Famiglia D'Alessandro di Pescolanciano

Per discutere sulla storia di famiglia e sulla genealogia / Discussions on family history and genealogy

Moderatori: Novelli, Lambertini, Messanensis, GENS VALERIA, Alessio Bruno Bedini

Messaggioda de alessandro » mercoledì 27 dicembre 2006, 18:06

Egr.visitatori non ricevendo altre segnalazioni sull'argomento vi aggiorno circa un ritrovato manoscritto dal titolo:
ESAME DELLA NOBILTA' NAPOLETANA DISTRIBUITA NEI CINQUE SEGGI, TRATTENIMENTO DISSAPASSIONATO, di incerto Autore e datato 1697
E' interessante riscontrare nelle pagine dedicate alla famiglia Alessandro (d'Alessandro) che l'autore all'epoca risalì a corposa documentazione tratta "nei registri dell'Archivio della Regia Zecca dal tempo dei primi re Angioini fino al regnare di Giovanna 2°".Si trova traccia di vari esponenti vissuti tra il 1300 ed il 1400, di cui è in parte già conosciuta da taluni araldisti la discendenza. Costoro (cita Antonio che potrebbe essere l'Erario della città di Napoli del nostro albero genealogico, vivente "ai tempi di re Roberto" i cui figli: Nicola -ci mancava- "mutuatore di due oncie al re Carlo primo"; Giovannello -a noi risultante figlio di Sansonetto e guardiano del porto di Napoli - "a tempo di Giovanna prima esercitare l'officio di luogo tenente"; Simone -mancava-) appartennero al ceppo originario residente a Napoli.L'autore sostiene che l'aggregazione al seggio di porto sia avvenuta nella persona del citato Sansonetto e del Paolillo,"maestro Rationale della Regia Camera"."Io stimo fussero aggregati al Seggio di Porto dopo di che faremo menzione de Personaggi Populari,poiché dal protocollo del 1433 di Jacomo Servillo si legge Gio. d'Alessandro essere uno delli Erari del Popolo della Casa della SS.Annunziata" ed eccoci al recente ultimo personaggio trattato: "nel protocollo del medesimo dell'anno 1456 si legge di Severo, quale credo che fosse figlio del detto Gio.(vanni), -notizia inedita- essere anco Governatore di detta Casa Santa, non solo essere uno dei governatori nell'anno 1446 ma anco nel 1457 e nel 1461". Al riguardo,necessiterebbero informazioni su tale Casa della SS.Annunziata a Napoli per capire tale presenza dei d'Alessandro in detto Ente.Proseguendo nel manoscritto si rinviene che "detto Severo fu padre di Antonello( e qui si comprende con le precedenti notizie l'attività tramandata di banchieri), Petrillo (il nostro Pietro), Jacovo (Iacopo o Iacobuccio) e Antonio".Tale discendenza, secondo le nostre risultanze araldiche, derivava dal citato Paolo/Paolello (direttore del Gran Sigillo,1403,e segretario della Regina Giovanna), quindi lo scritto ha generato tale interrogativo sull'origine di questa linea agnatizia dei d'Alessandro, viventi in Napoli nel corso del XV secolo! Si legge "costoro intentarono lite de reintegrazione nella Piazza di Porto perche' provarono essere figli di Severo, che fu di Gio. e fu figliolo di Petricola, che fu figlio di Sansonetto"(????) stravolgendo la nostra ricostruzione genealogica.Ma è aggiunto che "è vero però che le prove non furono ammesse ...a nel 1518 ebbero sentenza a loro disfavore dalla quale avendone reclamato pendente la detta reclamazione per mezzo de loro Parenti furono ammessi de bono ed equo nel seggio...ottennero decreto,che li astenessero ad andare al seggio, finchè fosse decisa la causa della reclamazione per loche stettero molti anni privati del detto onore, ma avendo proseguita la detta lite, Sansonetto figlio di detto Jacovo(?), e Vincenzo figlio di Petronella(?) finalmente ottennero decreto a loro favore e furono ammessi con loro legami discendenti al seggio".Vi e' invece conferma dell'origine del ramo Cardito dal suddetto Antonio "dottore di legge divenne famosissimo in tal professione". Inoltre, vi è cenno ad altri rami."Da costoro sono discese due Case, cioè quella di Ciccio(Francesco, capostipite dei Pescolanciano?) che si può dire estinta, poichè avendo avuto tre mogli, la prima di Casa Riccardo figlia del consigliere Fabio, la seconda donna Camilla Pandone e la terza donna Teresa Sersale.Con le due ultime non fece figli, ma bensi con la prima fe' frà Bonaventura fratre in S.Lorenzo. Oggi detto -è poco chiaro- il D Mro Alessandro D Serenimo, che avendo dissipato tutto il patrimonio appresso l'Alchimia" (come da risultanze citate). Infine, il cenno all'altra casa "è quella di Casal di Lino, qual titolo fu acquistato nell'anno 1639".
Si devono approfondire queste segnalazioni. [/b]
ettore d'Alessandro di Pescolanciano
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Messaggioda de alessandro » giovedì 1 febbraio 2007, 17:35

rispondo al sig.Andrea Portante d'Alessandro
La discendenza del ramo d’Alessandro della Castellina sul Biferno, in Molise, annovera tra i suoi esponenti don Giulio Cesare, figlio del duca Andrea I d’Alessandro Castellina, vissuto a metà del XVII secolo.Costui, dagli appunti del citato araldista Serra di Gerace, sarebbe nato il 19 giugno 1659 e avrebbe sposato il 29 luglio 1685 Antonia Capace di Luigi Capace.Morì il 28 gennaio 1714. Il suddetto personaggio potrebbe essere il “Giulio d’Alesandro” citato in qualità di barone-feudatario nell’opera “Nuova situazione de Pagamenti fiscali de carlini 42 a foco delle Provincie del Regno di Napoli & Adohi de Baroni, e Feudatarij” fatta dal primo gennaio 1669 per la Regia Camera della Sommaria su ordine di D.Pietro Antonio de Aragona. Giulio d’Alessandro, difatti, viene menzionato per la dovuta tassazione in quanto titolare delle terre di Alanno (pg.391), Brittoli (pg.392), Celera(pg.394), Catignano(pg.396),Civita Quana e Ginestra (pg.413).La tassazione da pagare era per “adoha” (contributo fiscale al servizio militare in cambio della sua esenzione) e “portolania”(aggravio fiscale per la gestione delle riscossioni d’imposte a favore della Corona).Ciò testimonia che taluni esponenti dei d’Alessandro (ramo abruzzese?), trapiantati in Abruzzo Ultra in epoca da individuare, erano signori di talune terre ed nello specifico non distanti da Pescara. E’ risaputo che già dal 1505 i d’Alessandro contavano sul vescovo Alessandro in Valva, personaggio legato familiarmente al cardinale Colonna (“Appunti dall’Archivio Cassinese” registro I° delle Prepositure pg.59).Costui fu preposto nella chiesa di S.Pietro al Lago di pertinenza del monastero cassinese, al quale pagava annualmente il censo di ducati 12.Alessandro d’Alessandro mantenne la suddetta carica fin dopo il 1516. Occorre precisare, comunque, che tale famiglia non deve confondersi con i d’Alessandro, baroni di Fagnano e nobili dell’Aquila, in quando si è dimostrato che costoro discendevano dagli Alessandri (Alexandri, tradotto dal genitivo latino “di Alessandri” e quindi d’Alessandro), presumibile ramo cadetto della nobile famiglia fiorentina degli Alessandri. Non è cosa nuova che la città dell’Aquila, per la sua importanza economica nel regno di Napoli, è stata nel corso dei secoli luogo di attrazione di rami cadetti di famiglie importanti della Toscana e di altri Stati. Il G.B. Di Crollalanza nel suo “Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane” di fine ‘800, difatti, cita tali Alessandri di Aquila quale famiglia “patrizia di Aquila e feudataria di Fagnano, si estinse verso metà del XIX secolo” ed avente per arma “spaccato: nel 1°d’azzurro, alla pecora bicipite al naturale; nel 2° di verde”. Il Candida Gonzaga nelle “Memorie delle famiglie nobili delle Provincie napoletane”, sempre sul finire del XIX secolo, commise comune errore di far rientrare Fagnano nelle baronie possedute dal nobile casato napoletano dei d’Alessandro. Invece, il feudo di Fagnano nel 1653 fu venduto dai Capponi di Amatrice a Francesco Alessandri dell’Aquila, i cui discendenti lo tennero per almeno sedici anni. Di questa discendenza Alessandri/d’Alessandro ho rinvenuto altro personaggio, Gio.Giuseppe che nella sua opera “Scielta di Poesie in ossequio della Maestà del Gran Monarca delle Spagne Filippo V”( edita in Napoli nel 1705) si riconosce “patrizio Aquilano, barone di Fagnano” e il cognome risulta già trasformato in d’Alessandro. Si rinvengono, inoltre, in Aquila un Biagio d’Alessandro (Alessandri) con suoi eredi “dottor Giovanni Antonio, chierico Giovanni Battista, Carlo ed Alessandro”, per una successione avvenuta “con decreto della Gran Corte della Vicaria, firmato dal giudice Muscettola” in data 20 luglio 1647 (“Notizie tratte dai giornali copiapolizze degli antichi banchi intorno al periodo della rivoluzione napoletana del 1647-48” di F.Nicolini V.I°,1952 pg.269). Si riferisce di una lettera di cambio del 6 luglio 1647 “emessa nell’Aquila da Giovanni Battista Alessandri, per valuta ricevuta da Giovanni Giacomo de Marino”(op. cit. pg. 177).Contemporaneo visse Biagio d’Alessandro, arciprete aquilano “ed accademico Velato.Un suo Epigramma latino sta in fine della Laurea Austriaca di Antonio Alfieri. Aquila 1675 in 4°. Ed un suo Sonetto in fine delle poesie di Gio.Canale.Napoli 1694 in 12°(“Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel secolo XVII” di C.Minieri Riccio, Napoli 1877 pg17). I d’Alessandro/Alessandri aquilani si sarebbero estinti a fine XIX secolo e tra gli ultimi esponenti potrebbe annoverarsi Marianna d’Alessandro, coniugata con Gaetano di Eligio Malizia(nato a Boxano 1762), nonché una Adelaide e Maddalena.Questa presenza di tale famiglia aquilana potrebbe giustificare un eventuale collegamento con i d’Alessandro di Caporciano(in provincia dell’Aquila), ivi residenti dal 1607. Il dubbio se tali esponenti possono discendere dagli Alessandri o dal d’Alessandro Castellina. Tra gli esponenti dei d’Alessandro di Caporciano si annovera un certo Berardino vivente a fine XVI secolo (come da pergamena lasciapassare del 1584). Quest’ultimo potrebbe essere il Berardino d’Alessandro di Pescocostanzo, maestro artista che insieme a Falconio realizzò il soffitto ligneo nel 1637-39 della chiesa di S.Maria del Suffragio di Pescocostanzo? Sarebbe opportuno verificare l’albero genealogico e controllare se vi è presenza di insegne araldiche nel paese di Caporciano.Attendo suoi dettagli.
saluti
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Messaggioda de alessandro » martedì 6 marzo 2007, 16:35

SEGNALO NUOVE NOTIZIE TRATTE DA UNA MIA RECENTE ACQUISIZIONE LIBRARIA DAL TITOLO: LE ULTIME INTESTAZIONI FEUDALI NEI CEDOLARI DEGLI ABRUZZI DI GIOVANNI BONO, EDITO A NAPOLI NEL 1991.
TROVO CHE IL CITATO GIULIO (PG.57)RISULTA TITOLARE NEL XVII SECOLO DEL FEUDO DI CATIGNANO, COSI' COME I SUOI DISCENDENTI CITATI:
GIOVANNI, BERARDINO, FRANCESCO (NOMI CHE COMPAIONO NELL'ALBERO DEI d'ALESSANDRO DI CAPORCIANO.
INOLTRE, TORNANDO A FAGNANO LE NOTIZIE UFFICIALI SULLA SUCCESSIONE FEUDALE SONO COSI' RIPORTATE NEL LIBRO SUDDETTO.
FAGNANO FU VENDUTA CON REGIO ASSENSO DEL 5/4/1701 DALLA BARONESSA FRANCESCA CAPPONI RIVERA A DON GIUSEPPE d'ALESSANDRO(PG.66),"LEGALIZZANDO LA PRECEDENTE E CONTESTATA VENDITA FATTA DAL BARONE MARCANTONIO CAPPONI AL FU FRANCESCO d'ALESSANDRO PER LA SOMMA DI 8571 DUCATI, CON IL PATTO DI PAGARE ALLA BARONESSA ALTRI 1000 DUCATI". EREDE DI GIUSEPPE RISULTEREBBE IL NIPOTE FRANCESCO, FIGLIO DI ZENOBIO. IL DECRETO DI PREAMBOLO DELLA GRAN CORTE DELLA VICARIA DEL 13/1/1773 DICHIARO' ODOARDO FIGLIO PRIMOGENITO ED EREDE IN FEUDALIBUS DEL DETTO FRANCESCO, MORTO IL 2/11/1772. FAGANO PASSO' POI AL FRATELLO DI ODOARDO, GIOVANNI EMILIO d'ALESSANDRO (ALESSANDRI) "CON DECRETO DI PREAMBOLO DELLA GRAN CORTE DELLA VICARIA DEL 29/11/1778" DIVENENDONE EREDE IN FEUDALIBUS DI ODOARDO, MORTO IL 24/9/1778.[/b]
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Messaggioda de alessandro » lunedì 26 marzo 2007, 10:16

Scusandomi del ritardo rispondo al cortese visitatore di Foggia circa una sua richiesta d'informazione sui d'Alessandro di Ascoli Satriano.Metto a disposizione i dati da me trovati in una recente ricerca.

Ramo dei d’Alessandro di ASCOLI SATRIANO

Paese della Puglia (Capitanata), sito in provincia di Foggia, si rinvengono testimonianze circa una famiglia nobile d’Alessandro. Ramo menzionato dal Di Crollalanza nel suo “Dizionario..”e dal Candida Gonzaga nelle “Memorie..”(1875).
Alcuni riferimenti, ricordati da mons.Antonio Silva, attuale responsabile dell’Archivio della Curia di Ascoli, si rifanno al XVI e XVII secolo (documento di compravendita di masserie), nonché al XVIII secolo (lite giuridica con il prelato della basilica sull’edicola sacra e cappella gentilizia di proprietà d’Alessandro ivi collocata). Altri documenti sono relativi a cause su terreni nel XIX secolo, citati dall'opera del De Cecco.
Si riferisce, comunque, sull’esistenza di tale cappella gentilizia, edificata dal Troiani, acquisita dai d’Alessandro nel XVIII secolo, presente nella chiesa di S.Maria del Popolo. E’ collocato stemma araldico (lo stesso di quello napoletano, ma con leone e banda ritratti a man destra) in marmo.
Inoltre, esiste palazzo di epoca settecentesca, con rispettiva cappellina gentilizia con altare, ove è possibile osservare lo stemma di questo ramo dei d’Alessandro (sul pavimento, sul soffitto affrescato dell’appartamento al primo piano). Nel palazzo fu allestita negli anni ’20 anche una scuola elementare. Tale palazzo risulta essere stato alienato dai discendenti d’Alessandro (qualche esponente vive a Foggia) nei recenti anni ’90, a più proprietari ivi residenti. In particolare il proprietario che ha acquisito l’appartamento al primo piano, ha comprato anche alcuni degli ultimi arredi della dimora (quadri dei personaggi, cassapanca con stemma, libri e relativi molbili), restaurando gli affreschi dei soffitti di epoca ottocentesca.
La presenza di questo ramo nella provincia della Capitanata dell’ex Regno delle Due Sicilie è confermata da talune iscrizioni sette-ottocentesche di un ceppo dei d’Alessandro ai “registri della Nobiltà” di paesi, quali Barletta e Foggia. Seppur in detta terra taluni esponenti già si evidenziarono da secoli precedenti.
Vi fu anche il noto Gio.Pietro d’Alessandro, dottore in legge, autore di varie opere letterarie, quale la “Dimostrazione de’ luoghi tolti et imitati di più autori di Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata”(1604). Suo contemporaneo Pietro Ant. d’Alessandro divenne vescovo di S.Marco in Calabria (1688). Infine, si menziona tra gli esponenti pugliesi di rilievo D.Pietro d’Alessandro di Trani, viceconsole del Regno Due Sicilie per la Francia (1803-25) e già cavaliere di grazia dell’Ord.Costantiniano S.Giorgio (1802-27). I collegamenti tra questo ramo e quello principale campano (con leone a man sinistra nell’insegna e stelle della banda attraversante ad otto punte)continuarono fino al XVIII secolo.
Di detta famiglia di Ascoli Satriano si rinvengono notizie dagli archivi notarili e vescovili sui seguenti personaggi:
-Giulio Cesare Sr. deceduto nel 1654 come da successione (testamento notaio Polito Volpe del 8/10/1654. Tra gli eredi:
-Gio.Battista e Gio.Ferdinando de Alexandro, che risultano viventi intorno al 1642 e proprietari di terreni, vigna e mezzana. Quest’ultimo viene menzionato nella lapide marmorea della cattedrale (cappella d’Alessandro) in qualità di dottore. Risulta citato, inoltre, dal documento notarile(testamento citato) altro esponente, contemporaneo ai suddetti fratelli(?), un certo Scipione. In particolare, risultano proprietari(?) della Cappella di S.Maria del Soccorso,con rendita di 80 ducati. Risulta, poi, un’acquisizione proprietaria in data 6/3/1659 ad opera di Gio.Ferdinando/Ferrante dal duca Di Franco. Della eredità paterna Gio.Battista riceve la “mezzana” e la vigna.
-Giulio Cesare Jr. succede quale erede al padre Gio.Ferdinando/Ferr. Nell’età 14-25 anni risulta costui già prelato.Alla data del 1692-94 lo stesso stabilisce un accordo con il reverendo Tommaso su questioni relative la cattedrale di Ascoli S.
Non si conoscono, al momento, altri discendenti dei suddetti personaggi. Invece, risultano, da documenti dell’archivio vescovile,viventi nel XVIII secolo tali:
-Giovanni Pietro d’Alessandro, di professione medico e vivente tra il 1774-75.
-Francesco Antonio d’Alessandro, canonico vivente intorno al 1798 con germani Domenico,Teresa Fania
Mentre nel XIX secolo si annoverano i seguenti ascendenti:
-Giovanni Pietro (Giampietro) d’Alessandro che con Giuseppe d’Alessandro sono citati nella pubblicazione del De Cecco per alcune cause, tra il 1836-39, contro il conte di Capracotta
-Domenico d’Alessandro, nunzio nel 1839 e diacono nel 1841, poi sacerdote nel 1843
-Giuseppe M. d’Alessandro, canonico-teologo nel 1828, arciprete nel 1833 e vescovo di Sessa Aurunca

Degli esponenti, poi, vissuti nel palazzo vengono ricordati dalla popolazione locale:
Don Giustino, medico condotto
(nato forse in Lucania a fine XIX sec.1883?
coniugato con Caggese e residenti a Foggia, morto nel dopo-guerra)
|
|
Prof. Ottavio
(morto negli anni ’90)
|
?
Dr.Simonetta d’Alessandro
(P.M. in Foggia)

E’ vivente anche un prelato, residente a Roma, Don Filippo d’Alessandro (17/4/1918) il cui fratello si chiama Giuseppe e provengono da tale paese.
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Messaggioda carlodalessandro » martedì 10 aprile 2007, 15:06

Ho letto la storia relativamente al ramo dei d'Alessandro di Ascoli Satriano. Io sono Carlo Giustino, l'ultimo discendente di questo ramo della famiglia (1971), figlio del citato Avv. Ottavio (1934-1982) e residente attualmente in Roma.
Appena mi sarà possibile invierò la genealogia aggiornata della famiglia a me pervenuta a partire dalla fine del '700.
L’appartamento al primo piano della palazzina settecentesca descritta è stata di mia proprietà fino all'anno 1999 e del quale vorrei aggiungere alcuni dettagli e precisazioni. L’intero palazzo residenza dei d’Alessandro era costituito da un’ala delle cucine, una delle abitazioni e una detta dei ricevimenti, con il salottino bianco e il salone vero e proprio. L’ingresso, attraverso un portone settecentesco e ancora presente, immette in un cortile interno (anticamente parcheggio delle carrozze) nel quale è presente una cantina e dal quale parte una lunga scalinata che porta al primo piano dove sono allocati gli appartamenti. Nel cortile d’ingresso è anche visibile lo stemma di famiglia (“Robur et Splendor”) con leone a tre palle a man sinistra. Le diverse ali del palazzo furono , nell’immediato dopoguerra, suddivise tra gli eredi di Don Giustino. La parte più antica dei ricevimenti è quella che è rimasta a mio padre Ottavio, che è l’unico tra i 4 discendenti diretti ad averne conservata la proprietà. Quest’ala del palazzo è stata ristrutturata da mio padre,salone e cappella negli anni ’80, mentre gli attuali proprietari hanno provveduto alla ristrutturazione della zona antistante il salone stesso. Da quest’appartamento si accede anche alla zona della soffitta che sovrasta l’intero palazzo. Lo stemma familiare è visibile nel soffitto del salone (non sul pavimento)che contiene affreschi e dipinti dei d’Alessandro, una consolle antica e una cassapanca settecentesca con stemma con leone a man destra. Altri mobili, libri, consolle sono suddivisi tra i discendenti dei d’Alessandro e la seconda cassapanca settecentesca con stemma è solamente di mia proprietà.
Nel paese di Ascoli Satriano è effettivamente presente la cappella gentilizia con stemma in marmo nella chiesa di S.Maria del Popolo e un “Largo d’Alessandro” dedicato alla famiglia in una via nella parte vecchia del paese, proprio nella zona sottostante al palazzo.

Gli ultimi discendenti dei d’Alessandro sono:
Don. Giustino, coniugato in seconde nozze con Angela Caggese
Luisa (figlia di primo letto), Antonio, Ottavio e Giuseppe
Non sono a conoscenza, invece, dell'esistenza e della presenza di Don Filippo d'Alessandro e del fratello Giuseppe a Roma.
nei prossimi giorni, comunque, pubblicherò l'albero genealogico a me pervenuto.
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Messaggioda de alessandro » mercoledì 11 aprile 2007, 9:27

Sono compiaciuto che tramite questo forum sono arrivato ad altro discendente di un ramo pugliese che mantiene vivi i ricordi di famiglia.Sarebbe opportuno adesso approfondire con le informazioni in mio possesso e le sue i collegamenti probabili esistenti con il ramo "principale" napoletano, di cui mi sto occupando, in quanto è senza dubbio riscontrabile anche dalla tipologia ed uso dell'insegna araldica (a detta dello studioso prof.Luigi Borgia era d'uso e consuetudine nelle famiglie diversificare lo stemma, come nel caso in questione ove il leone guarda a man sinistra oltre al motto: quello dei "Pescolanciano" ricordo è "Te sine quid moliar").
Sarebbe così interessante esaminare l'albero genealogico segnalato, risalendo soprattutto alle notizie inerenti il capostipite.
Colgo l'occasione per chiedere al diretto interessato se vi fossero in Famiglia collegamenti con esponenti della Basilicata e se ha notizie circa il citato ramo dei d'Alessandro di Barletta (nel cui stemma è presente un cavallo nero bucefalo).
Grazie e saluti
ettore d'Alessandro di Pescolanciano
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Messaggioda GM Pd'A » sabato 28 aprile 2007, 16:35

Gentile de Alessandro,
mi risulta che Giacomo d'Alessandro , fra gli oppositori dell'inquisizione, si schierò nel 1528 insieme a Giacomo d'Anna con il Lautrec, le risulta qualcosa al proposito?

Cordialità

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Messaggioda de alessandro » mercoledì 2 maggio 2007, 9:59

il Giacomo, cui si riferisce è lo Jacobus o Jacobuccio (traducibile anche in Giacomo) di cui discorro nel forum, citando proprio l'episodio del Lautrec e la partecipazione del casato al partito "angioino".Se legge le pagine precedenti, potrà trovare le notizie di suo interesse.Sono pur sempre a sua disposizione.
saluti
ettore d'Alessandro di Pescolanciano
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Re: Famiglia D'ALESSANDRO

Messaggioda GM Pd'A » giovedì 3 maggio 2007, 17:34

Gentile d'Alessandro,
grazie della risposta. Ho letto. La domanda era rivolta a chiedere se ha notizie dei rapporti fra Giacomo d'Alessandro e Giacomo d'Anna in quella occasione . E in generale se ha notizie di rapporti o imparentamenti fra le due famiglie . I d'Anna , furono patrizi del seggio di Portanova, angioini da Carlo I, Gian Vincenzo d'Anna (1524- 1582)fu barone di Carovilli,che mi pare fu anche dei d'Alessandro, duchi di Laviano e Catelgrandine dal 1713 e 1701.
Le segnalo, qualora potesse interessarle, che Giacomo d'Alessadro si trova nominato, fra gli altri, in questo testo: "La spedizione di Lautrec" ,Leonardo Santoro ,Congedo Ed.,1972.
Cordialmente.

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Messaggioda de alessandro » giovedì 3 maggio 2007, 18:12

Cortese lettore posso girarLe un paragrafo della mia pubblicazione intitolata:"Carovilli, notizie storiche sulle ultime intestazioni feudali fino alle leggi eversive, all'epoca della baronia dei d'Alessandro", Pescolanciano 2004. Le fonti riferite sono Cedolari e Pandette.Si evince un diretto collegamento dei due Casati sia nell'ambito cittadino della capitale che sui territori feudali. C'e' da dire che questo collegamento vi fu con il ramo in questione dei "Pescolanciano", il cui capostipite Lorenzo rimase coinvolto
nella confisca dei beni patrimoniali su Napoli, a seguito dei citati fatti del Toledo e dei moti indicati.Il Jacobus/Iacobuccio o Giacomo faceva parte del ramo piu' coinvolto dei "Cardito"
1.5 I D’ANNA ED I MARCHESANO TRA IL XVI E XVII SECOLO
(Stemma dei Marchesano)

Il Masciotta, con riferimento a quest’epoca, cita il trasferimento della suddetta signoria dai Carfagna ai d’Anna, mentre le citate Intestazioni Feudali riferiscono -in modo specifico- di asta pubblica dei feudi in questione, presso il Sacro Consiglio, per crediti insoluti da parte di Gio.Geronimo Carafa.
Gio.Vincenzo d’Anna, come da Intestazioni, ne sarebbe risultato poi aggiudicatario per gr.8000. Il Carano rinviene, da fonte non citata, che il primo acquirente delle baronie in questione, fu Marco d’Anna, noto giureconsulto napoletano. Al riguardo, lo scrittore aggiunge che alla data del 1554 (secondo le Intestazioni feudali risultava però titolare di tali terre don Bartolomeo Carafa) sorse lite giudiziaria, presso il Gran Consiglio di Napoli, tra i Carovillesi e la famiglia d’Anna accusata di abusi ed estorsioni (impositura di “gravami”, non previsti dalla Pandetta in vigore). Tale contenzioso si sarebbe concluso nel 1616.
1572 A tale data, Gio.Vincenzo d’Anna trovasi, così, nel Cedolario (n.266) tassato per gr.19.3.13, di cui portulania gr.4.3.12. Nel 1583, il di lui figlio, Fabio d’Anna, figura successore, investito sulla giurisdizione delle anzidette feudalità pervenutegli dal proprio padre.
1583 Fabio d’Anna vendette a Maria de Burchis i castelli di Carovilli,Castiglione e Pesco Corvaro per gr.13300, con atto del 20 giugno per notar Castaldi di Napoli.
1595 Maria de Burchis fu tassata, come da Cedolario, per gr. 19.3.137, così come per gr.4.3.127 nel 1600. La nobildonna de Burchis è da identificarsi in Maria Bucci, citata dalla tradizione storiografica, andata in sposa al marchese Donato Antonio Marchesano.
Quest’ultimo era, allora, esponente della famiglia, di origine abruzzese, che vantava il possesso di varie baronie, quali: Roccaraso, Roccacinquemiglia (1583), Castel del Giudice (dopo il 1600), Frosolone, Casalcipriano, Pescopennataro ed infine Pietrabbondante e Caccavone. Il Carano riferisce, invece, su notizia del Colozza, che nel 1597 essendosi spostato il Donato Marchesano presso il fratello Bernardo, marchese di Frosolone, la titolarità della baronia di Carovilli fu trasferita da Maria Bucci (de Burchis) a Bernardo Marchesano. Costui, tra l’altro, sposò Desiata Melucci, al cui decesso, ereditò la tenuta posseduta dalla consorte, denominata Colle Meluccio e dalla stessa acquistata nel 1628, oltre a Castel del Giudice (ceduto ai primi del XVII sec.dai D’Ugno). Pertanto, sempre secondo il Carano, la titolarità del feudo di Carovilli rimase a Bernardo Marchesano fino al 1621/1623, anno della sua presunta morte, ed in mancanza di propria prole simile prerogativa fu trasferita poi al di lui nipote, dottor Giovanni Tommaso Marchesano, figlio di Francesco.
Questa presunta successione non trova però fondato riscontro nei documenti delle Intestazioni feudali, che -al riguardo - riportano invece quanto segue:
1600 Gio.Giuseppe Marchesano, figlio di Maria de Burchis, successe nei feudi già indicati e pagò alla morte della madre gr.381.17 a favore della Real Corte per il relievo dovuto per le terre di Carovilli,Castiglione e Pesco Corvaro.
1606 Secondo le previste Intestazioni, Gio.Giuseppe Marchesano alienò, a beneficio del fratello Donato Antonio, le suddette terre con lo jus causis civilis e criminalis per gr.18000. Secondo la versione del Carano, la successione feudale si realizzò col passaggio della baronia Carovilli/Castiglione dai Marchesano ai d’Alessandro di Pescolanciano a seguito di dote matrimoniale. Difatti, secondo siffatta tesi, il citato dott.Gio.Tommaso Marchesano, del fu Francesco (+1642), dopo una prima promessa di matrimonio con Laura de Raho che garantiva l’assegnazione pro-dote della terra di Pietrabbondante e Caccavone, successivamente invece si unì in matrimonio con Margherita d’Alessandro (figlia di Agapito, barone di Pescolanciano). Tale barone Gio.Tommaso, ereditando il feudo di Castel del Giudice col suo maniero - a morte del genitore – preferì mantenere la sua residenza a Carovilli, ove morì e fu sepolto il 27 aprile 1674/1679 nella chiesa di S.Maria Assunta, come da registro parrocchiale dei morti .
Figlia unica del succitato dottore Tommaso Marchesano e di Margherita d’Alessandro fu la nobile Anna Maria Marchesano, la quale mantenne l’intestazione unicamente dei soli feudi di Castel del Giudice, Roccacinquemiglia e bosco di Collemelucci portati a titolo di sua dote matrimoniale, in occasione delle nozze contratte (1686) col duca Giov.Giuseppe d’Alessandro di Pescolanciano. Contrariamente alle imprecisioni del Masciotta, tali baronie e beni appartenuti al Casato Marchesani, a titolo personale e vita sua natural durante, furono esclusivamente di pertinenza e dominio della Anna Maria, che rimasta vedova e tardivamente risposatasi in seconde nozze, prese dimora a Castel del Giudice finché visse (+1729), come si desume dalla rispettiva documentazione successoria sia del marito duca Giuseppe e sia di quella riguardante la Anna M.Marchesano, pervenutale dal proprio genitore. Questa tesi sviluppata, dal Masciotta, ma condivisa dal Carano , verterebbe su una successione , fondata storicamente per detti feudi, tramite l’eredità materna pervenuta – dopo il di lei decesso -a favore del figlio Ettore d’Alessandro, i cui discendenti, successivamente, rimasero tenutari di quelle baronie sino all’eversione della feudalità."
Sono a sua disposizione
saluti
ettore d'Alessandro di Pescolanciano
de alessandro
 
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Messaggioda GM Pd'A » giovedì 3 maggio 2007, 20:10

Grazie. E complimenti per la sua conoscenza.
Se ha o trova altre notizie ,mi farà un piacere segnalandomele.
Con cordialità.

GM Pd'A
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Messaggioda de alessandro » martedì 10 luglio 2007, 14:46

Per lo studioso amico partenopeo Pasquale Cavallo, che sta costruendo un interessante sito sulla nobiltà napoletana di seggio ho completato questa scheda biografica su un lontano antenato.
Antonio d’Alessandro, regio ambasciatore e giurisperito della corte aragonese
Di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

La discendenza familiare
Antonio d’Alessandro, il noto “principe dei legisti”, legò la sua fama professionale alle vicissitudini della regnanza aragonese, insediatasi in Napoli nel XV secolo, nonostante la famiglia gentilizia di appartenenza fosse rimasta fedele ai d’Angiò. I nuovi regnanti, riconoscendo il valore e le capacità di taluni personaggi legati alla precedente dinastia, si avvalsero degli stessi patrizi filo-angioini per governare il regno. Il d’Alessandro, difatti, seppur legato ad un casato, che annovera diversi esponenti legati ai sovrani angioini, si mise in mostra per essere,a detta del D’Afflitto (E.D’Afflitto, Memorie degli scrittori del Regno, Napoli, 1782-94,pg.198), “primo dei primi del Foro per il suo vantaggio di possedere tutte le doti dello spirito e del corpo per ben riuscirvi”.Nato a Napoli intorno al 1420, Antonio,secondo un “ignoto” araldista (Esame della Nobiltà Napoletana di Incerto autore, 1697), fu figlio del banchiere Severo (il cui sepolcro trovasi nella chiesa dei Santi Severino e Sossio, ed ascritto al sedile di Montagna e poi di Porto il 21 maggio 1460), nonché fratello di Antonello (“fu banchiere pubblico”), Petrillo, Jacovo (“fu gran cacciatore”).L’autore scrive che detto personaggio “essendo Dr. di legge divenne famosissimo in tal professione, fu Regio Consigliero, e adoprato per la sua fecondia e dottrina dal re Ferdinando in molte ambasciate e particolarmente a Gio. re Aragona fratello carnale e leg.mo successore in tutti i regni dal re Alfonso primo… il che Ant. tutto ottenne da quel Re.Perloche il suo Re gli concesse in dono il Castel di Cardito con altri feudi, quali perché ne passarono agli eredi si stima che fossero in vita concessi o devoluti al Regio Fisco per morte senza figli; veram.te quest’Antonio p.la sua virtù diede ben molto splendore principio alla nobiltà della famiglia, ebbe moglie Macedonia Riccio sorella del famoso Michele con la quale non fe prole”. Secondo il genealogista di Casa d’Alessandro, il De Daugnon (DD.Daugnon, La Ducal Casa dei d’Alessandro, patrizi napoletani, Milano 1880) la discendenza dell’Antonio sarebbe derivata invece da Paolo o Paolello (fratello del Severo), direttore del Gran Sigillo nel 1403 e segretario della regina Giovanna II di cui dicevasi essere “suo familiare”. Inoltre, oltre ai citati fratelli l’autore fa menzione del famoso umanista-giurisperito Alessandro(n.1461+1523) e di Giovanna/Giovannella sposa di Casotto De Gennaro. Si potrebbe, invece, ipotizzare che detto Paolo fu padre dei soli tre figli Alessandro, Antonio, Giovannella, di cui il secondo però diverso dall’ambasciatore in questione. L’esistenza di questo omonimo Antonio nella Napoli di metà-fine XV secolo, tra l’altro, risponderebbe alla tesi genealogica del D’Afflitto (Op.cit.), secondo la quale era da ritenersi errata la notizia del Toppi circa la nomina del d’Alessandro anche a presidente della Regia Camera della Sommaria nel 1484 (così il Toppi: “ Antonius de Alexandro neap. Patrici judex magna Curia Vicaria an. 1484 ut in com, 24 fol 44 su Arch. Reg. Cam. Reperitur enter Regia Camera Sommaria Presidentes in ann. 1488 ut in compusit acobi Cavalli praedicti anni in archivio Reg.Cam.). Difatti, dimostrò il D’Afflitto che “sapendo noi da cento documenti, e dallo stesso Toppi, che Antonio nel 1480 fu dichiarato Vice-protonotario; e che tenne questa carica fino alla morte,come può credersi, che nel 1484 fosse disceso all’infimo grado della magistratura?... Io per me direi, che questi è diverso dal nostro, e col tal diversità salverei più cose. I. Non si darebbe una solenne smentita al Toppi; cosa dura in se stessa, e durissima nel darsi ad uno che cita i pubblici registri,dei quali è custode. II. Potrebbe esser vero, che Alessandro d’Alessandro ebbe un fratello per nome Antonio, come asserisce il Chioccarelli;lo che non è fatto possibile per le ragioni da me addotte nell’articolo antecedente alle quali si può aggiungere l’enorme disparità degli anni: e ciò tutto si accomoda con questo nuovo Antonio d’Alessandro”. Lo stesso Biagio Aldimari (B.Aldimari, Memorie delle Famiglie imparentate con la Famiglia Carafa, Vol.IV, Napoli 1691 pg.372) riconosce che “vi fu un altro Antonio, che fu Consigliere, e Presidente del Sacro Regio Consiglio nel 1483”, divergendo, però, sull’ incarico riconosciuto. L’esistenza di due cugini con stesso nome, con ruoli di prestigio diversi mantenuti presso la corte aragonese e con età anagrafica diversa (Antonio di Paolo forse più giovane), acquieterebbe la secolare discussione sollevata da vari studiosi circa la rilevata differenza di età tra l’illustre umanista-giurisperito Alessandro (n.1461+1523, autore dei Dies Geniales) e il presunto fratello Antonio, identificato dalla storiografia ufficiale nel famoso regio ambasciatore, per la quale si è sostenuto la non appartenenza del primo alla famiglia patrizia napoletana. L’Antonio di Paolo, pertanto, ebbe una carriera nella Regia Camera della Sommaria, ove il 13 gennaio 1459 ricevette la prima nomina come “ufficiale” e successivamente ne divenne “presidente”(1495, Toppi, op.cit).
La formazione scolastica
In gioventù messer Antonio frequentò gli studi in legge (leggi romane) in alcune università d’Italia, quale Ferrara e Siena, diventando solerte discepolo del famoso Francesco Aretino ed Alessandro d’Imola.Il Chioccarelli (B.Chioccarelli,De Illustris Scriptorib. In Civitate et regno Neapolis,t.I,Napoli 1780 pg.50) sostiene che prese il dottorato a Ferrara sotto il magistero dell’Aretino (Francesco Accolti insegnò giurisprudenza a Bologna dal 1440 al 1445, poi a Ferrara dal 1448 al 1461 ove predilesse leggere testi canonisti), mentre Matteo d’Afflitto (D’Afflitto,Decisionis, 194,n.I,liber 3,1598 pg.646) lo menziona tra gli illustri personaggi del collegio dei dottori di Napoli. Rientrato in Napoli, già famoso, fu scelto da re Alfonso I per “leggere giurisprudenza” (P.Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli, Napoli,1723 lib.28,cap.V,pg.486) alla Università dei Regi Studi “nella cattedra matutina” , tanto che i suoi insegnamenti suscitarono grande interesse presso gli studenti della materia a tal punto che “da per tutto correvano gli scolari alle sue lezioni”. Scrive il Chioccarelli, in merito,(Chioccarelli, op.cit. p.50): “Ubi primum leges interpretari in patrio gymnasio, caepisset, famam suam usque ad ultimos Europae fines expandit;ita ut non ex Regno, et universa Italia solum,sed etiam ex Gallis, Hispaniisque ad illum audiendum passim et gregatimconfluxerint”. Contemporaneamente all’insegnamento, Antonio d’Alessandro si diede a svolgere anche la professione di avvocato, diventando tra i primi legisti del foro partenopeo, le cui qualità furono apprezzate dallo stesso sovrano aragonese che lo nominò nel 1447 ,all’età di soli 27 anni, Regio Consigliere (N.Toppi, Catalogus cunctorum regentium e judicum M.C. Vicriae..Regi Consiglieri,Par.2, Napoli 1666pg.388) con assegno di 500 ducati l’anno (Società Napoletana di Storia Patria,Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber, Napoli, 1916,pg.220).
Le cariche nel Regno
Queste sue illustri qualità forensi furono confermate e riconosciute anche dal successore al trono di Napoli, re Ferrante(Ferdinando) I che “creò dett’Antonio del Consiglio Supremo, e lo fece per l’assenza di D.Gioffredo Borgia Principe di Squillace”(S.Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601 pg.748 ). Il sovrano lo mandò,poi, come suo ambasciatore a Roma (1458) presso la corte di papa Pio II (Giannone, Storia Civile, op.cit.lib.27) per ottenere il riconoscimento pontificio sull’investitura al Regno, contesa dai duchi d’Angiò. A detta del D’Afflitto (E.D’Afflitto, Memorie op.cit, pg.199) “si guadagnò a segno la stima, e la buona grazia di quel Papa letterato, e del Collegio de’ Cardinali, ch’è fama ch’egli consultasse e dettasse la stessa Bolla dell’Investitura, che felicemente ottenne”. Visto il buon esito della missione, che fu molto apprezzata da re Ferrante, si verificò che appena tornato da Roma, ottenne altra importante missione, quale commissario (“in priori legatione nuptias inter dictum Regum Ferdinandum”), inviato con Stefano de Comitibus di Bologna, nel 1459, in Calabria in occasione di una rivolta di tali popolazioni presso Rossano, onde convincerle a rimanere fedeli alla corona aragonese. Il d’Alessandro andò, poi, in Spagna, accompagnato da Turco Cicinello, per incontrare re Giovanni II d’Aragona, zio di Ferrante, al fine di distogliere l’interesse verso le tumultuose richieste del principe di Taranto ed altri baroni ribelli che lo esortavano ad occupare il regno di Napoli, destituendo dal trono suo nipote. Anche tale ambasceria ebbe esito positivo “non solo ottenne, che fossero ricusate le offerte de’ ribelli, ma tolse un altro seme di discordia tra le due corti, accomodando gl’interessi per le doti della Regina Maria, moglie del nostro Re Alfonso I, morta in Catalogna, la quale aveva lasciato erede il (cognato) Re Giovanni” (D’Afflitto, op.cit.,pg.201). Molto probabilmente, lo stesso fu occupato in altre ambascerie fino al 1465, dal momento che non risultano sentenze del Sacro Regio Consiglio a firma di costui. Dal 1465 al 1468 fu presente in Napoli, riprendendo la cattedra dell’insegnamento all’Università nel 1466 (come è attestato dal titolo di una sua opera che raccoglie le lezioni ivi svoltesi: “Recollectae in Tit., saluto matrimonio, de liberis posthumis, de vulgari pupillari substitutione,collectae per Franciscum Mirabellum eius scholarem, dum idem Antonius in Neapolitano Gymnasio an.1466 publico regio stipendio conductus legerat, concurrens D.Andrea Maricondo in lecitone extraordinaria “)e dedicandosi alla sua professione forense. Nel 1468 il Toppi (Toppi, op.cit. num.2) lo cita nel modo seguente: “ Antonium de Alexandro, ac Jo Anton. Carafam eiusdem Regis jussu ad alia occupatos negozia “, mentre l’anno successivo si ritiene essere stato incaricato a negoziare la pace con Bartolomeo Coleone Bergamasco, sceso in guerra contro re Ferrante, nonché ad accogliere l’imperatore Federico III, sceso in Italia per alcuni mesi del 1469. Una sua pubblicazione manoscritta, presente presso il fondo Brancaccio della biblioteca nazionale di Napoli, apparve nel 1469 con il seguente titolo: “Reporta tradita per eximium legum doctorem dominum Antonium de Alessandro codicis de edendo sub anno domini 1469”(A.Ambrosio, L’erudizione storica a Napoli nel Seicento, Salerno 1996 pg.143). Il successivo periodo 1470-1475 vide Antonio d’Alessandro riprendere la carica di Consigliere, pur mantenendo sempre la cattedra e producendo altra opera giuridica “ Reportata Carissimi U.I Interpretis Domini Antonimi de Alessandro super II Codicis in Fiorenti studio Partenopeo sub aureo seculo, augusta pace Ferdinandi Siciliane”. Trattasi, questa, di raccolta di discussioni processuali, riguardanti argomenti di diritto privato (eredità, dote etc), seppur trattati con spirito innovativo, rispetto al medioevale “schema feudale”, tipico della cultura umanistica del tempo. Scrive, in proposito, Francisco E. De Tejada (F.E.De Tejada, Napoli Spagnola, Napoli 1999, pg.282) che nell’opera “Reportata” l’autore “ripete fedelmente lo schema feudale del regno, inclinandosi a correggere gli abusi dei baroni con norme di giustizia razionale; per esempio, quando proibisce al servo di obbligarsi col suo signore con patto di non petendo (fol.21a).Alla maniera tomista, presenta la legge positiva come fondata sulla ragione naturale (fol.19a) e, copiando Baldo, contrappone l’equità al rigore della legge, raccomandando la prima ai giudici giacché la generalis intentio Imperatoris est mitescere duriciem et rigorem. Il fatto che identifichi l’equità con la ragione naturale, che equitas est naturalis, colora di intellettualismo il suo idearlo, incorporandolo nella tendenza a esaltare la speculazione, tipica della mentalità dei letterati, di fronte alla violenza bruta”. Per quest’approccio culturale alla scienza del diritto, costumanza proseguita anche da altri discendenti del Casato, la fama del dottore Antonio d’Alessandro si diffuse nei vari regni tra la gioventù studiosa, tanto da riferire lo stesso che alle sue lezioni assistevano più di trecento studenti (Reportata, fol.215a). Tornò in Spagna per la seconda volta, nel 1476, per altra ambasciata, volta a ricomporre le differenze sorte tra le corone di Portogallo e Castiglia (Storia Patria,op.cit), nonché a chiedere all’ispanico sovrano Ferdinando (succeduto al padre Giovanni) di dare in sposa la di lui sorella, l’infanta Giovanna, a re Ferrante di Napoli. Tale matrimonio si concluse felicemente nel 1477, allorquando lo stesso “messere” Antonio con il duca di Calabria ed un gruppo di importanti baroni napoletani ripartirono da Napoli (11 giug.) per la Spagna per prendere la novella regina. Detta unione servì a consolidare il potere regale dell’Aragona in Napoli, intensificando i contatti parenterali con la patria d’origine, onde garantire eventuali rivendicazioni sulla futura successione al trono spagnolo. Sempre nel 1477 il d’Alessandro raggiunse il re di Francia per concludere altro matrimonio tra la nipote di costui, la principessa di Savoia, e Federico d’Aragona (Storia Patria, op.cit.,pg.221). A questa data esiste corrispondenza nel citato fondo brancacciano tra il d’Alessandro e Perloisius Ricius Iuris Civilis studiosus (F.Delle Donne, Città e monarchia nel Regno svevo di Sicilia, Salerno 1996 ,pg.15).
A tale epoca si fa risalire il riconosciuto dono, fatto dal re Ferrante, del casale di Crispano nei pressi di Aversa (6 mar.1479) nonché del confinante feudo di Cardito (1480) posto a meridione dello stesso, seppur il Mazzella (S.Mazzella, Descrizione del Regno di Napoli,op.cit) riferì che Antonio d’Alessandro ricevette “in dono Cardito con due altre terre”.
Come accennato, Antonio d’Alessandro fu promosso “Vice-Protonotario” (luogotenente del logotera protonotario del Regno) nel 1480, sostituendo solo pro-forma (in quanto risulterebbe aver mantenuto detto mandato “ad interim”o per poco tempo; nel 1482 viene infatti riferito “Lucas de Toczolis per aliquot menses officium Viceprothonotarii exercuit, donec redierit Ant. de Alexandro.. nel 1483,poi, Lucas de Toczolis obiit 25 Septembris; quo morto Ant. de Alexandro Viceprothonotarius rediit ad S.C.”) il celebre romano Luca Tozzi(Tozzolo) come riferito nel catalogo del Toppi: “Lucas de Toczulis per aliquot menses officium prothonotarii exercuit, donec vedierit Ant. de Alexandro” . Nello stesso anno risulta aver ottenuto anche l’ufficio di “portolano” e “custode” del porto del Fortore in Puglia (Storia Patria, op.cit. Tale incarico era stato coperto anche dal familiare Giovanni e successivamente nel 1533 da un pronipote Vincenzo del ramo della Castellina). Tale tipologia di incarico, se si considera il periodo storico minacciato dalle numerose incursioni piratesche dei musulmani -nel 1480 vi fu l’eccidio di Otranto per mano turca-, conferma l’elevato livello di stima, esistente presso la corte aragonese, nei confronti del d’Alessandro, ritenuto capace di organizzare anche presidi di difesa militare sul territorio. In proposito, va ricordata una lettera del 1492, a lui indirizzata in qualità di vice-protonotario, in cui si riferisce sulle opportune disposizioni difensive. Ma sembra che i riconoscimenti ricevuti dalla corona d’Aragona per il buon servizio svolto dal d’Alessandro non si limitarono alle suddette cariche, in quanto lo stesso re Ferrante lo cinse cavaliere (insignito del collare dell’Ordine della Giara,come da raffigurazione del suo monumento funebre, ove appare l’insegna della Giara sovrapposta sulla banda calante dalla spalla e ricadente sul petto; “due grandi Giare a rilievo decorano poi i pannelli marmorei che fiancheggiano lo stemma di famiglia collocato in quello centrale”:G.Vitale, Araldica e Politica.Statuti di Ordini cavallereschi “curiali” nella Napoli aragonsese, Salerno 1999 ) e lo nominò suo “aiutante di camera”(1481).
Altro importante incarico fu affidato nel 1481, quando fu spedito a Firenze per trattare l’alleanza con Lorenzo de Medici sostituendo il consigliere Giovanni Albino, occupato nell’accompagnare il duca Alfonso di Calabria alla guerra di Otranto. In alcune lettere di Marino Tomacello all’Albino, datate 25-29 giugno 1481, si menziona messer Antonio per la missione fiorentina: “Le vostre lettere a la Illustriss. Madonna de Ferraro ho dato ad M.Antonio, e factele le vostre raccomandationi, e l’altra ho dato al mag.Lorenzo “.L’ambasceria doveva persuadere “il Magnifico”a non scontrarsi col re di Napoli, bensì a formare un’alleanza (“lega”) tra le due corti. Si concluse, così , un cotale accordo che vide la partecipazione anche di Giangaleazzo duca di Milano, nonché il consenso del duca di Ferrara e del papa. Vi fu anche una probabile ambasciata in Venezia presso la corte dei Dogi (L.Giustiniani, Memorie Istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, t.I,Napoli 1787 pg.41). Di questo periodo esiste numerosa corrispondenza tra il Pontano, l’Albino ed il d’Alessandro. Al riguardo il Gravier (G.Gravier, Lettere Istruzioni ed altre memorie dei re Aragonesi, 177) ha evidenziato dalle numerose lettere consultate negli archivi aragonesi che esistesse tra questi ultimi due personaggi un buon rapporto di amicizia e confidenza anche con scambi d’opinione personali su problemi governativi “delicati” di politica interna ed estera. Oltre a queste epistole, perse nell’incendio del fondo archivistico aragonese del 1943, furono citati dagli storici di fine ‘800 numerosi altri atti di varia natura risalenti al 1483. Dalla formula finale di tale documentazione amministrativa, che va dalla “Alienatio bonorum burgensaticorum heredum Ambrosii” alla “Concessio familiaritatis Johannello de Grimaldo” risulterebbe il d’Alessandro incaricato alla spedizione degli atti governativi in qualità di cancelliere e/o luogotenente del logotera e protonotario del Regno. Altra documentazione del 1483 testimonia,invece, la sua partecipazione in qualità di “commissario regio” con Nicola Barone nel sequestro e nella vendita delle robe dei Veneziani nel regno. L’anno successivo, 1484, il d’Alessandro fu anche menzionato per aver imprestato circa 350 ducati al suo sovrano( Storia Patria, op.cit.pg.221) con probabile aiuto del fratello banchiere Antonello.
La trattativa di pace nella congiura dei baroni
Con l’incalzare degli eventi rivoluzionari all’interno del regno,il re Ferrante si affrettò a spedire l’Antonio a Roma presso la corte di papa Innocenzo VIII “per accordar varie differenze, e particolarmente quella dell’annuo censo” (D’Afflitto, op.cit.pg.201). Il Giannone (P.Giannone, op.cit. lib.28 cap.I) sostenne, invece, che tale missione del 1485 servì per presentare il “palafreno” al papa, il cui rifiuto portò il d’Alessandro ad elevare protesta e a lasciare in breve tempo la città pontificale. La protesta fu riportata per intero nell’opera del Chioccarelli nel tomo I della “Reale Giurisdizione”.In verità, la Chiesa aveva preso le difese di un gruppo di baroni in congiura contro la corona aragonese a seguito di un’intrapresa politica governativa di inasprimento delle imposte. I ribelli intendevano proclamare la restituzione del regno di Napoli al casato dei Lorena, ritenuti eredi dei diritti successori dei d’Angiò. Per aiutare i baroni, pertanto, fu costituito un esercito, grazie anche al sostegno della repubblica veneziana, comandato dal principe di Salerno, Roberto Sanseverino, per aiutare i baroni in rivolta. A questi primi tumulti insurrezionali fece seguito la missione del d’Alessandro a Roma, onde scongiurare il papa dall’intervenire nella suddetta questione politica interna al regno. La rivolta, comunque, non assunse notevole dimensione e non dilagò in tutto il regno limitandosi ad alcune operazioni militari di poca durata che videro, però,in qualche occasione gli aragonesi in difficoltà. Fu rispedito, comunque, nell’agosto 1486, come rileva il Giustiniani (L.Giustiniani, op.cit.pg.41), per il suo voto registrato dal segretario del Supremo Consiglio, Antonio Gaczo: “Votum mag. D.Antonii de Alexandro in causa Marci Pisani cum Petro de Campalo relictum ante ejus discessum in Urbe..23 Augusti 1486 Vestrae Dominationis filius Antonius de Alexandro Viceprothonotariu”, sul ex quaterno II votorum et decretorum S.R.C. continuato in eodem anno sub mag. D.Andrea Mariconda U.J.D. Viceprothon. La permanenza di messere Antonio in Roma deve essersi protratta dal 1486 (al 31 agosto risulta presente in qualità di “oratore”) fino al novembre 1493, come da altro voto presso il S.R. Consiglio “sub die 3 dicembris” (“Mag. Dom. Antonius de Alexandro sedit in Consilio ut Viceprothonotarius” nell’ex libro votorum S.R.C. a die 25 Jan.1493 usque ad 24 Dic.1494 Tom.I).Dovette, anche, ritornare in Roma, forse per altre due volte, “onde dicono alcuni, ch’egli per due vosse fosse stato legato anche presso Alessandro VI successore d’Innocenzo VIII”(L.Giustiniani, op.cit.pg.41). Probabilmente ivi rimase fino alla morte di re Ferrante/Ferd. il 25 gennaio, a seguito della quale con l’arcivescovo di Napoli e il marchese di Gerace, il conte di Potenza e Luise Paladini fu richiesta la condonazione del censo per Alfonso II, di cui il d’Alessandro sottoscrisse da testimone il testamento in data 27 gennaio 1495. Tale notizia viene riportata dal D’Afflitto (D’Afflitto, op.cit.pg.202) in quanto appare, tra l’altro, che nel catalogo cronologico del Toppi la carica di vice-protonotario fu mantenuta in Napoli da Andrea Mariconda: “1494, I. Andreas Mariconda Vice-prothonotarius: aliquondia fuit hoc anno, danec eodemmet anno vediti.II. Antonius de Alexandro Vice-prothonotarius.”. In questo arco di tempo, ricevette anche l’incarico di rappresentare il re di Napoli nel concilio del 1490, ove si doveva bandire una crociata contro gli infedeli. Il Chioccarelli, infine, informò sugli ultimi incarichi del d’Alessandro, sostenendo che fu inviato per altre due volte presso il re di Francia senza, però, specificare la motivazione.
All’età di 79 anni, di lunedì 26 ottobre 1499 (secondo il solo Summonte –Loc.Cit.t.4 p.28- l’anno fu il 1498)cessò di vivere l’illustre ambasciatore,ormai barone di Cardito, uomo di eccellenti qualità culturali e capacità giuridiche e diplomatiche (scrisse re Ferrante/Ferd.: “messer Antonio è jurisconsulto e sa bene come si governare; Messere Antonio è peritissimo, usi la perizia e prudenza sua”), tramandate per mezzo delle stesse sue opere (Reportata carissimi, Commentaria, Additiones), rimaste famose per diversi secoli. Per tale lutto furono svolti pomposi funerali di “stato”nella capitale presso la chiesa di Monte Oliveto (S.Anna dei Lombardi), ove lo stesso Antonio aveva fatto erigere proprio sepolcro e monumento funebre (attribuito a T.Malvito)nel 1491 nella cappella di famiglia. In proposito, secondo il D’Engenio (E.Caracciolo, Napoli Sacra, Napoli 1624 pg.508) la cappella doveva contenere anche un altare, ove era riposta “la tavola dentrovi la Santissima Vergine che presenta a Simeone il suo Figliuolo, opera di Lonardo Pistoia eccellentissimo pittore “.Alle esequie intervenne lo stesso Ferdinando, duca di Calabria, nella presenza del quale e di tanti altri “degnissimi” signori fu recitata l’orazione funebre dal dottissimo Francesco Pruis (Francesco Pucci) fiorentino, accademico pontaniano, “posta poi in stampa in potere del Dottor Antonio Bollito; fu l’officio predetto dato al Dottor Antonio di Gennaro (nipote di costui, figlio di Giovannella d’Alessandro) favoritissimo del Re Ferrante I”(A.Summonte, Dell’historia della città e Regno di Napoli ). Sul tumolo marmoreo, ove fu scolpita la figura di Antonio e quella della consorte Ricci, fu inciso per volontà del d’Alessandro il semplice ed umile epitaffio, a ricordo del suo unico amore: madonna Maddalena.
“ ANTONII DE ALEXANDRO, E MAGDALENAE RICCIAE CONJUGUM
QUOS DEUS CONJUNXIT, HOMO NON SEPARET.
ANTONIUS DE ALEXANDRO JURIS CONSULTUS AD SUAS, ET SUORUM
RELIQUIAS,QUOUSQUE OMNES RESURGAMUS, REPONENDAS, SACELLUM
HOC CONSTRUXIT,
ET REDEMPTORI NOSTRO DICAVIT ANNO MCCCC CI”

Circa la data segnata, l’ipotesi accreditata da vari studiosi è che nel corso dei secoli è venuta meno la lettera X posta prima dell’ultima C
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Messaggioda Centelles5 » mercoledì 29 agosto 2007, 9:23

carissimo d'alessandro,
forse interverrò in ritardo, ma ci tengo a segnalarLe un Mons. Luigi D'Alessandro, prima Arcivescovo di Santa Severina e poi Vescovo di Alessano (le) nella prima metà del settecento.
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Messaggioda de alessandro » mercoledì 29 agosto 2007, 14:25

ringrazio per la segnalazione e trattasi di esponente (ultimo del ramo) del ramo della Castellina sul Biferno, di cui ho fatto un accenno.
Qualora necessitassero notizie sul suddetto personaggio posso inviare una scheda biografica.
Cordiali saluti
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Messaggioda Centelles5 » mercoledì 29 agosto 2007, 15:32

le sarei immensamente grato
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