Essa stessa ha affrontato nel corso della sua plurisecolare vita notevoli mutamenti, sia edilizi che organizzativi che gestionali.
Il precedente più interessante della masseria è rappresentato certamente dalla villa rustica romana, rispetto alla quale non mancano analogie, ma anche differenze essenziali.
Le prime si basano sul fatto che molte masserie sorgono su siti occupati a suo tempo da villae, come testimoniato da riscontri archeologici particolarmente significativi quelli relativi alla Masseria Purgatorio ( villae que vocatur Bigetti) e toponomastici, in primo luogo i prediali in -ano (come Rutigliano e molte altre) o le denominazioni contenenti Villa (Villanova).
Le differenze sono stigmatizzate invece dal diverso indirizzo colturale (la villa privilegiava infatti la coltura specializzata della vite e dell’ olivo) e dal ricorso alla manodopera schiavile.
Le prime strutture produttive denominate Maxariae di cui si ha notizia nel Barese risalgono al Medio Evo; si tratta di masserie regie, aziende pubbliche specializzate nella cerealicoltura, insistenti su territorio demaniale e gestite da un complesso e pletorico apparato burocratico.
Fu proprio la presenza di tali strutture ad impedire per lungo tempo la creazione di analoghe strutture gestite da imprenditori privati.

Strutture e antiche funzioni

In un primo momento l’indirizzo gestionale delle masserie era molto diversificato. Alcune avevano una preminente vocazione zootecnica, in relazione anche ai crescenti flussi di bestiame transumante, richiamato nel Barese, nel Foggiano e nel Tarantino dalla istituzione della Dogana della Mena delle Pecore, voluta dal Re aragonese Alfonso il Magnanimo . Nacquero così le Masserie di Pecore, ma anche di vacche e di maiali.
Un discorso a parte meritano le masserie equine, gestite in regime di monopolio dallo Stato.

Infatti in un primo momento l’indirizzo gestionale delle Masserie era molto diversificato,alcune avevano come tipologia una vocazione esclusivamente zootecnica(della Madonna,di S. Martino ,di Pagnotta, del Purgatorio)dette Masserie di Pecore (ove si allevava la Pecora Gentile di Puglia) per la lavorazione casearia e la produzione di carne e lana, ma anche di vacche e maiali.

In altre Masserie dette Regie (M. del Regio, M. S. Nicola),già ai tempi di Federico II,con amministrazione e governo proprio ,erano aziende statali specializzate finalizzate all’inserimento dello Stato nella rete dei commerci internazionali, si selezionava la razza bovina podolica oppure si selezionavano le sementi.

Molte masserie divengono di proprietà regia, regolate da particolari statuti (fra cui la "Costitutio...super massariis curiae" di Federico II e lo "Statutum massariarum" di Manfredi). Nel 1443, con la riorganizzazione della "Dohana Menae Pecudum" voluta dal re Alfonso d'Aragona, le masserie divengono punti strategici per la gestione della produzione agricola, ma soprattutto del traffico del bestiame soggetto a transumanza.

Istituite dette aziende agricole nelle Difese, aree escluse dalla fruzione pubblica, site una volta nelle Terre Universali, si allevavano anche vacche ,tori e buoi di razza,utilizzati in agricoltura anche per arare in coppia (il paricchio),spesso usati anche come unità di misura.

Una menzione a parte merita la Masseria Regia Equina detta Cavallerizza o Aratia, gestita dal Monopolio di Stato in periodo Aragonese,ove si selezionavano le razze equine per uso militare e da lavoro,vedi la nascita del Cavallo delle Murge, dal cavallo denominato Conversano o Napolitano.

I Conti di Conversano dedicarono passione e competenza nell’allevamento di dette razze equine.

Altre ancora dette Masserie da Campo, avevano l’indirizzo cerealicolo-zootecnico
(di de Bellis,di Poli,di Ciacci,ecc.) ove la coltivazione di cereali e leguminose nei parchi, e di olive e mandorle nelle chiusure e nei chiusi, ove una adeguata recinzione di muretti a secco impediva l’ingresso di pecore e di cinghiali. Le coltivazioni servivano al diretto sostentamento delle famiglie coltivatrici e del popolo,ma non si disdegnava l’allevamento di api e colombi .

In Provincia di Bari, ma anche in Puglia il ceto contadino fu rappresentato da gli ummene de fore,ceto agricolo consolidatosi a partire dagli anni della dominazione francese,vedendo nel vigneto una attività primaria e non una forma di redddito integrativo. Questo ceto si contrappose e assorbì quello più antico dei Comunanzieri.
Questi ultimi erano concessionari senza assoluto dominio di Terre appartenenti all’Universitas Civium,che usavano pratiche zootecniche,esercitando i diritti civili sul demanio comunale e gli usi civici su quello feudale o regio.

Dopo l’appadronamento delle Terre Universali,il termine comunanziere passò poi ad indicare un lavoratore agricolo sottoposto a contratto stagionale e che veniva pagato con i prodotti della terra.

Il termine fore,in dialetto locale,indica sia la qualifica del lavoratore agricolo di un fondo appoderato,che la terra sul quale esercita il proprio diritto di trasformazione, fore o mi, per me esso certamente deriva da un contratto di affitto di origine medioevale tipico della Galizia, detto Fuero ,oggi invece, erroneamente si crede voglia dire fuori,extra-moenia,terre fuori la città.

A questo contratto ben definito nel diritto spagnolo ricorreva la Chiesa che concedeva ben definiti lotti di terreno,in possesso a piccoli coltivatori diretti, in una forma di enfiteusi ereditaria.

Anche i nostri foreros, ebbero in concessione dalle Enti ecclesiastici e dagli Ordini cavallereschi,la Terra,solo successivamente, nei secoli stipularono contratti ad meliorandum con i Galantuomini ,obligandosi a pagare l’annuo estaglio,quest’ultimi non disponevano di capitali da investire nelle trasformazioni colturali, poi nel tempo si passò alla mezzadria. In merito ai Galantuomini una precisazione, essi venivano divisi dal popolino in vecchie sciammerghe e prime sciammerghe, detti così perchè indossavano un abito caratteristico della nobiltà locale detto giamberga, i primi rappresentavano la nobiltà antica, i secondi la gente nuova ovvero la borghesia nascente fornita di capacità imprenditoriali che aveva scalato i primi gradini della scala sociale.

I Braccianti agricoli , ovvero i giornalieri o avventizi, in Puglia nei tempi antichi furono anche detti villani, termine derivato dalla antica villa rustica, di romana memoria,poi appellati cafoni ovvero operai agricoli che si reggevano i pantaloni ca'-fune( con la fune o spago)e in ultimo in periodo spagnolo vennero anche detti in dialetto barese cozzali, non perché mangiassero... le ottime cozze, ma perché questi lavoratori della terra portavano un caratteristico copricapo dell'epoca detto in spagnolo cociales.

All'interno della classe bracciantile c'erano delle specificità legate al lavoro u r'mnatore( potatore )u vignarul ( vignarolo),u zappator ecc

Sottoposti a questi ancora c’erano i ualani ,ovvero mozzi di stalla addetti al governo del bestiame e i vastasi per il trasporto a spalla di ogni merce, e le donne dette in dialetto locale i femene, ragazze o donne adulte sottopagate, adoperate in campagna per la raccolta del grano ,delle olive e dell'uva, invece sopra tutti la figura du 'Massar, ovvero il fiduciario del padrone ed amministratore della proprietà avita, in seguito furono questi ad acquistare i fondi rustici dai Galantuomi e a costituire la nuova borghesia rurale.

Certo di rendere uno spaccato di vita rurale porgo distinti saluti.

Lorenzo longo de Bellis
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda vdaurelio » lunedì 9 giugno 2008, 8:30

Caro Lorenzo,
come sempre faccio tesoro dei tuoi appunti e questi sono graditissimi.
Spero di leggerti ancora.
Un caro saluto
Vincenzo DAurelio
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda laura1 » venerdì 12 dicembre 2008, 11:31

Vorrei riaprire la discussione chiedendo che figura era quella del FAMELIO, che dovrebbe essere legata a quella del massaro.
Grazie
Laura
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda vdaurelio » venerdì 12 dicembre 2008, 12:01

Cara Laura,

il Famelio non l'ho mai incontrato. Sicura che sia scritto proprio così?
Esiste il termine di FAMEDIO che è un piccolo tempio funerario in cui si tumulavano personaggi importanti.
Ciao
Vincenzo DAurelio
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda fabrizio guinzio » venerdì 12 dicembre 2008, 13:13

Non potrebbe corrispondere a famiglio? Nella definizione di famiglia risalente al Diritto Romano questa è composta dai familiari(per parentela agnatica) e dai famigli(per dipendenza, il personale di servizio). Ciao, Fabrizio
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda Guido5 » venerdì 12 dicembre 2008, 14:39

Cari amici,
io non avrei dubbi: "famulus" è il servo e fra le famiglie agricole con molti figli era normale, fino a non molti anni fa, mandarne uno o più a lavorare per quelle che avevano invece bisogno di braccia. Questi particolari "garzoni" diventavano vere e proprie persone di famiglia per chi li ospitava.

Ciao a tutti!
Guido5
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda laura1 » martedì 16 dicembre 2008, 10:04

Grazie, ne deduco che fosse senz'altro il "famulus", in quanto sul documento c'è scritto:
"Batta massaro [...] e il suo famelio Gio Giacomo d'anni 18 che laùra in campagna".

Grazie per l'esauriente risposta
Laura
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda San Celestino » martedì 14 febbraio 2012, 2:12

xxx
Ultima modifica di San Celestino il sabato 14 novembre 2015, 3:47, modificato 1 volta in totale.
Se in vita non date un po' di voi agl'altri non rimarrà nulla di voi che valga la pena di vivere!
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Re: Il Siniscalco e Il Massaro

Messaggioda FP » martedì 14 febbraio 2012, 12:11

Francesco, pubblico anche qua un pezzo dello Statuto di Lucoli (L'Aquila) per far vedere che, oltre alla professione di Massaro (cioè gestore di masseria) esisteva anche una carica pubblica di Massaro (che era "officio" elettivo e retribuito):

In primis che il Sindico, et massari et tutti gl'altri Officiali della predetta Università si debbiano creare in ogni giorno di domenica nelli tempi soliti alla Badia di S.Giovanni presente il popolo, et conforme il solito, altrimente l'elettione sia nulla.
1) Item che l'officio del Sindico sia per un anno et l'Officio delli Massari per sei mesi, et il salario del Sindico siano ducati 12 et delli Massari ducati 6 per ciascheduno.
2) Item che il Sindico et Massari debbiano assistere, et resedere nel loro Officio, et in caso di necessità d'assenza non possano vacare più di due mesi, con lasciare però il sostituto idoneo con consenso degl'altri Officiali.
3) Item che detti Sindico et Massari debbiano essere riveriti et rispettati et se li debbia dare il luogo tanto in chiesa, quanto altrove, conforme si conviene all'Officio.

Ora come vediamo questi Massari avevano certamente un ruolo importante nell'Università e a mio avviso potevano essere nobili, non nobili, ricchi o un po' benestanti. Ovviamente la carica di per sé non era nobilitante, ma come leggiamo nello Statuto di Lucoli comportava un onore.
Discorso diverso invece va fatto per i Massari di terre, cioè dei semplici gestori di una masseria. In quel caso NON erano mai nobili! Come può un lavoratore manuale essere nobile, d'altronde?
~ Tua vivimus luce ~
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