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C’è ancora un aspetto fondamentale per capire questa società dominata dai nobili: sono organizzati in famiglie. Dino Compagni, quando descrive la società, vede al vertice quelle che lui chiama proprio così, «le famiglie». L’espressione evoca un panorama un po’ mafioso, ed effettivamente si tratta di dinamiche non molto diverse. I nobili sono «le famiglie» perché hanno tanti parenti, cognomi importanti, anzi spesso solo i nobili possiedono il cognome. Dino Compagni ha un cognome perché è già un borghese ricco, ma la maggior parte dei fiorentini no: si chiamano Dino di Giovanni, Andrea di Bartolomeo. Invece i nobili sono i Cavalcanti, i Brunelleschi, i Tosinghi e così via.
Alessandro Barbero, Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali, Fondazione Eventi-Fondazione Carispe, 2013
GENS VALERIA ha scritto:Come mi comunicò, anni fa, per lettera, l'autorevole compianto Prof. Pavle Merkù:
"Il cognome, come secondo nome ereditario ( per far pagare le tasse agli eredi di un defunto ) è stato creato a Venezia nel 1090 e da lì si è diffuso gradualmente in tutto il mondo, dapprima solo nei territori con i quali Venezia aveva rapporti commerciali o in città vicine"
Il fatto che abbia una data precisa di nascita ( 1090 ) denota che l'uso del cognome fu frutto di una legge veneziana.
«Benché il punto abbia suscitato fra noi dibattiti accesi e nette contrapposizioni, credo sia innegabile che l’Italia settentrionale, meglio: alcune zone di essa, abbiano mostrato una forte precocità – per ora accontentiamoci di questo termine – nella formazione dei cognomi. Era già ben nota al proposito la specifica e spiccata primazia di Venezia, dove le più antiche tracce del fenomeno risalgono ad assai prima del Mille: un dato il cui estremo rilievo, proprio in rapporto alle peculiarità della storia politica e sociale della città, non era sfuggito a Muratori ed è stato più recentemente approfondito in un saggio classico del linguista Gianfranco Folena. Nell’ambito dell’Italia settentrionale l’insieme dei lavori del nostro gruppo mette ora in evidenza più di altre la posizione del Piemonte. Il saggio di Guido Alfani documenta che nei registri parrocchiali tenuti a Ivrea, Finale Ligure e Mirandola negli ultimi decenni del Quattrocento la presenza del cognome si attesta fra l’80 e addirittura il 100%, anche nelle zone rurali; qui gli effetti del Concilio di Trento sembrano limitarsi a perfezionare un sistema già stabilito. Ancora più impressionanti sono i dati raccolti da Alessandro Barbero in diverse località del Piemonte, perché nel suo caso le percentuali molto alte, fra 46 e 89, di cognomi trascritti nelle liste di giuramenti e negli elenchi di affittuari che ha collazionato in numero consistente ed esaminato con cura riguardano le campagne piemontesi addirittura nel corso del Duecento; un fatto che ribadisce e anticipa ulteriormente i risultati di un sondaggio che era già stato compiuto in precedenza su di una comunità particolare» (p. 27)
«Di fronte a tali emergenze nel Nord d’Italia sta l’evidenza palmare di una ben diversa tempistica nel resto del paese: nel Mezzogiorno, forse con l’eccezione di Napoli, ma specialmente nell’Italia centrale e in Toscana. Questo fatto, segnalato per casi singoli, Roma compresa, e generalmente rilevato da tempo con sicurezza durante i lavori del gruppo medievistico coordinato da Monique Bourin, ha ricevuto da parte nostra un’ampia conferma. Il lettore ne troverà le prove in molti dei saggi del volume; ma quello che va particolarmente citato al riguardo è il contributo che Iva Puccinelli ha elaborato sulla base di una fonte coerente e completa (e parzialmente consultabile in rete), i libri dei battesimi di Pisa a partire dal 1457. Il dato sulla presenza dei cognomi nel primo secolo di esistenza dei libri (1457-1557), appena superiore al 23%, non può non mettere in risalto un netto divario rispetto a quelli dei battesimi circa contemporanei studiati da Alfani» (p. 28)
Roberto Bizzocchi, I cognomi italiani fra società e istituzioni, in L'Italia dei cognomi…
pierluigic ha scritto:Sarebbe interessante vedere il testo del documento veneziano e di quello padovano
Puo essere che ci si trovi di fronte a patronici e comunque solo il permanere negli anni successivi dirime la questione
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