da carsus » giovedì 3 maggio 2007, 19:00
Tersilio Leggio
Il monastero di S. Martino iuxta mare aedificatum.
Alcune riflessioni sulle origini
Il passaggio dalla tarda antichità all’alto medioevo vide le Marche sconvolte da una serie di sanguinosi accadimenti bellici che, sommandosi a disastrosi eventi naturali, provocarono una forte crisi demografica ed una profonda depressione economica in una società locale già intensamente provata . Anche il paesaggio religioso fortemente, connotato da un notevole numero di diocesi - cir-ca 15 – mostrava segni di notevoli turbamenti a causa della presenza di correnti pelagiane, testimo-niata sullo scorcio del secolo V da una lettera di papa Gelasio I (492-496) ai vescovi del Piceno .
In questo quadro di grande e profonda incertezza, sia sul piano civile che su quello religioso, si ebbe l’impatto dello stanziamento longobardo, con modalità, tempi e ritmi che restano abbastanza incerti a causa della lacunosità delle fonti . Sull’importanza dell’impatto dei longobardi sull’articolazione territoriale delle strutture religiose le posizioni sono ancora notevolmente diver-genti, sulla scia della forte polemica che si innescò agli inizi del secolo XX tra mons. Duchesne ed Amedeo Crivellucci . Non appare, però, a mio avviso, irrilevante introdurre ulteriori elementi di ri-flessione, ovvero la necessità di distinguere, all’interno delle singole aree regionali, diversità di comportamento dovute quasi esclusivamente alla esistenza contingente di frizioni di carattere poli-tico-militare, che si verificavano in particolar maniera nelle zone di frontiera. Anche la nascita del ducato di Spoleto è particolarmente nebulosa, atmosfera appena diradata dalle acute ipotesi del Ba-gnetti a proposito del suo fondatore, il duca Faroaldo I , con le tappe della conquista del Piceno che appaiono abbastanza definite .
Se è vero che in Sabina lo stanziamento longobardo comportò notevoli mutamenti nel pae-saggio religioso, già in parte disarticolato, aprendo di conseguenza ampi varchi ad una diffusa «de-cristianizzazione», che assunse con molta probabilità connotazioni più marcate nelle aree rurali e montuose, lambite in passato in modo marginale dall’opera di evangelizzazione, favorendo il ger-mogliare e l’affermarsi di una religione contadina , è anche vero che, sia pur con accentuazioni di-verse, il fenomeno ebbe larga diffusione in vaste zone dell’Italia centrale ed anche nel Piceno come si è visto in precedenza.
L’arrivo dei longobardi apportò una ulteriore complicazione. Anche se il ducato di Spoleto sembra essere stato fondato da Faroaldo I, che comandava delle truppe federate con i bizantini, assumendo una posizione autonoma, intrisa di tradizioni germaniche senza una particolare avversione per la cultura e per le tradizioni locali , non si può non rilevare come i duchi spoletini, così come quelli beneventani, siano rimasti a lungo legati all’arianesimo, che era di conseguenza sopravvissuto per un arco cronologico non breve. Fatto questo che incise nelle società locali con tempi e con modi as-solutamente non valutabili con una qualche attendibilità, prima che si compisse con un percorso lento e spesso tortuoso, l’evoluzione della società longobarda, inizialmente divisa al suo interno tra arianesimo elitario e paganesimo popolare, verso una concezione romano-cattolica del regno . Questo processo giunse a compimento durante il regno del re Liutprando che si raggiunse la più compiuta realizzazione di un modello cattolico per la regalità longobarda, attraverso un’acquisizione ed un impiego fortemente consapevoli di moduli ideologici di matrice romano-cristiana, che giungevano alla monarchia germanica in massima parte per il tramite della Chiesa romana, con la quale i rapporti furono abbastanza alterni, tra caute aperture e atteggiamenti di forte ostilità .
Agli inizi del secolo VIII nel ducato di Spoleto si colgono con evidenza i segnali di un nuo-vo disegno che sembra coinvolgere inizialmente i ceti dirigenti longobardi ed i monasteri che stava-no nascendo, in particolare in area sabina, Farfa, S. Salvatore Maggiore, S. Pietro in Valle a Feren-tillo, che divennero i centri motori di un rinnovato slancio economico e di un profondo mutamento sociale. Lo stretto legame che finì per stabilirsi tra il duca Faroaldo II , Farfa e S. Pietro in Valle a Ferentillo fu generatore di un passaggio sempre più massiccio di beni del fisco dapprima ducale, poi regio, a vantaggio dei grandi enti ecclesiastici, in particolare monasteri, trasformando radicalmente il sistema politico ed economico del ducato spoletino .
La conversione al cristianesimo che sembra propagarsi con una certa rapidità agli inizi del secolo VIII, inizialmente nelle classi dirigenti longobarde, ebbe come conseguenza la costruzione di edifici sacri – chiese o monasteri al suo culto dedicati, in larga misura compiuta tanto a livello uffi-ciale quanto da privati longobardi allo scopo di affermare in modo forte la loro identità, subì un no-tevole incremento a partire dagli inizi del secolo VIII, quando si percepisce una corrente sempre più forte di conversioni al cristianesimo. Fenomeno dovuto in larga misura alla scoperta dell’importanza della religione nell’esercizio del potere, non disgiunta da aspetti più propriamente religiosi, con la cultura ecclesiastica che ebbe un ruolo importante nei progressi istituzionali della monarchia longobarda e, più latamente, del potere pubblico, nel suo sforzo di trasformazione dell’originario ordinamento tribale in un ordinamento territoriale .
Gestione con visione avanzata dei beni fondiari ed azione missionaria tra gli ariani, i pagani ed i rustici «decristianizzati» sembrano essere, dunque, due degli elementi importanti delle strategie monastiche che dalla Sabina con grande rapidità si diffusero verso l’Adriatico lungo quell’asse im-portante di comunicazione che era tornato ad essere la via Salaria. L’arrivo dei monaci farfensi nelle Marche, ed in particolare nel Piceno, fu molto precoce, come hanno mostrato le attente indagini di Delio Pacini , anche se le prime fasi sono scarsamente documentate nelle pur ricche fonti farfen-si . Una presenza che aveva, però, un rapporto molto diverso alla Sabina dove il monastero farfen-se non si doveva confrontare con poteri civili molto forti, salvo soltanto i gastaldi di Rieti e qualche altro funzionario minore. Nel Piceno, invece, due municipi tardoromani – Ascoli Piceno e Fermo – avevano visto la presenza di conti longobardi alle dipendenza del duca spoletino , fatto questo che generava un più complesso scenario, ai quali si aggiungeva la potente diocesi di Femo.
Fermando l’attenzione più propriamente sugli aspetti agiografici, i monaci farfensi in VIII secolo privilegiarono la diffusioni di culti di origine locale, ai quali si aggiunsero rapidamente quelli di tradizione longobarda e romana, mentre soltanto agli albori del secolo IX, cominciò anche l’influsso carolingio, con l’introduzione di culti provenienti dalla Gallia , senza una presenza inci-siva di quello per san Martino.
La scultura nel ducato longobardo di Spoleto in VIII secolo
Di grande interesse si sta rivelando negli ultimi tempi un filone di ricerca che riguarda la produzione artistica, in particolare quella scultorea. Le ricerche e gli studi più recenti hanno messo in evidenza rilevanti contatti con alcune delle principali aree di produzione della Longobardia Maior, principalmente Lombardia e Friuli, che sono si sono propagati in Sabina e nelle Marche cen-tro-meridionali a partire dalla secondo quarto del secolo VIII, come ad Osimo, a S. Maria extra mo-enia ad Antrodoco, a S. Vittoria a Monteleone Sabino, a S. Maria in Vescovío a Torri in Sabina, per culminare nel grande cantiere dell’abbazia di Farfa, in grande attività in piena età longobarda, di-mostrando in modo evidente la circolazione di lapicidi in tutto il territorio del ducato di Spoleto , ad attestare un notevole fermento artistico e culturale di grande importanza in un vasto territorio dell’Italia appenninica centro-orientale . In questa ottica, ritengo, debbano essere inquadrati i re-perti scultorei conservati presso il monastero di San Martino a Grottammare. Se poi gli stessi reperti sono provenienti proprio dalle strutture monastiche il loro apporto potrebbe essere determinante per fissarne con meno approssimazione le origini.
Il culto per san Martino di Tours
La vita di san Martino vescovo di Tours († 397) ci è nota grazie all’opera del cronista coevo Sulpicio Severo, membro di una importante famiglia aristocratica aquitana, che scrisse, tra il 396 ed il 397, la Vita Martini, la quale ebbe, pur nella sua approssimazione storica – lo definì infatti il “tre-dicesimo apostolo -, una notevole fortuna nell’Occidente cristiano, diventando una sorta di modello agiografico di grandissima diffusione .
Il culto per san Martino fu uno dei più precoci e dei più celebri grazie alla costruzione a Tours da parte del vescovo Perpet (458-488) di una basilica sulla sua tomba fino ad allora onorata da una semplice cappella, generando notevoli flussi di pellegrinaggio. Un culto che si connotò ab-bastanza precocemente già a partire dal V secolo come un santo guaritore collegato con acque salu-tari . Un altro aspetto della vita di Martino che merita di essere sottolineato è quello legato alla consuetudine monastica che egli praticò con convinzione anche dopo essere stato acclamato vesco-vo di Tours. Dopo aver fondato nel 360 il monastero di Ligugé, il primo della Gallia centrale, visse alle porte di Tours nel monastero di Marmoutier, anch’esso da lui costituito, che divenne un centro di irradiazione di ideali monastici e di missionari.
La diffusione del culto per san Martino fu rapidissima e coinvolse l’intero Occidente cristia-no – ad esempio in Francia ben 3.667 parrocchie e 485 villaggi gli sono dedicati -. Nella stessa Sa-bina l’altura sovrastante l’abbazia di Farfa ha preso il nome dal santo, con un piccolo oratorio che gli fu dedicato, la cui fondazione risale ad un periodo precedente alla metà del secolo VIII .
La presenza farfense nel Piceno e il monastero di S. Martino
La presenza farfense nel Piceno divenne più intensa a partire dagli inizi del secolo X, quan-do l’abate Pietro I, insieme ad un gruppo di monaci, si trasferì per sfuggire alle incursioni dei sara-ceni avvenute nella Sabina e nel Reatino a cavaliere dei secoli IX e X, che avevano comportato l’incendio del monastero e della città di Rieti, disarticolando il sistema organizzativo monastico ed aprendo ampi varchi al germogliare, all’affermarsi e al consolidarsi di forti poteri signorili locali o all’emergere di potenti episcopi, usciti rafforzati dalla crisi delle abbazie benedettine, che, profit-tando dell’instabilità politico-istituzionale, provvidero a ritagliarsi “fette” più o meno consistenti di potere sui territori rurali concentrando la popolazione contadina in insediamenti fortificati, i castelli.
Appare dunque in Italia centrale per la prima volta una nuova forma insediativa che per la concentrazione e per la fortificazione degli abitati si caratterizzava rispetto al passato, connotato invece da forme insediative sparse o scarsamente accentrate come i villaggi o le curtes, nei quali, dall'VIII secolo, i grandi enti ecclesiastici, come le abbazie benedettine o laici potenti, avevano già iniziato a radunare la popolazione rurale, ponendo i fondamenti per una crescita economica ed un incremento demografico, dapprima esitanti e fragili, poi sempre più vigorosi in grado di invertire la tendenza negativa avviatasi nella tarda antichità.
Farfa contava nel Piceno su di un ordinamento strutturato che contava su di una serie di ca-pisaldi sul territorio, sia a livello religioso – piccoli monasteri, chiese e cappelle rurali -, sia a livello civile - curtes e, solo più tardi, castelli -, e sulla coesione sociale e militare dei fideles dell’abbazia, rapporti che poi si trasformarono più compiutamente in XI secolo in dipendenza feudo-vassallatica. Dopo la ricostruzione del monastero Farfa fu scossa da una scissione, che vide l’arcipelago dei pos-sessi abbaziali suddivisa fra tre abati. A S. Vittoria in Matenano l’abate Ildebrando non fu esempio di una buona gestione, con molti beni dissipati ed altri affidati a parenti. Peraltro lo scenario si complicò in modo forte. Nel Piceno finirono per affrontarsi tre poteri forti: Farfa, il vescovo-conte e i conti longobardi di Fermo, in fase calante. Si generò quindi una situazione molto fluida durante la quale molti beni fondiari furono permutati tra i tre enti, spesso in modo molto ambiguo.
Le notizie storiche sul monastero di S. Martino, quod edificatum est in fundo Brecciano iu-xta fluvium [Tesinum] sono molto povere, ma consentono di tracciare alcuni punti fermi sulle sue origini. Nell’ottobre del 1030 a Fermo Trasmondo, figlio, probabilmente primogenito, del defunto conte di Fermo Tasselgardo , vendette per mille soldi al vescovo di Fermo, Uberto, figlio del con-te di Fermo Tebaldo , il monastero di S. Martino, le sue quote di alcuni castelli con i loro tenimen-ti, con un porto, una peschiera, dei mulini ed ogni altra sua proprietà compresa tra il Tesino ed il Menocchia . Nell’atto di vendita Trasmondo precisò che tutto ciò che era oggetto della vendita era iuris mei qui mihi ob[venit] ex iura parentum et de meo conquisito. Un patrimonio che nasceva dun-que dall’eredità dei genitori e da ulteriori incrementi patrimoniali compiuti dallo stesso venditore. Il testo di questa cartula sembra in apparenza molto semplice, ma come si vedrà non mancano lati po-co chiari in particolare a riguardo del monastero di S. Martino.
I primi dubbi sorgono al momento nel quale si analizza un documento tramandato dal cosid-detto “Regesto farfense” di pochi anni successivo, nel quale la situazione giuridica del monastero non appare affatto di dipendenza stretta da parte dell’episcopio di Fermo, governato in modo forte dal vescovo Uberto . Nel maggio del 1039 a Fermo, infatti, i figli del defunto conte Tasselgardo, Trasmondo, Ildebrando detto Ferro, Nannio e Tebaldo, vendettero per 600 soldi a Suppone abbate di Farfa alcuni beni avuti in permuta dal monastero di S. Martino iuxta mare aedificatum, ovvero la chiesa di S. Angelo in Villamagna , che era già stata possesso del monastero dissipato da Ildel-prando, con tutti i suoi arredi sacri e con 300 moggi di terra, che confinavano con i possessi dello stesso S. Martino e con quelli dell’episcopato fermano, di S. Maria di Farfa e di singulorum homi-num (singoli possessori privati). Alla prima carta donationis – in realtà una vendita mascherata – l’abate Suppone fece seguire una carta convenientiae con la quale i quattro fratelli - probabilmente di fama non troppo limpida - si impegnavano, anche a nome dei loro eredi, a rispettare la vendita per la quale avevano già ricevuto la somma pattuita, con la clausola che se qualcuno di loro non a-vesse rispettato quanto stabilito erano tutti impegnati in solido a pagare una multa di 200 bisanti d’oro .
Il confronto tra questi due documenti permette di delineare un percorso molto complicato per quanto riguarda le origini del monastero di S. Martino e delle sue prime vicende storiche. Pre-messo che la costruzione delle strutture monastiche avvenuta su resti di un edificio sacro di età ro-mana, forse dedicato alla dea Cupra, non inferisce automaticamente una sovrapposizione precoce di un culto cristiano – ancorché di antica origine come - ad un culto pagano, anche se una ipotesi di tal genere non può essere scartata in modo aprioristico. Soltanto indagini più approfondite, in particola-re a livello archeologico, potranno permettere di approfondire questo tema stabilendo con maggior puntualità l’eventuale nesso di continuità e quindi di sussunzione dei due culti, oppure uno iato temporale significativo senza una sovrapposizione cultuale, ma con il semplice riutilizzo delle strut-ture murarie e dei materiali di età antica. Peraltro deve essere osservato come nel medioevo sarco-fagi ed iscrizioni romane abbiano avuto una circolazione molto vasta, senza consentire di inferire in prima approssimazione una provenienza certa dal luogo del rinvenimento .
L’esegesi dei tre documenti che, tra 1030 e 1039, riguardano più o meno direttamente il mo-nastero di S. Martino, inducono a qualche riflessione un po’ più approfondita. Leggendo la vendita del monastero al vescovo di Fermo da parte di Trasmondo alla luce dei due documenti farfensi del 1039 i dubbi che emergono sono molti. Un primo punto che merita di essere sottolineato è quello che l’abate Suppone non contento della carta donationis – una vendita mascherata come si è visto – pretese una carta convenientiae per essere certo che nessuno dei quattro fratelli potesse invalidare il contratto stipulato e rimpadronirsi di conseguenza dei beni ceduti. Questo tipo di atto è molto poco rituale nei cartari farfensi. Se quindi è stato redatto e tramandato significa che i quattro fratelli non avevano un comportamento ritenuto a livello popolare molto affidabile ed è quindi nei fatti molto probabile che avessero già commesso azioni del genere per invalidare altre eventuali vendite, maga-ri conservando il denaro percepito.
Altra considerazione che emerge è quella che il monastero di S. Martino ben nove anni dopo la presunta vendita conservava una sua notevole autonomia disponendo in piena autonomia dei suoi beni che aveva permutato con i quattro fratelli, che comunque sembrano avere una qualche influen-za sullo stesso ente religioso, forse diritti di patronato. Lo stesso monastero doveva avere una strut-tura organizzativa alquanto complessa, dato che aveva alle sue dipendenze altre chiese, come S. Angelo di Villamagna e controllava un porto con una peschiera sull’Adriatico, fenomeno questo di norma riservato ad enti religiosi di una certa influenza, come ad esempio l’episcopato di Fermo e la stessa abbazia di Farfa, e che indica un sistema economico abbastanza complesso ed evoluto.
Il monastero di Farfa, infatti, ebbe il controllo anche di peschiere marine, almeno fin dall’ultimo quarto del secolo IX, seppur embrionali, come i diritti sul litus maris, che ruotavano in-torno alla cella di S. Maria di Coperseto, situata in Adriatico presso la foce del Tronto, che ceduti a livello fruttavano nel marzo dell’884 un canone di 20 seppie , impianti molto semplificati «recinti, incannucciate, scarpate o muriccioli», che l’alta marea sommergeva e, quando l’acqua si ritirava, i pesci rimanevano prigionieri al di qua dei recinti pronti per essere catturati . Un’altra tra il Tronto e l’Aso le fu donata, insieme ad un porto, da Longino di Azzone nel 1039 .
Nella stessa area sono ricordate tra X e XI secolo numerose peschiere marine, spesso colle-gate a porti, fatto questo che induce a pensare ad una stretta relazione tra i due impianti, che la chie-sa fermana acquisì per donazione o per acquisto, controllando in modo molto attento l’esercizio del-le attività di pesca che si svolgevano lungo un tratto notevolmente ampio della costa adriatica . Una situazione simile anche sul litorale abruzzese dove una peschiera marina fu donata in XI secolo al monastero di Casauria dagli Otteberti di S. Mauro . Nel novembre del 1101, poi, tre fratelli do-narono, tra l’altro, al vescovo di Teramo, Guido, i diritti di pesca tra il Tronto ed il Tordino, asso-ciati anche in questo caso a porti marini , inducendo a presupporre che si trattasse prevalentemente di impianti permanenti o semipermanenti.
Qualche conclusione molto provvisoria
Il quadro che emerge dalle poche fonti scritte ed archeologiche induce a ritenere che la car-tula con la quale Trasmondo aveva venduto il monastero di S. Martino al vescovo di Fermo non a-veva avuto efficacia. Il fatto stesso che Trasmondo aveva precisato che i beni ceduti all’episcopio fermano erano iuris mei qui mihi ob[venit] ex iura parentum et de meo conquisito rende molto so-spetta questa operazione compiuta, a quanto pare, senza il consenso degli altri tre fratelli, coeredi invece, come si è visto, nel caso della vendita fatta a Farfa nel 1039. Peraltro mi sembra molto diffi-cile ipotizzare che la famiglia, molto rissosa, del conte Tasselgardo possedesse il monastero, è forse più agevole supporre che sull’ente religioso la famiglia comitale esercitasse il giuspatronato ed an-che una forte influenza, nulla più, comportando come conseguenza che se la cartula in favore del vescovo di Fermo potrebbe essere una falsificazione redatta a posteriori per rivendicare diritti sul monastero da parte dei vescovi di Fermo o, più probabilmente, un tentativo di Trasmondo di sottrar-re mille soldi – peraltro una cifra esigua - al vescovo di Fermo.
Altrettanto improprio mi sembra il voler attribuire acriticamente la fondazione del monaste-ro ai monaci farfensi. Pur riconoscendo l’importanza del ruolo svolto dall’abbazia sabina, insieme anche, seppure in modo meno incisivo, agli altri due monasteri benedettini di S. Pietro in Valle a Ferentillo e di S. Salvatore Maggiore presso Rieti, nella diffusione, a partire dalla prima metà del secolo VIII, degli ideali del monachesimo benedettino nell’intera Marca, ma con maggiore intensi-tà nel Piceno, nulla sembra collegare direttamente il piccolo monastero dedicato a san Martino alla potente organizzazione monastica farfense, se non come fonte di ispirazione e modello di organiz-zazione.
Siamo dunque in presenza di un monastero autonomo, sorto probabilmente intorno alla metà dell’VIII secolo, che si ispirava ai modelli religiosi, sociali ed economici dei più influenti monasteri benedettini della Sabina e dell’Umbria meridionale, che, a partire da quel periodo, avevano contri-buito in modo determinante ad una nuova evangelizzazione della Marca, importando modelli di riorganizzazione delle campagne e dell’intero sistema economico, che erano stati elaborati grazie all’influsso delle correnti monastiche transalpine, in accordo con i duchi longobardi di Spoleto e, successivamente, con gli stessi re di Pavia, a partire da Liutprando.
Questa sorta di conclusioni sono molto provvisorie per lo scarso tempo avuto a disposizione per approfondire la ricerca ed anche per i numerosi punti rimasti irrisolti o scarsamente indagati. Si-curamente una ricerca multidisciplinare più serrata potrà portare ulteriori puntualizzazione, l’unica cosa, però, che mi sembra pienamente condivisibile è che il monastero di San Martino abbia costi-tuito in alcuni momenti storici un punto di aggregazione, non soltanto religioso come vero cenobio e non come semplice intitolazione, ma anche economico, di notevole rilevanza.