Stemmi da identificare

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Messaggioda Tilius » mercoledì 30 gennaio 2008, 21:06

StefanoM ha scritto:Immagine

Sembra l'antico stemma dei Gonzaga di Mantova :shock:

Ma un fasciato incolore può appartenere a chiunque :(


...erano venuti in mente anche a me i Corradi da Gonzaga... :D
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Messaggioda Rita L. » mercoledì 30 gennaio 2008, 22:49

Il portale è certamente trecentesco, sia perchè posto notevole altezza da terra, sia per la scrittura gotica (una frase leggibile dice "Hoc Opus fecit facere"), sia per la data che ivi è scolpita con chiarezza: "Anno Domini Millesimo XX III".

La storia di Monterastello si può riassumere così: la prima menzione di Monterastello è in un documento del 1147 del monastero di S. Pietro di Modena. Successivamente troviamo citazioni nelle dedizioni del 1197 ed in altri giuramenti del 1205 e 1276. Nel 1276 Monterastello fu rappresentato nei giuramenti da Aldrovandino da Verica.
Dalla metà del XIV sec in questa zona si impone il potere dei Montecuccoli, in relazione alla scomparsa dei signori Da Verica inghiottiti dalle lotte tra guelfi e ghibellini. Però già partire dal 1315 nel castello di Monterastello si ritira Guidinello da Montecuccoli, dopo aver perso Montese nel contesto della lotta tra lui e Manfredo Rastaldi. In quel periodo molto fluido in fatto di alleanze e partiti, i Montecuccoli (famiglia di tradizione ghibellina) oscillano tra allenze sia con gibellini sia con guelfi, scegliendo l'uno e l'altro a seconda della convenienza del momento.
Nel 1387 questo strategico fortilizio è in mano a Lanzalotto Montecuccoli, che lo cede ai bolognesi assieme a molti altri, nel nome dell'alleanza guelfa contro il cugino Gasparo Montecuccoli.
Nel 1394, i lucchesi intervenuti nella contesa riaffidano Monterastello a Lanzalotto. Nel 1396 in seguito alla controversia tra il Marchese D'Este e Lanzalotto, i comuni di Firenze e Bologna arbitri della disputa, riconfermarono al Montecuccoli il potere su tutta la zona di Monterastello.

Scomparso Lanzalotto, nel 1405 il Marchese Niccolo III D'Este infeudò Monterastello alla famiglia Pio di Carpi. Nel 1535, dopo un secolo di prosperità nella quale la fortezza si trasforma in una nobile residenza, i Pio lasciano il feudo per avvenuta confisca, e la torre si trasforma subito in un covo di briganti.
Briganti come gli sgherri della famiglia dei Tanari di Gaggio Montano imperversavano nella zona. Nel 1535 il bargello di Modena voleva abbattere la forte e robusta torre, ma fu dissuaso dal bargello di Guiglia, che voleva appunto salvare "sì bella e ben costrutta forte torre".

La chiesa di S. Giorgio si trova nominata nella "curtis" di Verica già nel 1016 e forse il titulus potrebbe essere indicativo dell'esistenza di un presidio longobardo (ipotesi). Perde d'importanza per la troppa vicinanza con la pieve di S. Geminiano di Verica e nel 1623 è già "Si-ne cura d'anime e soggetta alla pieve di Verica". Dopo quella data non se ha più notizie. Oggi è scomparsa e non si sa dove fosse esattamente ubicata.

Ho trovato alcune brevissime notiziole sugli stemmi e le raffigurazioni del portale che dicono:
- gli stemmi potrebbero appartenere alla famiglia Pio
- L'aquila rappresenterebbe la Federazione Frignanese

Però io ho visionato lo stemma dei Pio di Savoia, ma è diverso da quelli del portale.
Sull'aquila invece credo rappresenti l'Impero.
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Messaggioda FML » mercoledì 30 gennaio 2008, 23:56

Rita L. ha scritto:Ho trovato alcune brevissime notiziole sugli stemmi e le raffigurazioni del portale che dicono:
- gli stemmi potrebbero appartenere alla famiglia Pio
- L'aquila rappresenterebbe la Federazione Frignanese

Però io ho visionato lo stemma dei Pio di Savoia, ma è diverso da quelli del portale.
Sull'aquila invece credo rappresenti l'Impero.

Gentile sig.ra Rita,

lo stemma originale dei Pio è, come già accennato, "fasciato di rosso e d'argento di quattro pezzi". Questo significa che, indipendentemente dagli smalti, nello scudo sono visibili quattro fasce.
Un autore di cose araldiche, Giovanni Battista di Crollalanza, nell'opera Dizionario Storico Blasonico delle Famiglie Italiane fa menzione di un ramo della famiglia Pio che in luogo dello stemma descritto, ne ebbe uno "di rosso, a due fasce d'argento". In questo caso nello scudo saranno presenti, indipendentemente dagli smalti, cinque fasce.

La storia del castello di Monterastello, in cui il manufatto trecentesco è ubicato, sembra proporre tutti i nomi delle famiglie che ebbero questo fortilizio in feudo. Tra queste sappiamo di sicuro che i Pio di Carpi innalzarono uno stemma con le "fasce".
Prima di allargare la ricerca ad un raggio di azione più grande, si dovrebbe indagare su quale delle altre famiglie feudatarie utilizzò eventualmente uno stemma simile. Escludendo da subito i Montecuccoli.

Cordialmente,
Ferrante
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stemma da identificare

Messaggioda Fra' Cesare da Serravalle » giovedì 31 gennaio 2008, 8:25

Carissimi, due parole per sottolineare la profondità dell’ esegesi apocalittica proposta dal rarissimo (ripeto rarissimo) Don Antonio che qui tuttavia non mi pare trovi luogo. L’agnello, dalla testa rivolta, è nimbato e crociato. La falce di luna che accosta il fregio ornato da palmette sembra riportare un monogramma che solo in parte richiama quello bernardiniano, ed un altro segno.
L’aquila coronata e rivolta stringe negli artigli a sinistra un oggetto che non so riconoscere, a destra ciò che giurerei essere una morsa o una pastoia (mi fa venire alla mente anche il sistrum dei devoti di Iside, ma questo è effetto di ciò che gli psicologi definiscono allucinazioni ipnopompiche).
Certo siamo di fronte ad un apparato iconografico significativo, con il volto del re dallo sguardo attonito, su un versante, e la figurina sull’altro. E cosa sarà l’oggetto che questa ha davanti a sé ed al quale sembra appoggiare il braccio? Lo scioglimento dell’iscrizione, nella quale riesco solo a vedere, come già la Gentile Signora Rita ha detto, “Hoc opus fecit facere” e “Ano d.ni mil.o CCC XX III” e pochi altri frammentari caratteri, offrirà certamente elementi più precisi, in primis il nome del committente.
È confortante assistere ad un impegno corale tanto partecipato.
Benedicamus Domino, Fra’ Cesare
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Messaggioda Rita L. » giovedì 31 gennaio 2008, 9:30

lo stemma originale dei Pio è, come già accennato, "fasciato di rosso e d'argento di quattro pezzi". Questo significa che, indipendentemente dagli smalti, nello scudo sono visibili quattro fasce.
Un autore di cose araldiche, Giovanni Battista di Crollalanza, nell'opera Dizionario Storico Blasonico delle Famiglie Italiane fa menzione di un ramo della famiglia Pio che in luogo dello stemma descritto, ne ebbe uno "di rosso, a due fasce d'argento". In questo caso nello scudo saranno presenti, indipendentemente dagli smalti, cinque fasce.


Egregi signori, come vi ho detto, molta è la mia ignoranza in questo campo, quindi chiedo venia...

Avevo intuito, ma volevo leggere nei vostri interventi, ciò che sopra ho quotato: cioè che lo stemma Originale dei Pio è "fasciato di rosso e d'argento di quattro pezzi".
Grazie. Quindi lo stemma che conosco (vedi sotto) dei Pio, è l'evoluzione di quello originario della casata (sempre però mantenendo in un quarto le fasciature)

Immagine

Ritornando al portale, come giustamente dice Zaccheo, la ricerca deve vertere sul verificare quali altre famiglie feudatarie della zona posso aver avuto un simile stemma. Perchè ciò che mi sfugge è come sia possibile che, alla data scolpita sul portale, in un castello posseduto dai Montecuccoli siano presenti stemmi della famiglia dei Pio. Sarebbe più logico che il feudatario del castello avesse fatto scolpire il suo stemma o quello dei suoi alleati.

Una nota sulla scritta: pare che questa continuasse anche tutt'intorno al bordo superiore, ma che nel tempo e causa i restauri, quella parte sia andata perduta (infatti sul margine destro sembra di scorgere scritte mezzo cancellate). Scusate per la qualità delle foto, vedrò di fotografarle meglio appena potrò.

Comprendo che la mia ricerca sarà lunga... Comunque grazie a tutti voi per il preziosissimo aiuto che mi state dando.
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Messaggioda vdaurelio » giovedì 31 gennaio 2008, 10:01

Cari amici,
dall'osservazione dei due scudi c'è però da rilevare che uno a differenza dell'altro è ornato da rami fogliati e pertanto potrebbe essere un altro stemma. La presenza contestuale di agnello e aquila potrebbe essere un messaggio esoterico come quello utilizzato dai Templari "leone+agnello" per indicare la "forza e la misericordia"? Inoltre lo stemma a destra del portale riporta una figura che sembra un feto e a destra un "re". Se si legge da questa direzione potremmo asserire che il soggetto sia nato nella famiglia del primo scudo e poi è divenuto re e la sua famiglia è divenuta reale (stesso scudo + alloro) ricordando che il simbolo dell'alloro era utilizzato in epoca romana a significare gli imperi. Impero giustificato dalla presenza dell'aquila che nella simbologia di Roma antica distingue appunto gli imperatori.
Spero di non aver fatto confusione.
Saluti cari
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Messaggioda StefanoM » giovedì 31 gennaio 2008, 11:09

Forse la soluzione si cela nella scritta che orna l'arcata. Cosa dice? :wink:
A me sembra un testo bello lungo.
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Re: stemma da identificare

Messaggioda Guido5 » giovedì 31 gennaio 2008, 11:54

Fra' Cesare da Serravalle ha scritto:... La falce di luna che accosta il fregio ornato da palmette sembra riportare un monogramma che solo in parte richiama quello bernardiniano, ed un altro segno ...
Caro fra Cesare,
su questo non ho molti dubbi perché il trigramma di san Bernardino (in caratteri gotici, con l'asta della h crociata e accompagnato da quella che può benissimo essere una "chi" greca (χ, o una semplice x, o una croce di sant'Andrea) è ripetuto sopra la schiena dell'agnello, ma con la X a sinistra, oltre la croce.

Ciao a tutti!
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Messaggioda FML » giovedì 31 gennaio 2008, 13:04

Rita L. ha scritto:Avevo intuito, ma volevo leggere nei vostri interventi, ciò che sopra ho quotato: cioè che lo stemma Originale dei Pio è "fasciato di rosso e d'argento di quattro pezzi".
Quindi lo stemma che conosco (vedi sotto) dei Pio, è l'evoluzione di quello originario della casata (sempre però mantenendo in un quarto le fasciature).

Esatto, gentile sig.ra Rita. In particolare nel primo quarto dell'arma Pio di Savoia da lei postato, avrà notato di certo la croce sabauda data in concessione alla famiglia emiliana, ed appositamente bordata a modo di brisura (= variazione introdotta in una parte di uno stemma per differenziarlo da quello del suo titolare).

Immagine

Ritornando al portale (...) la ricerca deve vertere sul verificare quali altre famiglie feudatarie della zona posso aver avuto un simile stemma. Perchè ciò che mi sfugge è come sia possibile che, alla data scolpita sul portale, in un castello posseduto dai Montecuccoli siano presenti stemmi della famiglia dei Pio.

Questo dato storico (da verificare, tuttavia, con maggiore accuratezza) pone degli oggettivi dubbi anche a me.


I Pio di Carpi fin dalla metà del sec. XIV furono vicari imperiali di Modena (da qui l'uso del "capo dell'Impero", cioè "l'aquila nera in campo d'oro, nel loro stemma), quindi Signori di Carpi. Viene spontaneo pensare che in quel tempo ebbero vasta influenza su tutta la zona. Senza parlare degli eventuali imparentamenti contratti con altri nobili casati del luogo. Dia uno sguardo: http://www.scuole.comune.carpi.mo.it/2c ... _carpi.htm

Buon lavoro di ricerca! :)

Ferrante
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Re: stemma da identificare

Messaggioda Antonio Pompili » giovedì 31 gennaio 2008, 13:26

Guido5 ha scritto:
Fra' Cesare da Serravalle ha scritto:... La falce di luna che accosta il fregio ornato da palmette sembra riportare un monogramma che solo in parte richiama quello bernardiniano, ed un altro segno ...
Caro fra Cesare,
su questo non ho molti dubbi perché il trigramma di san Bernardino (in caratteri gotici, con l'asta della h crociata e accompagnato da quella che può benissimo essere una "chi" greca (χ, o una semplice x, o una croce di sant'Andrea) è ripetuto sopra la schiena dell'agnello, ma con la X a sinistra, oltre la croce.

Questa ripetizione delle lettere - mi permetto di ricordarlo - l'avevo già sottolineata in un precedente intervento... E anche essa, oltre alla semplice vicinanza tra luna e tondo dell'Agnus Dei, è certo segno del legame tra le due figure (come già scrivevo).
Non cercherei poi un legame troppo stretto tra Agnello-luna e il complesso sottostante aquila-stemmi. Ipotizzavo sopra la possibilità di due piani rappresentativo-simbolici: il piano cristologico-ecclesiologico sopra e quello terreno/sociale-politico sotto (impero-famiglia titolare dello stemma?). Ma non andrei oltre nel cercar di collegare l'Agnello agli stemmi sottostanti. Semplicemente l'Agnello pasquale si trova ad ornamento dei portali e degli archi di numerosissime chiese, soprattutto nel periodo di fondazione dell'edificio di cui stiamo parlando.
Non è l'Agnello di giovannea provenienza (figura che amo particolarmente tanto da aver costituito a suo tempo l'oggetto della mia Thesis ad Licentiam docendi in Sacra Scriptura) che deve interessarci per l'individuazione del titolare degli stemmi. Resta di fondamentale importanza la scritta per capire - come già osservato dall'ottimo Fra' Cesare - il nome del committente.
ImmagineQUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a)
TU SCIS QUIA AMO TE (Gv 21,17b)
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Messaggioda Rita L. » giovedì 31 gennaio 2008, 20:09

Vorrei riportare una notizia che mi è stata data dal proprietario del maniero. Mi ha detto che la figura da Voi identificata come Agnus Dei e la luna sarebbero dei simboli Templari, precisamente riconducibili ad uno stemma di una magione francese (non si ricordava il nome). Quindi, sempre secondo il proprietario, Guidinello Montecuccoli sarebbe stato un templare, ed il castello una magione.

Secondo me però, questa notizia non può esser vera per due ragioni.
Primo: Mi pare che la vostra identificazione dell'Agnus Dei e le scritte nella luna come simbologia di S.Bernardino siano più che mai certe ed inoppugnabile.
Secondo: nel 1323 (anno scolpito nell'architrave), purtroppo i Templari non c'erano più come ordine, sciolti e dispersi con la Bolla Papale di Clemente V datata 1312.
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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » giovedì 31 gennaio 2008, 20:12

Questi tuoi ragionamenti sono limpidi e ineccepibili, cara Rita.

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Messaggioda StefanoM » sabato 2 febbraio 2008, 11:42

Quando le cose non quadrano ecco che spuntano sempre i Templari :1:

Nel medioevo non era perniente raro appellare il Cristo come "Solem iustitiae", attributo che prende le mosse da un passo delle Sacre Scritture, credo Isaia.

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San Bernardino nacque l’8 settembre 1380 a Massa Marittima (Grosseto) da Albertollo degli Albizzeschi e da Raniera degli Avveduti; il padre nobile senese era governatore della città fortificata posta sulle colline della Maremma.
A sei anni divenne orfano dei genitori, per cui crebbe allevato da parenti, prima dalla zia materna che lo tenne con sé fino agli undici anni, poi a Siena a casa dello zio paterno, ma fino all’età adulta furono soprattutto le donne della famiglia ad educarlo, come la cugina Tobia terziaria francescana e la zia Bartolomea terziaria domenicana.
Ricevette un’ottima educazione cristiana ma senza bigottismo, crebbe sano, con un carattere schietto e deciso, amante della libertà ma altrettanto conscio della propria responsabilità.
Studiò grammatica, retorica e lettura di Dante, dal 1396 al 1399 si applicò allo studio della Giurisprudenza nella Università di Siena, dove conseguì il dottorato in filosofia e diritto; non era propenso alla vita religiosa, tanto che alle letture bibliche preferiva la poesia profana.
Verso i 18 anni, pur seguitando a vivere come i coetanei, entrò nella Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Scala, una compagnia di giovani flagellanti, che teneva riunioni a mezzanotte nei sotterranei del grande ospedale posto di fronte al celebre Duomo di Siena.
Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste; e anche molti medici e infermieri dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, morirono contagiati, per cui il priore chiese pubblicamente aiuto.
Bernardino insieme ai compagni della Confraternita si offrì volontario, la sua opera nell’assistenza agli appestati durò per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò a scemare.
Trascorsero poi altri quattro mesi, tra la vita e la morte, essendosi anch’egli contagiato; guarito assisté poi per un anno la zia Bartolomea diventata cieca e sorda.

La scelta Francescana
In quel periodo cominciò a pensare seriamente di scegliere per la sua vita un Ordine religioso, colpito anche dall’ispirata parola di s. Vincenzo Ferrer, domenicano, incontrato ad Alessandria.
Alla fine scelse di entrare nell’Ordine Francescano e liberatosi di quanto possedeva, l’8 settembre 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena; per completare il noviziato, fu mandato sulle pendici meridionali del Monte Amiata, al convento sopra Seggiano, un villaggio di poche capanne intorno ad una chiesetta, detto il Colombaio.
Il convento apparteneva alla Regola dell’Osservanza, sorta in seno al francescanesimo 33 anni prima, osservando appunto assoluta povertà e austerità, prescritte dal fondatore san Francesco; e con la loro moderazione, che li distingueva dagli Spirituali più combattivi nei decenni precedenti, gli Osservanti si opponevano al rilassamento dei Conventuali, con discrezione e senza eccessi.
Frate Bernardino visse al Colombaio per tre anni, facendo la professione religiosa nel 1403 e diventando sacerdote nel 1404, celebrò la prima Messa e tenne la prima predica nella vicina Seggiano e come gli altri frati del piccolo convento, prese a girare scalzo per la questua nei dintorni. Nel 1405 fu nominato predicatore dal Vicario dell’Ordine e tornò a Siena.

La sua formazione, studi, prime predicazioni
Dopo un po’, da Siena andò con qualche compagno nel piccolo romitorio di Sant’Onofrio sul colle della Capriola di fronte alla città; da tempo questo conventino era abitato da frati dell’Osservanza, qui fra’ Bernardino volle costruire un nuovo convento più grande, esso apparteneva all’Ospedale della Scala ed egli riuscì ad ottenerlo in dono, ma giacché i Frati Minori non potevano accettare donazioni, si impegnò a versare in cambio una libbra di cera all’anno.
Aveva circa 25 anni e restò alla Capriola per 12 anni, dedicandosi allo studio dei grandi dottori e teologi specie francescani; raccogliendo e studiando materiale ascetico, mistico e teologico.
In quel periodo, fu a contatto col mondo contadino ed artigiano delle cittadine dei dintorni, imparando a predicare per farsi comprendere da loro, con espressioni, immagini vivaci e aneddoti che colpissero l’attenzione di quella gente semplice, a cui affibbiava soprannomi nelle loro attività e stile popolano di vivere, per farli divertire; così la massaia disordinata era “madama Arrufola” e la giovane che ‘balestrava’ con occhiate languide i giovani dalla sua finestra, era “monna Finestraiola”.
Per una malattia alle corde vocali che per qualche anno lo colpì, rendendo la sua voce molto fioca, Bernardino da Siena, stava per chiedere di essere esonerato dalla predicazione. Ma inaspettatamente un giorno la voce ritornò non soltanto limpida, ma anche musicale e penetrante, ricca di modulazioni.
Sul colle della Capriola tornava spesso dopo i suoi lunghi viaggi di predicatore, per ritrovare li spirito di meditazione e per scrivere i “Sermoni latini”; formò molti discepoli fra i quali san Giacomo della Marca, san Giovanni da Capestrano, i beati Matteo da Agrigento, Michele Cercano, Bernardino da Feltre e Bernardino da l’Aquila.

Il grande predicatore popolare
Nel 1417 padre Bernardino da Siena fu nominato Vicario della provincia di Toscana e si trasferì a Fiesole, dando un forte impulso alla riforma in atto nell’Ordine Francescano.
Contemporaneamente iniziò la sua straordinaria predicazione per le città italiane, dove si verificava un grande afflusso di fedeli che faceva riempire le piazze; tutta la cittadinanza partecipava con le autorità in testa, e i fedeli affluivano anche dai paesi vicini per ascoltarlo.
Dal 1417 iniziò a Genova la sua prodigiosa predicazione apostolica, allargandola dopo i primi strepitosi successi, a tutta l’Italia del Nord e del Centro.
A Milano espose per la prima volta alla venerazione dei fedeli, la tavoletta con il trigramma; da Venezia a Belluno, a Ferrara, girando sempre a piedi, e per tutta la sua Toscana, dove ritornava spesso, predicò incessantemente; nel 1427 tenne nella sua Siena un ciclo di sermoni che ci sono pervenuti grazie alla fedele trascrizione di un ascoltatore, che li annotava a modo suo con velocità, senza perdere nemmeno una parola.
Da queste trascrizioni, si conosce il motivo dello straordinario successo che otteneva Bernardino; sceglieva argomenti che potevano interessare i fedeli di una città ed evitava le formulazioni astruse o troppo elaborate, tipiche dei predicatori scolastici dell’epoca. Per lui il “dire chiaro e breve” non andava disgiunto dal “dire bello”, e per farsi comprendere usava racconti, parabole, aneddoti; canzonando superstizioni, mode, vizi.
Sapeva comprendere le debolezze umane, ma era intransigente con gli usurai, considerati da lui le creature più abbiette della terra. Le conversioni spesso clamorose, le riconciliazioni ai Sacramenti di peccatori incalliti, erano così numerosi, che spesso i sacerdoti erano insufficienti per le confessioni e per distribuire l’Eucaristia.
Quando le leggi che reggevano un Comune, una Signoria, una Repubblica, erano ingiuste e osservarle significava continuare l’ingiustizia, Bernardino da Siena, in questi casi dichiarava sciolti dal giuramento i pubblici ufficiali e invitava la città a darsi nuove leggi ispirate al vangelo; e le città facevano a gara per ascoltarlo e ne accettavano le direttive.

Il trigramma del Nome di Gesù

Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico, la riassumeva nella devozione al Nome di Gesù e per questo inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco (ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede; l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.
Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.
Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione.
In effetti ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
Quindi la novità di s. Bernardino fu di offrire come oggetto di devozione le iniziali del nome di Gesù, attorniato da efficaci simbolismi, secondo il gusto dell’epoca, amante di stemmi, armi, simboli.
L’uso del trigramma, comunque gli procurò accuse di eresie e idolatria, specie dagli Agostiniani e Domenicani, e Bernardino da Siena subì ben tre processi, nel 1426, 1431, e 1438, dove il francescano poté dimostrare la sua limpida ortodossia, venendo ogni volta assolto con il favore speciale di papa Eugenio IV, che lo definì “il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro, fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli in Italia e fuori”.


Riformatore dell’Ordine Francescano
Bernardino, che fin dal 1421 era Vicario dei Frati Osservanti di Toscana e Umbria, nel 1438 venne nominato dal Ministro Generale dell’Ordine Francescano, Vicario Generale di tutti i conventi dell’Osservanza in Italia.
Nella sua opera di riforma, portò il numero dei conventi da 20 a 200; proibì ai frati analfabeti o poco istruiti, di confessare e assolvere i penitenti; istituì nel convento di Monteripido presso Perugia, corsi di teologia scolastica e di diritto canonico; s’impegnò a fare rinascere lo spirito della Regola di s. Francesco, adattandola alle esigenze dei nuovi tempi.
Rifiutò per tre volte di essere vescovo di diocesi, che gli furono offerte.

Gli ultimi anni, la morte
Nel 1442, sentendosi oltremodo stanco, soffriva di renella, infiammazione ai reni, emorroidi e dissenteria, rassegnò le sue dimissioni dalla carica, che aveva accettato per spirito di servizio verso l’Ordine.
Nel fisico sembrava più vecchio dei suoi 62 anni, aveva perso tutti i denti, tranne uno e quindi le gote gli si erano incavate, ma quell’aspetto emaciato l’aveva già a 46 anni, quando posò per un quadro dal vivo, oggi conservato alla Pinacoteca di Siena.
Libero da responsabilità riprese a predicare, nonostante il cattivo stato di salute; i senesi gli chiesero di recarsi a Milano per rinsaldare l’alleanza con il duca Filippo Maria Visconti contro i fiorentini; da lì proseguì poi per il Veneto, predicando a Vicenza, Verona, Padova, Venezia, scendendo poi a Bologna e Firenze, nella natia Massa Marittima predicò nel 1444 per 40 giorni.
Ritornato a Siena si trattenne per poco tempo, perché voleva ancora compiere una missione di predicazione nel Regno di Napoli, dove non si era mai recato, con l’intenzione di predicare anche lungo il percorso; accompagnato da alcuni frati senesi, toccò il Trasimeno, Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Rieti, ma già in prossimità de L’Aquila, il suo fisico cedette allo sforzo e il 20 maggio 1444 fu portato in lettiga al convento di San Francesco, dentro la città, dove morì quel giorno stesso a 64 anni, posto sulla nuda terra come s. Francesco, dietro sua richiesta.
Dopo morto, il suo corpo esposto alla venerazione degli aquilani, grondò di sangue prodigiosamente e a tale fenomeno i rissosi abitanti in lotta fra loro, ritrovarono la via della pace.
I frati che l’accompagnavano, volevano riportare la salma a Siena, ma gli aquilani, accorsi in massa lo impedirono, concedendo solo gli indumenti indossati dal frate, oggi conservati nel convento della Capriola a Siena.
Nelle città dov’era vissuto, furono costruiti celebri oratori, chiese, mausolei, come quello di S. Bernardino nella omonima chiesa dell’Aquila, dove riposa.
Sei anni dopo la morte, il 24 maggio 1450, festa di Pentecoste, papa Niccolò V lo proclamò santo nella Basilica di S. Pietro a Roma. San Bernardino è compatrono di Siena, della nativa Massa Marittima, di Perugia e dell’Aquila.
Una città in California porta il suo nome. È invocato contro le emorragie, la raucedine, le malattie polmonari. La sua festa si celebra il 20 maggio.

Autore dell'aticolo: Antonio Borrelli

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StefanoM
 
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Messaggioda Rita L. » sabato 2 febbraio 2008, 20:32

Dopo l'esaustivo escursus sulla vita di Bernardino fatto da StefanoM (il quale ringrazio per aver dato un'ottima spiegazione del Monogramma di Bernardino, che ho visto centinaia di volte murato sulle case della mia provincia ma di cui non conoscevo il significato), possiamo senz'altro affermare che la pietra con scolpito l'Agnus Dei e la luna con il monogramma di Bernardino, non c'entra nulla con l'architrave, quindi posta lì successivamente.

Grazie a tutti per l'encomiabile aiuto.

Vorrei chiedere: per fare una ricerca sugli stemmi delle famiglie di Modena, c'è un libro o una pubblicazione che potrei consultare? Sapreste indirizzarmi? Grazie a tutti
Rita L. Modena
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Messaggioda Antonio Pompili » sabato 2 febbraio 2008, 21:19

Rita L. ha scritto:Dopo l'esaustivo escursus sulla vita di Bernardino fatto da StefanoM (il quale ringrazio per aver dato un'ottima spiegazione del Monogramma di Bernardino, che ho visto centinaia di volte murato sulle case della mia provincia ma di cui non conoscevo il significato), possiamo senz'altro affermare che la pietra con scolpito l'Agnus Dei e la luna con il monogramma di Bernardino, non c'entra nulla con l'architrave, quindi posta lì successivamente.

Un momento...
Il monogramma IHS (o anche IHC, o JHS), derivato dalla prime tre lettere del nome greco di Gesù (iota-eta-sigma) fu particolarmente diffuso dalla predicazione di San Bernardino. Ma si ritrova già da prima. Nella pietra con la luna scolpita si trovano inoltre solo le lettere (e così pure nel tondo, a sormontare la schiena dell'Agnello), timidamente incise. Ben altra cosa rispetto alle lettere iscritte nel sole dell'immagine offerta dal santo senese alla devozione dei fedeli.
A parte questo, mi sembra che l'Agnus Dei e l'architrave risalgano allo stesso periodo: lo stile è lo stesso (come la pietra usata del resto). Non mi sembra ci possano esser tanti dubbi a riguardo.
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TU SCIS QUIA AMO TE (Gv 21,17b)
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