Eugenio Caffarelli ha scritto:Mi dispiace dover essere d'accordo con brixianus e contefugo: il presidente Pier Felice degli Uberti non ha assolutamente nessun diritto al titolo di conte di Cavaglià.
La dimostrazione è infantilmente semplice: come in tutta Europa, i titoli nobiliari del Sacro Romano Impero
non si trasmettevano attraverso le donne. È molto vero che, sempre in tutta Europa, ci sono stati casi in cui, in assenza di eredi maschi, alcuni titoli nobiliari sono stati trasmessi attraverso le donne, ma
solo quando i titoli in questione accompagnavano un feudo, un territorio, per la semplice ragione che questi beni terrieri non potevano sparire nel nulla, con la morte dell'ultimo signore, ma dovevano essere ereditati da qualcuno. In questi casi, il marito della figlia maggiore dell'ultimo signore ereditava la terra e il titolo, ma questo non era una regola, ma, al contrario, un'
eccezione alla regola della primogenitura maschile, richiedendo necessariamente
l'espresso accordo del sovrano. Senza questo accordo, i titoli e i feudi in questione
non potevano essere ereditati
automaticamente, come nel caso degli eredi maschi.
D'altra parte, il presidente degli Uberti stesso ammette che nessuno dei suoi antenati ha chiesto l'investitura imperiale, perché non possedevano alcun feudo a Cavaglià. Per questo motivo, aggiungo io, se l'avrebbero chiesto, non l'avrebbero certamente ricevuto. E, anche se,
per assurdo, avrebbero avuto la possibilità di riceverla, il fatto è che non l'hanno chiesto. In queste circostanze, è assolutamente assurdo assumere, oggi, il titolo di conte di Cavaglià, basandosi sulla
presunzione che, se l'investitura sarebbe stata chiesta, a suo tempo, sarebbe stata concessa. L'investitura
non è stata chiesta e concessa, dunque il titolo non può essere ereditato, e questo è quanto.
Inoltre, se qualcuno aveva, comunque, il diritto di chiedere l'investitura per il titolo di conte di Cavaglià, questo sarebbe stato certamente il marito della figlia maggiore dell'ultimo conte, deceduto nel XVII secolo, o i suoi discendenti per donne, e sicuramente non i discendenti di una Cavaglià sposata, alla fine del XVI secolo, con un Uberti.
Quanto al "riconoscimento" del "suo" titolo di conte di Cavaglià da parte di un giudice, in un processo per diffamazione, e alla registrazione dello stemma da parte delle autorità araldiche di Spagna e Sudafrica, invocati dal presidente degli Uberti a sostegno dei suoi diritti, tutto ciò non prova assolutamente nulla e un esperto così competente come il signor Pier Felice degli Uberti lo sa benissimo.
Per quanto riguarda il titolo inglese e quello scozzese del presidente degli Uberti -- signore feudale di Benham Valence e rispettivamente barone di Cartsburn --, basta ricordare solo questo: come lui stesso ammette, in questo argomento:
viewtopic.php?f=6&t=22679, questi titoli sono stati comprati, quindi, indipendentemente dalla loro validità legale, dal punto di vista
morale non hanno alcun valore. Elmar Lang aveva assolutamente ragione, quando ha scritto che "un titolo nobiliare è un patrimonio strettamente legato alla storia di una famiglia e non una merce e financo forse un utile investimento, con delle sue quotazioni di mercato", e "comprarsi un titolo nobiliare è ridicolo e molto snob". L'acquisto di titoli nobiliari è ovviamente volgare e di cattivo gusto, e il modo in cui il presidente ha scritto proprio qui, sul forum, con quali somme ha comprato i suoi titoli e che affare vantaggioso ha fatto, essendo più economici di quelli sammarinesi e, a differenza di questi ultimi, potendo essere rivenduti, mi ha fatto vergognare al suo posto: era come se fossimo davvero al mercato!
Inoltre, il modo in cui il presidente degli Uberti accetta di essere presentato, in varie pubblicazioni, come "il 15° barone di Carstburn" inganna consapevolmente i lettori, che, leggendo queste parole, capiscono, naturalmente, che il titolo di barone di Carstburn è nella famiglia degli Uberti da 15 generazioni.
In conclusione, il presidente degli Uberti non ha nessun vero titolo nobiliare. Ma non ne ha bisogno, perché il suo vero titolo di nobiltà e il suo vero blasone sono le sue indiscutibili competenze nei campi di cui si occupa.