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Maria Giulia ha scritto:Quando si affrontano argomenti di questo tipo si rischia sempre di scadere inevitabilmente sull'ovvio e sullo scontato, ma così appare solo in superficie.
Lei dottor Degli Uberti dice che ormai ci siamo per così dire livellati, ma a mio modesto avviso ci siamo livellati verso il basso; dice giustamente che nessuno, o quasi, sputa più per terra, ebbene io le chiedo in quanti usano ancora il baciamano, in quanti usano ancora aprire lo sportello della vettura alla loro signora, in quanti tengono conto del luogo per decidere l'abbigliamento, si conoscono le più elementari regole della buona educazione?
Personalmente vedo solo maleducazione, prevaricazione ed arroganza, a volte purtroppo anche da chi, quanto meno, la tradizione familiare dovrebbe diversamente indirizzare.
La nobiltà giuridicamente non esiste più, ma pensiamo forse che il giorno dopo l'entrata in vigore della costituzione italiana di colpo i comportamenti sono cambiati in funzione solo di questo evento?
La nobiltà giuridica spesso non aveva nulla in comune con la Nobiltà fattuale, ma almeno ne era sprone, contribuiva a che i comportamenti fossero misurati, e soprattutto era custode delle tradizioni e del loro perpetuarsi.
Oggi poche persone guardano al passato come ad un valore, coma al riconoscimento di noi stessi attraverso di esso; noi siamo quello che i nostri genitori ci hanno tramandato e dobbiamo esserne orgogliosi.
Chi non conosce il proprio passato non vedrà il proprio futuro; personalmente non ho mai visto la ricerca nel passato come intento di vanagloria, ma come affermazione di se attraverso di esso.
Affermare mio nonno era...., non significa vantarsi di fronte agli altri, ma solo affermare la propria provenienza, mostrare i propri valori, sbandierarli a coloro che ritengono superato e deridono tutto ciò.
Soprattutto tra i giovani (ed io mi pregio di appartenere a questa categoria) noto la mancanza di questi valori, ma per fortuna ci sono ancora persone che utilizzano carta da lettera con lo stemma di famiglia, che indicano con un R.S.V.P. la cortesia di rispondere in un invito, che amano cambiarsi d'abito durante la giornata, che ti fanno sentire forse sì, un po' principessa Sissi, ma che allo stesso tempo amano sottolineare come loro attraverso la loro famiglia abbiano fatto parte della storia e continuino a farne parte.
Scusate la retorica, ma era difficile non cadervi.
Maria Giulia.

Mario Volpe ha scritto:La provocazione del Dr. degli Uberti è stimolante, e le risposte fornite dai frequentatori sono pienamente condivisibili. E’ senz’altro giusto e bello voler conservare e tramandare la storia e le tradizioni della propria famiglia, soprattutto se nobiliari, anche se nel 2006, in una Repubblica che non riconosce titoli, parlare di “diritti storici” può sembrare superato e anacronistico.
Ma ora vorrei provare, se gli amici frequentatori me lo permettono, a spostare la provocazione su un altro settore, a me più familiare, e cioè quello delle investiture cavalleresche.
Se è giusto e bello conservare e tramandare la storia e le tradizioni della propria famiglia, e quindi, in un certo senso, voler perpetuare la nobiltà (sia essa giuridica o fattuale) ed i suoi significati, è altrettanto giusto – nel 2006 e in un regime repubblicano - voler conservare le tradizioni ed i significati delle investiture cavalleresche “storiche” ?
Naturalmente mi riferisco a quegli ordini cavallereschi di origine pre-unitaria che ancora oggi vengono conferiti in Italia da eredi (più o meno diretti) di sovrani che li avevano istituiti mentre sedevano su di un trono, e che oggi - dato che quel trono non lo posseggono più e dato che il loro stesso regno non esiste più - sono considerabili come degli “onori virtuali” conferiti da “comuni cittadini” di un altro stato (benché abbiano conservato una fons honorum e una discendenza dinastica).
Queste istituzioni, oggi definite come “ordini non nazionali”, sono ancora per varie ragioni molto ambite e ricercate nel nostro Paese e, grazie al contorno storico-tradizionale, cerimoniale ed elitario che normalmente le accompagna, continuano a suscitare una forte attrazione e suggestione in ampie fasce della comunità (nonostante gli innegabili cambiamenti “materialistici” imposti dall’era moderna alla nostra società).
Queste investiture dovrebbero oggi aver perso gran parte del loro significato, essendo effettuate da persone che non hanno più alcun potere sovrano e che in gran parte sono considerati degli stranieri nel nostro Paese. Alcuni poi, tendono a sminuire l’importanza di questi Gran Maestri senza trono che, grazie alle rendite ed ai privilegi che la loro discendenza principesca (o i ricchi matrimoni) gli consentono di conservare (soprattutto all’estero), possono anche permettersi di non dover “lavorare per campare”.
Eppure la “caccia al titolo” da parte di molti italiani per conquistare una o più d’una di queste investiture è ancora oggi assai assidua e diffusa.
Che non sia un segnale dell’ambizione, della vanità o della voglia di primeggiare, che una certa parte degli italiani continua a sentire come un bisogno personale ?
Non parliamo poi degli “ordini cavallereschi fasulli”, che fin dalla proclamazione della Repubblica nel 1946 hanno cominciato a proliferare e moltiplicarsi nel nostro Paese, approfittando del “vuoto” lasciato dalle istituzioni cavalleresche monarchiche che nel frattempo la Repubblica stessa aveva soppresso (e della fine del controllo fino ad allora esercitato dalla Consulta Araldica del Regno).
Anche in questo settore – nonostante le limitazioni imposte dall’attuale normativa italiana (vedi la legge n. 178/51) - la caccia all’investitura è molto diffusa, sia da parte degli ignari cittadini che, in buona fede, si lasciano convincere (leggi ingannare) dalla validità e dalla legittimità di questi conferimenti, sia da parte di coloro che, senza andare troppo per il sottile, non potendo ambire a quelli “seri”, pur di esibire nastri di seta multicolori e luccicanti decorazioni smaltate, si accontentano più o meno consapevolmente anche di questi “surrogati”.
La cosa più strana, tra l’altro, e lo dico purtroppo per esperienza professionale, è che tra i tanti che ci cascano ci sono molti rappresentanti delle nostre Forze dell’Ordine (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza), ossia proprio di quei soggetti che non solo non dovrebbero lasciarsi adescare da queste nomine false e truffaldine, ma dovrebbero invece perseguire e denunciare i responsabili di questi illeciti…
Nella bilancia degli attuali “valori onorifici” italiani, un cavalierato di un nostro ordine nazionale (OMRI, OSSI, OMI, OML) dovrebbe avere un maggior peso rispetto a queste investiture “storiche”, dato che, se non altro, esso viene conferito da un legittimo Capo di Stato (e, generalmente, non a mero titolo onorifico [o dietro una tassa di iscrizione], ma per meriti effettivamente acquisiti dal destinatario).
Paradossalmente invece, nelle ambizioni comuni più diffuse, si tende a considerare maggiormente prestigiosa l’investitura “storica”, magari solo perché questa permette, oltre che di portare la rosetta all’occhiello della giacca o il nastrino sulla divisa, anche di indossare un paio di volte l’anno il traslucido mantello crociato dell’ordine.
(parafrasando il Dr. degli Uberti) "Indicate una strada da seguire..."
Cordialmente
Mario Volpe
Mario Volpe ha scritto:Se è giusto e bello conservare e tramandare la storia e le tradizioni della propria famiglia, e quindi, in un certo senso, voler perpetuare la nobiltà (sia essa giuridica o fattuale) ed i suoi significati, è altrettanto giusto – nel 2006 e in un regime repubblicano - voler conservare le tradizioni ed i significati delle investiture cavalleresche “storiche” ?
Mario Volpe ha scritto:Eppure la “caccia al titolo” da parte di molti italiani per conquistare una o più d’una di queste investiture è ancora oggi assai assidua e diffusa.
Che non sia un segnale dell’ambizione, della vanità o della voglia di primeggiare, che una certa parte degli italiani continua a sentire come un bisogno personale ?
Mario Volpe ha scritto:Non parliamo poi degli “ordini cavallereschi fasulli”, che fin dalla proclamazione della Repubblica nel 1946 hanno cominciato a proliferare e moltiplicarsi nel nostro Paese, approfittando del “vuoto” lasciato dalle istituzioni cavalleresche monarchiche che nel frattempo la Repubblica stessa aveva soppresso (e della fine del controllo fino ad allora esercitato dalla Consulta Araldica del Regno).
Anche in questo settore – nonostante le limitazioni imposte dall’attuale normativa italiana (vedi la legge n. 178/51) - la caccia all’investitura è molto diffusa, sia da parte degli ignari cittadini che, in buona fede, si lasciano convincere (leggi ingannare) dalla validità e dalla legittimità di questi conferimenti, sia da parte di coloro che, senza andare troppo per il sottile, non potendo ambire a quelli “seri”, pur di esibire nastri di seta multicolori e luccicanti decorazioni smaltate, si accontentano più o meno consapevolmente anche di questi “surrogati”.
La cosa più strana, tra l’altro, e lo dico purtroppo per esperienza professionale, è che tra i tanti che ci cascano ci sono molti rappresentanti delle nostre Forze dell’Ordine (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza), ossia proprio di quei soggetti che non solo non dovrebbero lasciarsi adescare da queste nomine false e truffaldine, ma dovrebbero invece perseguire e denunciare i responsabili di questi illeciti…
Mario Volpe ha scritto:Nella bilancia degli attuali “valori onorifici” italiani, un cavalierato di un nostro ordine nazionale (OMRI, OSSI, OMI, OML) dovrebbe avere un maggior peso rispetto a queste investiture “storiche”, dato che, se non altro, esso viene conferito da un legittimo Capo di Stato (e, generalmente, non a mero titolo onorifico [o dietro una tassa di iscrizione], ma per meriti effettivamente acquisiti dal destinatario).
Paradossalmente invece, nelle ambizioni comuni più diffuse, si tende a considerare maggiormente prestigiosa l’investitura “storica”, magari solo perché questa permette, oltre che di portare la rosetta all’occhiello della giacca o il nastrino sulla divisa, anche di indossare un paio di volte l’anno il traslucido mantello crociato dell’ordine.


Maria Giulia ha scritto:Quando si affrontano argomenti di questo tipo si rischia sempre di scadere inevitabilmente sull'ovvio e sullo scontato, ma così appare solo in superficie.
Lei dottor Degli Uberti dice che ormai ci siamo per così dire livellati, ma a mio modesto avviso ci siamo livellati verso il basso; dice giustamente che nessuno, o quasi, sputa più per terra, ebbene io le chiedo in quanti usano ancora il baciamano, in quanti usano ancora aprire lo sportello della vettura alla loro signora, in quanti tengono conto del luogo per decidere l'abbigliamento, si conoscono le più elementari regole della buona educazione?
Personalmente vedo solo maleducazione, prevaricazione ed arroganza, a volte purtroppo anche da chi, quanto meno, la tradizione familiare dovrebbe diversamente indirizzare.
La nobiltà giuridicamente non esiste più, ma pensiamo forse che il giorno dopo l'entrata in vigore della costituzione italiana di colpo i comportamenti sono cambiati in funzione solo di questo evento?
La nobiltà giuridica spesso non aveva nulla in comune con la Nobiltà fattuale, ma almeno ne era sprone, contribuiva a che i comportamenti fossero misurati, e soprattutto era custode delle tradizioni e del loro perpetuarsi.
Abbiamo concetti comletamente diveri di cos'è la nobiltà oggi:
Lei parla di comportamenti. Le faccio presente che una persona di animo malvagio o intenti subdoli potrebbe benissimo conoscere ed applicare le regole dell'etichetta. Quella persona è Nobile?
A mio avviso la Nobiltà deve andare ben oltre i comportamenti ma risiedere nello stesso modo di essere di una persona. Per questo ho indicato le Virtù e ritengo che la fortezza può benissimo stare in un poverello di Assisi che non sapeva fare il baciamano cosi come la prudenza o saggezza in una bambina di 13 anni come Teresa di Lisieux.
Non possiamo confondere la gentilezza o la cortesia con la Nobiltà... questa oggi che non è più uno status giuridico può essere solo una virtù ..
Oggi poche persone guardano al passato come ad un valore, coma al riconoscimento di noi stessi attraverso di esso; noi siamo quello che i nostri genitori ci hanno tramandato e dobbiamo esserne orgogliosi.
Chi non conosce il proprio passato non vedrà il proprio futuro; personalmente non ho mai visto la ricerca nel passato come intento di vanagloria, ma come affermazione di se attraverso di esso.
Affermare mio nonno era...., non significa vantarsi di fronte agli altri, ma solo affermare la propria provenienza, mostrare i propri valori, sbandierarli a coloro che ritengono superato e deridono tutto ciò.
Beata lei che non ha mai conosciuto nessuno che si riempie la bocca con i suoi antenati perchè non ha argomenti su se stesso.. purtroppo il mondo è pieno di vanesi e nell'ambito della genealogia come puo immaginare, la densità di tali persone è molto maggiore che in altri ambiti ..
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La scoperta dei nostri avi ci deve spronare a fare come loro o meglio non a vantarci di cose che loro hanno fatto e noi non faremo mai![]()
Soprattutto tra i giovani (ed io mi pregio di appartenere a questa categoria) noto la mancanza di questi valori, ma per fortuna ci sono ancora persone che utilizzano carta da lettera con lo stemma di famiglia, che indicano con un R.S.V.P. la cortesia di rispondere in un invito, che amano cambiarsi d'abito durante la giornata, che ti fanno sentire forse sì, un po' principessa Sissi, ma che allo stesso tempo amano sottolineare come loro attraverso la loro famiglia abbiano fatto parte della storia e continuino a farne parte.
Scusate la retorica, ma era difficile non cadervi.
Maria Giulia.


Soprattutto tra i giovani (ed io mi pregio di appartenere a questa categoria) noto la mancanza di questi valori, ma per fortuna ci sono ancora persone che utilizzano carta da lettera con lo stemma di famiglia, che indicano con un R.S.V.P. la cortesia di rispondere in un invito, che amano cambiarsi d'abito durante la giornata, che ti fanno sentire forse sì, un po' principessa Sissi, ma che allo stesso tempo amano sottolineare come loro attraverso la loro famiglia abbiano fatto parte della storia e continuino a farne parte.
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