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Moderatori: Guido5, Novelli, Lambertini
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Memini ha scritto:Nella Repubblica veneta l'avvenuta cooptazione al Patriziato coincideva con l'iscrizione della famiglia al Maggior Consiglio, e questo è tuttora ben documentato
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Memini ha scritto:Sicuramente, voglio sottolineare che l'iscrizione al Patriziato, cioé la cooptazione nel ceto dirigente della Repubblica nobilitava ufficialmente la Casata ammessa, che magari si era già distinta per comportamenti virtuosi e censo; la data pertanto di ascrizione dovrebbe definire il numero di anni incontestabile per definire l'antichità nobiliare della famiglia. Diverso il discorso per validare tale stato di nobiltà nella prosecuzione dei secoli; sicuramente le qualità personali delle singoli famiglie non potevano essere oggetto di decadenza, semmai poteva esserlo il loro mutare economico, ma a Venezia anche i "barnabotti" rimanevano patrizi.Il Patriziato poteva essere revocato per tradimento, indegnità o altro ma la qualità di nobile non veniva persa nemmeno per matrimonio con donna non patrizia o non "abilitata".
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)?Memini ha scritto:Concordo perfettamente, e questo rafforza il mio assunto: la nobilitas è connaturata ad un dato ghenos familiare per i comportamenti plurisecolari di virtù.....in ogni famiglia può esistere la "pecora nera",ma ciò non può "denobilitare" la famiglia nel suo insieme. Vorrei a questo punto chiedere un parere: la data di iscrizione al Patriziato di una famiglia può avere valore certo per quantificarne gli anni di "nobiltà generosa" ? Cosa può smentirla se tale status morale non può essere perso né revocato ? Grazie
T.G.Cravarezza ha scritto:(...) Esempio pratico: per secoli una famiglia dimostra di essere virtuosa, capace politicamente, militarmente, civilmente, diviene ricca, acquisisce potere e prestigio... dopo 3 secoli il patriziato locale (o il sovrano) decide di ammetterla al suo interno e riconoscerla nobile: ottimo, se lo merita, ha dimostrato di far parte della nobiltà. Passano 2 secoli e tutto prosegue come prima. Poi la famiglia perde lustro, i discendenti incominciano a pensare più a loro stessi che alla comunità, sperperano i soldi, persona prestigio, potere, ricchezza, si dimostrano incapaci militarmente e civilmente. Insomma, la famiglia prende una brutta china per altri 2-3 secoli. A questo punto, secondo voi, poco importa, nobile è, nobile rimane? O la nobiltà bisognerebbe dimostrarla e coltivarla ad ogni generazione (al massimo concedendo il buco di una generazione perché "una pecora nera ci sta", ma che sia una)?
) . Dal medioevo in poi, impiccare un villico che faceva bracconaggio era lecito , senza processo, il prigioniero di guerra si passava a fil di spada ecc.ecc.![knight [knight.gif]](./images/smilies/knight.gif)
T.G.Cravarezza ha scritto:Il mio discorso non verteva solo tra "pecora nera=immorale" e "percora bianca=virtuoso", ma anche su un piano molto più pratico, cioè generazioni che "ci hanno saputo fare" (quindi la famiglia ha avuto ricchezza, prestigio, potere, influenza sociale, capacità militare e civile) e generazioni incapaci (che hanno quindi dilapidato la ricchezza, perso potere, prestigio, influenza...). Allora, siccome per "entrare nel club" bisognava dimostrare per secoli le proprie capacità (quindi essere virtuosi, non tanto dal lato morale che, come dici tu, varia, ma dal lato pratico: ricchi, potenti, influenti socialmente, capaci militarmente e civilmente), allo stesso tempo se per qualche secolo i discendenti si dimostrano incapaci (perdono le ricchezze, divengono ininfluenti socialmente, perdono potere e prestigio acquisito dagli antenati) non ritieni che ci possa essere "esclusi dal club"? Perché se è vero che non basta una "pecora nera" (attenzione, non immorale, ma semplicemente incapace di svolgere il ruolo per cui gli antenati sono stati accolti nel club), se le "pecore nere" diventano tante e se la famiglia quindi prende una brutta piega, non ritieni che ci possa stare l'esclusione dal club? Oppure, entrati si è entrati, poco importa come si vive dopo?
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T.G.Cravarezza ha scritto:Da un lato mi piace la nostra discussione, ma dall'altro è sempre più palese la distanza delle nostre vedute a riguardo.
Provo con un nuovo esempio pratico.
Nel '900 (ma già dall'800) possiamo considerare con il termine "industriali" quei cittadini che svolgono un'attività economica di alto livello, possiedono un'azienda, stipendiano un elevato numero di operai, in base alla grandezza della loro azienda possono influire sulle scelte economiche/sociali della località in cui operano. Pensiamo, a titolo di esempio, ai vari celebri marchi quali Fiat, Illy, Lavazza, Caffarel, Pirelli, Borsalino, Gucci, Ducati, Valentino, Barilla et cetera ed alle rispettive famiglie che li hanno fondati e che continuano, in modo più o meno diretto, a gestirli. Ci sono ovviamente vari livelli di industriali, da quelli più piccoli a quelli internazionali, ma la categoria è abbastanza definita e chiara.
Come si entra nel club? Beh, possedendo quei requisiti necessari a definirsi industriali: avere un'azienda, operai... Con tali requisiti si può entrare a far parte, ad esempio, di Confindustria che rappresenta le imprese manifatturiere e di servizi italiane (circa 150mila imprese).
Ma se io soddisfo i requisiti per entrare in Confindustria, ci rimarrò a vita e per l'eternità? No, ci rimarrò fino a quando potrò soddisfare tali requisiti. Ci possono essere alti e bassi, magari per 10 anni la mia impresa sarà tra le prime d'Italia, poi ci potrà essere un calo per x motivi (generale del settore, ma anche per semplice incapacità mia o dei miei collaboratori o dei miei figli), poi ci potrà essere una ripresa.... fino a quando, magari dopo 100 anni, dopo due o tre generazioni, la mia industria fallisce. Io sono ancora un'industriale? Lo sono i miei figli? Posso far parte di Confindustria ugualmente? Penso che saremo tutti d'accordo nel rispondere negativamente. Magari gli industriali amici potranno darmi una mano a risollevarmi, magari potranno mantenere buoni rapporti con me e la mia discendenza...., ma se non soddisfo più i requisiti originari per poter far parte del club, ne sono fuori.
Allora, non attaccatemi subito, è ovvio che il mio è un esempio provocatorio e anche banale, ma alle volte semplificare aiuta ad arrivare al nocciolo della questione. Il "club nobiliare" non nasce con chissà quali presupposti morali o teologici, ma semplicemente riunisce quelle persone/famiglie che in un determinato luogo, tempo e contesto sociale rappresentavano "il meglio", erano quindi quelli "ricchi, potenti, influenti" che gestivano la cosa pubblica e militare; erano "gli anziani"; erano "i governanti"; erano "i capi"... Il club era più o meno aperto in base al tempo, al luogo ed alle necessità contingenti. Abbiamo visto più volte come la stessa Venezia, ma anche altri patriziati minori, ammettessero al loro interno famiglie di parvenu molto ricchi e che in quel momento servivano al club; altre volte erano più chiusi e stringenti nelle ammissioni. Ma sostanzialmente nell'epoca d'oro della nobiltà, quando il termine rispecchiava nella pratica la sua vera natura, il potere era del nobile e la cittadinanza era consapevole di ciò ed anzi affidava al nobile, personaggio ricco, acculturato (uno dei pochi che poteva permettersi una cultura), capace, l'incarico di gestire la res pubblica mentre i cittadini comuni vivevano la loro vita quotidiana tra lavoro, affari, casa e chiesa.
Torniamo al nostro esempio iniziale. La famiglia nobile apparteneva al club perché soddisfava dei requisiti (ricchezza, potere, prestigio, influenza...: alle volte non erano nemmeno sufficienti senza l'occasione giusta per essere ammessi, ma non complichiamo il discorso). Ma come possiamo considerare che la permanenza nel club fosse infinita e definitiva? Voi mi rispondete che i nobili facevano gruppo, si aiutavano a vicenda (bah, l'uomo è uomo in ogni gruppo ed in ogni tempo e tranne le dovute eccezioni non mi ci vedo tutti questi nobili filantropi che aiutano i loro "cugini" in difficoltà per mero spirito evangelico. Parliamoci chiaro: faceva più comodo avere in consiglio un Barnabotto che si poteva comprare insieme al suo voto per pochi spiccioli piuttosto che un altro nobile potente e influente che poteva metterci il bastone tra le ruote nella gestione della res pubblica). Ma al di là di tutta questa beneficenza, al di là degli ovvi alti e bassi che in secoli e generazioni ci possono stare all'interno di una famiglia, parliamo "terra terra": che senso ha considerare nobile una famiglia che non dispone più di quei requisiti che le permisero di entrare nel club? Se non è più ricca, potente, prestigiosa, influente, capace (economicamente/militarmente/civilmente), mi spiegate perché deve essere ancora considerata del club? E sto parlando di famiglia, non del singolo perché ci sta che un singolo non sia all'altezza dei suoi avi, ma se più discendenti si dimostrano incapaci; se più discendenti perdono il lustro della famiglia (non dal lato morale, proprio dal lato materiale, perché è quello che interessa il club nobiliare: la ricchezza, il potere, il prestigio per entrare nel club non erano dettati dalla moralità), sono ancora da considerarsi nobili?
Avete già risposto più volte: sì; magari poi dopo qualche generazione si riprendono e rientrano a pieno titolo nel club. Ma è da considerarsi un rientro o semplicemente un nuovo ingresso di una nuova generazione che ha dimostrato di avere quei requisiti che permisero agli avi di entrare nel club?
Sergio poi più volte distingue i requisiti "funzionali" della nobiltà (ricchezza/potere/prestigio/capacità) da quelli "deontologici" (moralità, consapevolezza del proprio essere, della propria storia, dei propria avi...). Ma il club era essenzialmente funzionale. Anche Confindustria ha un suo codice deontologico cui gli aderenti devono sottostare. Ma se mancano le industrie, i singoli membri possono dirsi tutti "bravi/buoni/belli", ma non sono più industriali. Così come la "deontologia" nobiliare è essenzialmente quella che potrebbe possedere una qualsiasi famiglia che cura la propria morale, che cura la propria storia, che cura la propria discendenza. Cosa la determina nobile? La sua funzione nella società e il suo riconoscimento pubblico in quella società, come appunto avveniva all'epoca in cui i cittadini demandavano al "club nobiliare" la gestione della res pubblica in modo più o meno determinante in base ai tempi ed ai luoghi. Ma se non si è in grado di svolgere quella funzione, rimane il codice deontologico: per carità, è sempre un aspetto positivo, ma è davvero quello che fa il nobile? Studiano la storia particolare e generale, sono dell'idea che ogni singolo personaggio abbia fatto il suo percorso, si sia adattato più o meno al codice deontologico e abbia svolto la sua funzione in modo più o meno capace.
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