antonio33 ha scritto:Difficile è definire la o le nobiltà, e ancor di più sancirne il metodo per riconoscerle in tempi e luoghi diversi, e a maggior ragione se è proprio la normativa vigente a ignorarle.
Mi si perdonerà un paragone politically incorrect. Fino a “pochi” anni fa il nome del padre era citato sui documenti. Poi, per un impulso eccessivo di democrazia, si è deciso che, dato che siamo tutti uguali (evidentemente…), fosse opportuno non rimarcare la differenza tra figli di papà certo e figli di NN o di madre ignota. Ecco il ragionamento: se qualcuno non può dirsi figlio di un padre, allora è giusto che tutti i padri cadano nel dimenticatoio, quasi fosse colpa del figlio conoscere i nomi dei genitori. Ma i figli di NN esistono comunque, idem i figli di quei padri “noti” che si vorrebbero e che non possiamo “abolire” per legge. Anche se ignorarli sì può…
Vi risparmio la tiritera sulla evidente analogia sui discendenti di una nobile schiatta.
Sottoscrivo in toto le osservazioni di antonio33.
Ho letto ultimamente un’interessante intervista fatta dal compianto prof. Plinio Corrêa de Oliveira circa il ruolo della nobiltà oggi.
Nel corso dell’intervista il suddetto professore, formulava le seguenti considerazioni: “Il falso dogma rivoluzionario (Rivoluzione francese) in base al quale la suprema norma della giustizia, in materia di relazioni umane, consiste nell’uguaglianza assoluta fra gli uomini, fu accettato come vero da innumerevoli persone. La pressione ugualitaria della Rivoluzione provocò, quindi, sullo Stato e sulla società, effetti immediati e non raramente violenti, alla pari degli effetti graduali causati più dalla propaganda che dalla forza”.
Dal suddetto dogma sono derivate parecchie delle ideologie e delle posizioni di pensiero correnti, che si sono tradotte in leggi, creando “diritti” (e raramente doveri), e superando così di sovente anche comprovate realtà naturalistiche (pensiamo per esempio alla teoria Gender).
Tutto questo avviene con la dichiarata finalità di garantire il pieno rispetto dei diritti umani e della democrazia.
Ora è evidente che il suddetto dogma dell’uguaglianza assoluta tra gli uomini richiede anche che in era moderna non si debba più parlare di nobiltà e di nobili, se non in una visione storica.
Utili per capire che non c’è uguaglianza se non nel riconoscimento della differenza sono le osservazioni di Romano Guardini (Il Signore) a proposito di giustizia-uguaglianza.
Guardini fa un discorso che vale in generale per tutte le relazioni.
Realizzare l’uguaglianza coincide con la realizzazione della giustizia, ma, dice Guardini, giustizia vuol dire dare a ciascuno ciò che gli spetta.
Ora, per sapere cosa spetti a ciascuno si deve guardare con apertura (Guardini usa il termine amore) a ciò che l’altro è realmente, quindi giustizia non è uguaglianza universale, ma ordine vivo secondo la diversità delle persone.
E ricorda il saggio detto dei classici “Summum jus, summa iniuria”.
Scusate l’off topic.



