da Antonio Pompili » martedì 20 maggio 2014, 11:45
Penso che in questa discussione l'unica autorevole fonte alla quale vada prestata veramente rispettosa e fiduciosa attenzione, sia quella degli stessi stemmi di cui stiamo parlando. E mi riferisco alle versioni più antiche, e non certamente a riproduzioni o descrizioni di epoca più recente pure più sopra citate, per quanto rispettabili (almeno nella loro intenzione conoscitiva e divulgativa).
Invocare la possibilità della brisura è più che lecito.
Tuttavia pensando anche a molti altri casi di passaggio dall'uno all'altro metallo per uno stesso stemma (penso ad esempio ad alcune varianti nei bandati rosso/metallo di alcune notissime famiglie romane) farei un discorso di più ampio respiro.
Partendo dall'asserto - che voi sapete a me caro - dell'araldica come linguaggio, rifletterei brevemente su un fattore non trascurabile per le nostre odierne argomentazioni su stemmi realizzati in tempi molto antecedenti ai nostri giorni: quello della trasmissione.
Quando parliamo di uno stemma tardo-medievale, o ancora rinascimentale, stiamo parlando di ciò che è stato oggetto di una lunga trasmissione, proprio come può capitare per testi scritti.
Non stiamo parlando qui di uno stemma concepito e realizzato ai nostri giorni, non passibile di alcuna modifica, e comunque da tutti certissimamente noto - oggi, come in futuro - nella sua composizione, quale può essere ad esempio lo stemma di uno dei Papi della nostra epoca! E tuttavia anche in eccellentissimi casi del genere, varianti esistono, e sono già ai giorni nostri - figuriamoci tra qualche secolo (se ancora qualcuno, come ci auguriamo, si interesserà di araldica...)! - oggetto di discussione, se non talora di confusione. Basti pensare alla diversa resa del capo veneto per gli stemmi dei pontefici che lo hanno adottato (opportunamente o no, è questione vecchia, che qui non è il caso di affrontare).
In alcuni casi è necessario sospendere il giudizio, e rinunciare alla formulazione di un blasone che possa ritenersi senza il minimo dubbio quello originale. Come per antichi testi scritti - da studioso di Sacra Scrittura penso inevitabilmente all'eccellente caso dei testi del Nuovo Testamento - si potrà formulare un' edizione 'critica', un testo cioè che, tenuto conto di tutte le varianti (di solito non sostanziali nelle differenze tra di esse registrabili), soprattutto delle più antiche e dunque attendibili, possa considerarsi come quello ipoteticamente di gran lunga più vicino all'originale.
Mi pare che, anche se sono io a tematizzare in modo esplicito la cosa adesso, da più interventi questa consapevolezza sia qua e là emersa.
E penso che la riflessione su questo avrebbe forse aiutato ad evitare qualche tono un po' troppo polemico, che qui - approfitto dell'occasione - invito a non riprendere.
Così come, essendoci state alcune ripetizioni nel susseguirsi degli interventi, mi permetto di invitare ad evitarne di ulteriori.
QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a)
TU SCIS QUIA AMO TE (Gv 21,17b)