Sono pienamente d'accordo con il gentile Ferrante circa la necessità di rivedere alcune conclusioni finora date, sia pure con lucida ragionevolezza e geniale capacità di intuito.
Mi permetto di proporre una mia lettura biblico-simbolica a partire da affermazioni già fatte, e alla luce di una mia riflessione esegetico-teologica sulla ricchissima simbologia presente nello stemma in questione.
Innanzitutto mi sembra palese il riferimento isaiano, già indicato. Si tratta del bellissimo testo di Is 11,6 che descrive una situazione di paradisiaca convivenza tra uomini e bestie, la quale si riallaccia, come la giustizia, all'avvento del re futuro. Lupo e agnello/ pantera e capretto, sembrano indicare la pacifica vita di tutto il popolo di Dio, dove non ci sono più potenti e deboli, oppressi e oppressori, ma su tutti regna la giustizia di Dio stesso. Ora, questo testo (risalente all'VIII sec. a.C., come tutta la prima parte del libro profetico, capp. 1-39), viene ripreso dall'ultima parte del libro (più tardiva), con la precisazione: "non faranno nè male, nè danno, in tutto il mio santo monte" (Is 65,25). L'ultima parte del libro viene composta infatti al ritorno dal triste esilio di Babilonia: si tratta di ricostruire non solo il tempio (che, posto sul monte Sion diventa centro vitale di tutto il popolo), ma anche i rapporti sociali tra israeliti, rapporti che dovranno essere centrati sulla giustizia. Un importante inciso: in Isaia pace e giustizia sono tanto il dono salvifico di Dio, che l'impegno dell'uomo verso i suoi simili.
A questo testo, ben si associa l'altro testo, pure isaiano, dove si parla delle spade forgiate in vomeri, e delle lance in falci (Is 2,4). Guardando il contesto di questo versetto - magistralmente richiamato dalla spada e dalla spiga poste lateralmente sul monte, nello stemma - si vede che centro irradiante di questa nuova e definitiva pace è lo stesso "monte del tempio del Signore", cui affluiscono tutte le genti (cf Is 2,2). Il testo si trova senza rilevanti modifiche in Michea (4,3), un profeta contemporaneo di Isaia di Gerusalemme. Anche questo testo certifica l'importanza di una teologia del "monte del Signore" e della città di Gerusalemme come centro salvifico universale, oltre che dell'attesa di una riunificazione del popolo di Dio nella pace e nella giustizia, fin dai primi profeti "scrittori".
Così arriviamo a un testo profetico molto più tardivo, il profeta Baruch(scritto probabilmente nel III sec. a. C), che a proposito di Gerusalemme, afferma che sarà chiamata da Dio per sempre: "Pax Iustitiae et Honor Pietatis". Questa imposizione di un nuovo nome alla città di Gerusalemme (come al popolo che abita la città santa) da parte di Dio è frequente nei profeti (Isaia e Osea hanno delle pagine bellissime a riguardo). Non mi dilungo sul significato di questo "nome" di Gerusalemme annunciato da Baruch. Mi limito solo a dire che il cambiamento del nome nella Scrittura indica un cambiamento di vita o di sorte/missione, essendo il nome, nella mentalità semitica, espressione della realtà profonda di colui che lo porta. E comunque credo che sia proprio in questa frase, PAX IUSTITIAE ET HONOR PIETATIS, il riferimento dell'acronimo che è iscritto accanto alla croce. Certo, non ricorre nella frase di Baruch la A. Ma, credo che si possa ragionavolmente supporre, la volontà di sostituire l'ambiguo e polivalente termine "honor" con "amor". Ciò non fa meraviglia negli stemmi ecclesiastici, nei motti dei quali spesso si ritrovano frasi bibliche "ritoccate" per esprimere una particolare interpretazione (che poi può diventare base per un progetto pastorale) del prelato . Basti pensare a proposito al motto del Cardinal Vicario di Roma, Camillo Ruini, "Veritas liberabit nos" (mi pare sia anche la firma del nostro Ferrante...) che rende l'espressione giovannea: "Veritas liberabit vos". A parte questo inciso riguardo alle prassi verificabili dall'esterno, vorrei considerare la possibilità interna di un simile cambiamento. "Honor" traduce infatti l'originale greco (Baruch infatti non conosce un'originale ebraico, essendoci stato trasmesso solo dall'antica versione greca detta LXX) "doxa"/"gloria", il termine che indica lo splendore e la santità di Dio, che Egli comunica al suo popolo. Per un fine conoscitore della Bibbia - come questo Mons. Ferruzzo sembrava decisamente essere - non ci vuole grande sforzo per riconoscere in questa "gloria", nell'essenza stessa di Dio, il suo Amore, comunicato agli uomini. Per cui la frase nascosta nella nostra sigla, potrebbe essere: PAX IUSTITIAE ET AMOR PIETATIS. Questa lettura è del resto molto più "naturale" per la posizione delle lettere, come sottolineato già dal caro Guido.
In conclusione, per la comprensione simbolico-teologica di questo stemma, mi sembra sia necessario dare massima centralità al monte, come rappresentazione simbolica della Gerusalemme escatologica, in cui saranno riunite tutte le genti nella pace e nella giustizia, nell'amore e nella pietà. Questo trova il suo compimento, nella fede cristiana, ai piedi della Croce (la conclusione "sotto la croce siamo tutti fratelli", data in un intervento precedente, si avvicinava molto a quello che intendo dire ora). Il Nuovo Testamento afferma in più punti che l'unità della Chiesa nasce sotto la Croce di Cristo. Basti pensare solo al testo in cui Paolo afferma che Cristo è la nostra pace, avendo egli realizzato pace tra i popoli pagani e il popolo di Israele, "et reconciliet ambos in uno corpore Deo per crucem interficiens inimicitiam in semet ipso" (Ef 2,16). Se qualcuno è abbattuto - nello stemma, come nel ragionamento teologico che vi soggiace - non è la povera belva, ma l'inimicizia, la discordia, l'odio. Ormai, a partire dall'amore di Dio manifestatoci e donatoci nella Croce del suo Figlio, noi credenti possiamo vivere uniti in questo amore - dice chiaramente l'Apostolo delle genti.
Così il monte nello stemma sembra richiamare oltre al monte di Sion, il monte Calvario dove Cristo ha realizzato l'unità della sua Chiesa, la nuova Gerusalemme, il nuovo tempio del Signore.
Un'ultima considerazione circa la stella. Il richiamo mariano mi sembra evidente, essendo Maria Madre e modello della Chiesa. Chiaro è l'insegnamento del Quarto Vangelo, dove nell'affidar il discepolo prediletto alla Madre Gesù, morente sulla croce, manifesta la chiara volontà di riunire tutti i figli di Dio dispersi (Gv 19, 26-27; cf 11, 51-52). Maria è la "donna" (così la chiama stranamente Gesù nel momento supremo della sua auto-donazione) che incarna la "figlia di Sion", il titolo che i profeti del post-esilio attribuivano a Gerusalemme, la città santa che esultava per il ritorno dei suoi figli. Maria, come stella luminosa, indica la strada dell'unità, nella giustizia e nella pace, unità che ci è stata acquistata dal sangue prezioso di Cristo versato sulla croce.
Al termine di questa lunga esposizione, sperando di non avervi annoiati, e ringraziandovi per la paziente lettura, cari amici, mi permetto di dire di Mons. Ferruzzo, che doveva essere non solo un uomo di grande cultura teologica, come le sopra presentate indicazioni biografiche fanno capire, ma anche di profonda spiritualità e di grande sensibilità ecclesiale. Il suo stemma ne è una eloquente attestazione.
