La privazione della nobiltà

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Delehaye » domenica 24 novembre 2013, 16:55

quindi se io dimostro che nel 1400 3 miei avi in linea diretta vivevano more nobilium e, quindi, si sono autoproclamati "nobili"... e dimostro che io mio padre e mio nonno siamo discendenti diretti di quei 3 avi... e che io mio padre e mio nonno siamo battezzati ed i nostri matrimoni sono stati celebrati in chiesa... e faccio domanda per entrare in un Ordine... importa poco se dal 1400 al 1900 tutti gli individui delle generazioni tra i 3 avi e me siano stati dei farabutti? [hmm.gif]

mi verrebbe da dire... bell'elitarietà!
"Venne anche preso lo stendardo da battaglia (guðfani), che chiamavano "Corvo"."
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » domenica 24 novembre 2013, 17:17

GENS VALERIA ha scritto: Da noi attualmente occorre una genealogia dettagliata nella quale venga dimostrata la dignità nobiliare , nonché i certificati sacramentali di battesimo e di nozze degli ascendenti per almeno cento anni, per dimostrarne la legittimità e l'appartenenza fedele a S.R.C.
Quindi come dici , non entra Tizio che afferma di essere nobile ma chi può dimostrarlo con un processo nobiliare in tre gradi di giudizio.


Innanzitutto sgombriamo il campo da concetti che non ho mai pensato minimamente di scrivere e cioè
L'ingresso in una categoria nobiliare cavalleresca non è dettata da ricchezza, l'influenza all'interno della società di appartenenza, e la capacità di gestire la cosa pubblica ma da altre di carattere etico-religioso e di appartenenza ad una famiglia del ceto dirigente.


500 anni fa come oggi, 2013, l'iscrizione di un cavaliere all'interno di una classe nobiliare prevede esclusivamente la dimostrazione, secondo le regole che ogni ordine definisce, della nobiltà del postulante (oltre i requisiti religiosi, morali....ma in questo momento trattiamo della questione nobiliare). Tale nobiltà come la si dimostra? La si dimostrava presentando i documenti che dichiarano il postulante e i suoi avi nobili. Quali sono tali documenti? Sono i documenti pubblici, di un'autorità sovrana (sia essa un libro d'oro pubblicato dall'organo ufficiale di un Regno che prevede, all'interno del suo ordinamento giuridico, la nobiltà; sia essa un registro pubblico compilato da un pubblico ufficio previsto dall'ordinamento giuridico di una città retta da un consiglio di nobili/patrizi) che dichiarano che Pinco Pallino è nobile (non perché si autodichiara tale, ma perché un'autorità sovrana lo ha dichiarato tale). Questo, 60 anni fa, non era difficile da dimostrare: c'era il Regno, il postulante era nobile perché così risultava dai documenti ufficiali del Regno. Così come oggi, 2013, non è difficile da dimostrare per uno spagnolo, per un inglese... Invece, oggi, 2013, un italiano non può portare documenti che dimostrino il suo status nobiliare. Può al massimo portare una genealogia che dimostri il suo aggancio ad un suo avo che era dichiarato tale dall'ordinamento giuridico della sua epoca e del suo luogo di residenza. Quindi lo SMOM certifica che Pinco Pallino, oggi 2013, italiano, discende da Tizio Sempronio presente sul libro d'oro del Regno di Vattelapesca nel 1762 o sul registro del consiglio patrizio della città di Nobilonia. E' per questo che reputo inopportuno per un ordine cavalleresco odierno inserire nelle classi nobiliari persone che, oggi, nel loro Paese, non sono nobili, ma che hanno solamente degli avi nobili. Anche perché all'epoca del proprio avo, per poter essere nobili sarebbero serviti determinati requisiti che oggi il suo discendente non detiene più e che se oggi ci fosse ancora quell'ordinamento giuridico forse l'attuale discendente non sarebbe considerato più nobile e questo è un altro problema che determina l'inopportunità di tale scelta da parte di alcuni ordini cavallereschi. Se poi ci accontentiamo di definire nobile una persona solo perché discende in linea retta da un avo che 1000 anni prima fu dichiarato nobile da un'autorità statale (magari perché all'epoca fu un generale che guidò un'armata difendendo il suo re oppure perché la sua famiglia gestì per secoli i più importanti uffici giudiziari della sua città), mentre oggi il suo discendente è uno spazzino che non ha alcuna rilevanza nella società, benissimo, liberi di farlo, ma personalmente non sono d'accordo perché ho grande considerazione del ceto nobiliare, di ciò che fece, della sua grande influenza all'interno della società che reputo svilente, per lo stesso ceto nobiliare, considerare di pari livello un discendente odierno che ha un rapporto di influenza nella società rispetto al suo avo pari a 0 o forse 1.
Poi ovviamente un ordine sovrano, detenendo fons honorum, può sanare tale situazione per cui se decide di inserire un discendente di avo nobile in una categoria nobiliare, tale decisione, presa da un'autorità ufficiale come un ordine cavalleresco sovrano, ha valore ufficiale, almeno all'interno dell'ordine e degli enti che riconoscono valenza pubblica e onorifica a tale ordine. Quindi, per l'ordine, tale persona è nobile. Ma è l'ordine a dichiararla tale inserendola nelle classi nobiliari. Io, per l'opportunità storica e sociale, eviterei tale decisione, ma non potendo sostituirmi all'ordine, devo accettare tale scelta, pur non condividendola.

P.S. posso accettare che la mia posizione sia minoritaria nel panorama scientifico, ma questo non fa sì che sia obbligatoriamente errata. L'ho maturata dopo vari anni (anni fa, devo essere sincero, ero sulla tua posizione).
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 24 novembre 2013, 18:38

Carissimi, la penso come Tomaso, ma credo dovremmo evitare di coinvolgere nella discussione enti come lo SMOM o associazioni private come lo SMOC per evitare di deviare troppo il discorso. Queste hanno dei criteri per cooptare i loro iscritti che eventualmente meriterebbero un topic a parte per essere discussi.
Direi in questo topic di limitarci a discutere della privazione della nobiltà altrimenti diventerà in poco tempo un topic illegibile per il numero di pagine elevato.
A breve vorrei fare un intervento sul Regno di Napoli Asburgico e Borbonico ma per ora non ho il tempo e mi limito a seguire i vostri interessanti discorsi.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda terranova » domenica 24 novembre 2013, 19:04

Cari frequentatori del forum
ritengo che questa discussione sulla privazione della nobilità mostri in tutto e per tutto quanto sia difficile per tutti noi definire il concetto di nobilità al giorno d’oggi, ma anche di quanto eterogenea fosse e sia la compagine nobiliare e i molteplici fattori « ambientali » che contribuirono a mantenere in vita questa classe sociale nel tempo e nello spazio.

Molti tra di noi vantano nobili origini, forse anche in qualità di discendenti di paladini e cavalieri che, pugnando, difesero regni o contribuirono alla loro creazione. Essi ricevettero titoli, onori e gloria, e tali onorificenze vennero confermate su carta.
Molti ma non tutti i discendenti di queste famiglie riuscirono, applicando sistematicamente un’arguta politica di matrimoni, a mantenere vivo ed accrescere il loro status, e a garantire una conservazione e moltiplicazione della ricchezza da tramandare alle successive generazioni.
Alcuni di essi non lavorono affatto, (così come si addiceva al loro stato ?), altri invece gestirono in tutto e per tutte delle attività di lucro che oggi defineremmo delle imprese agricole o attività commerciali legate al settore primario.
Alcuni di essi si specializzarono nell’amministrazione del bene pubblico, ricoprendo incarichi di rilievo e non e svolgendo quind i ruoli odierni di sindaco, assessore, impiegato, contribuendo con devozione e professionalità a dare supporto al concetto di nobilità civica.
A seconda dei luoghi e dei momenti storici, alcuni studiarono e divennero medici, notai, ingegneri, taluni persero forse ogni retaggio dell’antica condizione di nobile, altri vennero emarginati da coloro i quali invece preferivano non lavorava affatto...

Certo il PRIMO tra questi nobili di cui ne vantiamo le origini non era forse nobile di nascita, lo diventò per meriti o virtù (o per predestinazione direbbero alcuni?), ma gli altri non fecero che tramandarne il sangue, le tradizioni, il patrimonio...forse coscienti del ruolo particolare che ricoprivano, consapevoli degli obblighi e dei vantaggi legati ad una tale condizione.

Parlare della decandenza automatica della nobiltà è a mio avviso altrettanto speculativo quanto parlare del concetto di nobilità, visto che oggi non sottindende prerogative, responsabilità, ecc. Possedere un titolo oggi non è per niente direttamente proporzionale al possesso di famigerate virtù cavalleresche, ma serve solo come biglietto di ingresso in circoli, imprese, banche...insomma, come sottolineato anche in altri post, fa gola al parente nobile non titolato che, per tradizioni e leggi oggi anacronistiche, pur avendo il medesimo sangue, non ha diritto ad essere trattato come nobile. Anche nelle monarchie del nord Europa dove ho vissuto, pochi sono coloro che danno vero valore a certi trattamenti, il resto vive quasi negando l'esistenza di un certo retaggio e considerando gli uomini di tutte le razze e ceti sociali uguali per nascita, misurandoli per ciò che hanno raggiunto o fatto in vita.

Se si dimenticano le virtù, le cooptazioni, le ascese sociali, e si ritengono nobili sono coloro definiti tali dal sovrano con un atto ufficiale nella sua qualità di fons honorum (full stop) allora si dovrebbe presumere che solo lo stesso sovrano o i suoi legittimi discendenti possano cancellare questa qualità con un altrettanto atto ufficiale oppure con l'applicazione una norma generalizzata che preveda questa conseguenza automatica al perpetrare di determinati atti.

Insomma, poco importa se il mio avo il suo titolo se lo meritò o se lo comprò o se si fece riconoscere il titolo della madre legato ad un pezzo di terra grande quanto un francobollo, poco importa se poi il figlio del mio appena titolato avo tramò contro il figlio dello stesso re che aveva riconosciuto nobile il padre...se il re in questione non fece comunicazione ufficiale per radiarci da tale “albo” un qualsiavoglia sovrano o ente su territorio italiano o estero potrebbe riconoscermi oggi (o tra mille anni) una certa ascendenza nobile, malgrado che tale riconoscimento non sia stato richiesto ai Savoia, e malgrado che io non possieda nessuna delle caratteristiche che hanno definito l’appartenza alla nobiltà come tale...


Gentilissimi saluti
G&L&LA&MM
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » domenica 24 novembre 2013, 21:14

T.G.Cravarezza ha scritto: (.. ) Poi ovviamente un ordine sovrano, detenendo fons honorum, può sanare tale situazione per cui se decide di inserire un discendente di avo nobile in una categoria nobiliare, tale decisione, presa da un'autorità ufficiale come un ordine cavalleresco sovrano, ha valore ufficiale, almeno all'interno dell'ordine e degli enti che riconoscono valenza pubblica e onorifica a tale ordine. Quindi, per l'ordine, tale persona è nobile. Ma è l'ordine a dichiararla tale inserendola nelle classi nobiliari. Io, per l'opportunità storica e sociale, eviterei tale decisione, ma non potendo sostituirmi all'ordine, devo accettare tale scelta, pur non condividendola.

P.S. posso accettare che la mia posizione sia minoritaria nel panorama scientifico, ma questo non fa sì che sia obbligatoriamente errata. L'ho maturata dopo vari anni (anni fa, devo essere sincero, ero sulla tua posizione).


Scusami , se ritorno sull' argomento, ma i farmacisti sono abituati alla precisione al milligrammo .

Sul fons honorum del Gran Magistero Melitense e relativi provvedimenti di grazia non ho ovviamente nulla da eccepire , aggiungo per completezza che nel caso dell' Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ordine dinastico , accogliendo un cavaliere in una delle classi tradizionalmente nobiliari il Gran Maestro riconosce il carattere nobiliare di una famiglia con un provvedimento di giustizia,"sanando" eventuali carenze.
Le Case già sovrane e regnanti che, come quella Borbone Due Sicilie, non siano state debellate o che non abbiano rinunciato spontaneamente alla sovranità, mantengono in capo alla loro famiglia un nucleo di potestà sovrana. L'assunto è ampiamente condiviso dal diritto internazionale che primariamente disciplina la sovranità.
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Delehaye » domenica 24 novembre 2013, 21:18

ma questa "sanatoria" costantiniana... mica rende nobili chi non lo è... darebbe solo la possibilità di entrare nell'Ordine... giusto? o sbaglio???
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Tilius » domenica 24 novembre 2013, 22:34

GENS VALERIA ha scritto: nel caso dell' Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ordine dinastico , accogliendo un cavaliere in una delle classi tradizionalmente nobiliari il Gran Maestro riconosce il carattere nobiliare di una famiglia con un provvedimento di giustizia,"sanando" eventuali carenze.

"sanando" ? [hmm.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 24 novembre 2013, 22:35

GENS VALERIA ha scritto: Scusami , se ritorno sull' argomento, ma i farmacisti sono abituati alla precisione al milligrammo .

Sul fons honorum del Gran Magistero Melitense e relativi provvedimenti di grazia non ho ovviamente nulla da eccepire , aggiungo per completezza che nel caso dell' Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ordine dinastico , accogliendo un cavaliere in una delle classi tradizionalmente nobiliari il Gran Maestro riconosce il carattere nobiliare di una famiglia con un provvedimento di giustizia,"sanando" eventuali carenze.
Le Case già sovrane e regnanti che, come quella Borbone Due Sicilie, non siano state debellate o che non abbiano rinunciato spontaneamente alla sovranità, mantengono in capo alla loro famiglia un nucleo di potestà sovrana. L'assunto è ampiamente condiviso dal diritto internazionale che primariamente disciplina la sovranità.


No, Sergio, l'assunto non è per nulla condiviso.
Pensa che la maggior parte dei giuristi ritenevano che nemmeno Umberto II, che re lo era stato per davvero, avesse potuto conferire titoli durante il suo esilio.
Figurati se possa sanare alcunché qualcuno che re non lo è mai stato e manco discende dall'ultimo sovrano...

PS
Detto fra noi sono molto sopreso che i Borbone Due Sicilie non abbiano fatto il test del DNA come i loro cugini di Parma e Braganza.
Non vorrei che ci sia qualche problemino sotto ...
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » domenica 24 novembre 2013, 23:00

GENS VALERIA ha scritto:
Sul fons honorum del Gran Magistero Melitense e relativi provvedimenti di grazia non ho ovviamente nulla da eccepire ,

aggiungo per completezza che nel caso dell' Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ordine dinastico , accogliendo un cavaliere in una delle classi tradizionalmente nobiliari il Gran Maestro riconosce il carattere nobiliare di una famiglia con un provvedimento di giustizia, "sanando" eventuali carenze".
Le Case già sovrane e regnanti che, come quella Borbone Due Sicilie, non siano state debellate o che non abbiano rinunciato spontaneamente alla sovranità, mantengono in capo alla loro famiglia un nucleo di potestà sovrana. L'assunto è ampiamente condiviso dal diritto internazionale che primariamente disciplina la sovranità.


Quella che ho postato è la posizione dell' I.C.O.C. , Alessio ( a parte il "sanando eventuali carenze" che è mio errore ) .
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 13 marzo 2015, 0:02

Riprendo alcuni passaggi da ANGELO SQUARTI PERLA, Titoli e nobiltà nelle Marche, Acquaviva Picena, 2003, pp.271-281 (il grassetto è dello stesso Squarti Perla).

il Conte Guelfo Guelfi Camajani nel suo Bollettino Araldico del I settembre 1915, scrisse proprio un articolo intitolato: "Se il Sovrano debba riconoscere la Nobiltà piuttosto che conferirla":
"Noi crediamo che la Nobiltà si compendi in un onore distinto e signorile, tanto per parentele contratte, quanto per aderenze, come per cariche onorifiche, il tutto confortato da un censo relativo. Se una famiglia ha così vissuto noi crediamo che in essa sia germogliata la Nobiltà che poi si raduni e si maturi dopo qualche generazione."


Lo Squarti Perla:
Prevalenza di Nobiltà d'ufficio in alcuni casi, di Nobiltà civiche o decurionali in altri, di Nobiltà legata al possedimento agrario in altri ancora.
Ma sempre l'elemento comune e filo conduttore irrinunciabile appare il tempo, inteso come l'ininterrotto verificarsi per secoli di quelle date condizioni che si concretizzavano, in sintesi, nella storia di ogni famiglia.

"Nobili... purchè mantengano presentemente, col dovuto splendore, la Nobiltà trasmessa loro, dai loro antenati." Tomo I°capitolo VII° della citata legge del Granduca Francesco II° di Toscana.

Chi ha storia alle sue spalle, verificata per condizione e continuità , è nobile di diritto.
La Nobiltà dunque è un distillato di tempo, storia e continuità, non certo quindi frutto di benevola concessione da parte dell' Autorità Sovrana:

Il Sovrano non può concedere Nobiltà, può solo ufficializzare o riconoscere uno stato di fatto.


Alessandro Scala, articolo pubblicato nel 1915 col titolo: "Nobiltà non è titolo ma qualità":
"La Nobilitazione è stata sempre considerata dai giureconsulti come un atto sovrano col quale si dichiara nobile chi lo è già, per la posizione sua sociale, per la serie di antenati viventi, more nobilium, per le parentele contratte, per i beni posseduti.
Il Sovrano non può creare nobili, ma dichiara ossia riconosce tali, coloro che hanno i requisiti per esserlo, e il Brevetto di Nobilitazione in questo caso, altro non era anticamente che un atto valevole a far ritenere nobile, senza contestazione, una famiglia o un individuo, perchè godesse dei privilegi spettanti al ceto nobile. Questo però nei paesi, dove non esistevano le Nobiltà municipali, cioè le distinzioni di ceto nel governo dei diversi comuni nei quali il ceto nobile costituiva un Senato vitalizio che si chiamava patriziato.
Per appartenervi conveniva provare la Nobiltà, e non già per brevetto di Principe, ma con la dimostrazione che il padre e l'avo non avevano esercitato arti manuali, ed anzi avevano occupato cariche civili o militari, vivendo more nobilium, etc..
Il volere fare della Nobiltà un titolo, come quello di Barone o di Conte, che in certi paesi era inerente al possedimento di feudi ed in altri era spesso conferito ad honorem sul cognome, è un errore grossolano, nel quale purtroppo s'incorre anche al dì d'oggi. Altro errore inerente a questo, è il conferire la Nobiltà personale, perchè chi è nobile trasmette col sangue la Nobiltà ai discendenti“.


Il Conte Guelfo Guelfi Camajani, nel citato Bollettino Araldico del 01.09.1915:
"L'articolo I, della legge Toscana del 1750 dice che sono nobili quelli che hanno goduto e sono abili a godere il primo e più distinto onore delle città nobili, loro patrie".
Questo veramente si riferisce all'ascrizione ai così detti Libri d'oro, che costituiva la Nobiltà patrizia, ma anche le famiglie che non arrivarono a coprire le cariche municipali, costituivano quello che negli Stati Pontifici si chiamava cittadinanza di primo grado e che anche dai moderni legislatori é stata giustamente considerata come Nobiltà di secondo ordine, cioè non patrizia.
Siccome la Nobiltà non si può provare con attestazioni giudiziali é certo e naturale che la Nobiltà debba da solo affermarsi per mezzo dello stesso suo procedere e riunire in se quelle cause coefficenti atte a determinare in essa tale capacità quasi giuridica. Quando noi riteniamo che il conferimento della Nobiltà sia un provvedimento mancante di base e perciò erroneo perchè se la materia non esiste affatto (cioé quel complesso di attributi che costituiscono la Nobiltà) il Sovrano non può assolutamente crearlo e se questa materia determinante si è già concretata la Nobiltà esiste di fatto e si afferma e quindi il decreto di conferimento ci sembra perlomeno intempestivo e assurdo".


Squarti Perla:
Neanche un Sovrano può creare, concedendo, una storia passata, se questa non esiste. Ecco perchè un titolo legato ad un brevetto può essere oggetto di un provvedimento di grazia e non rientra invece fra le regie prerogative concedere Nobiltà che invece può essere oggetto unicamente di provvedimento di giustizia.
Il riconoscimento di Nobiltà, svincolato dalla Nobiltà sovrana, viene contemplato solo al fine di riconoscimento o negazione.


Ancora il Guelfi Camajani:
"La Nobiltà, ripetiamo, deve germogliare radicarsi e maturare in una data famiglia e quando ciò accada, la famiglia è capace della Nobiltà e il Sovrano dovrà
essere chiamato soltanto a giudicare delle cause coefficienti onde riconoscere questa capacità e sanzionarla, perchè non può essere soltanto per volontà del
Sovrano che una famiglia possa farsi nobile se non ha in sè l'attitudine, i meriti intrinseci di esserlo, e questi meriti e questa attitudine speciale è la famiglia stessa che
deve procurarseli e farli valere come proprio patrimonio. Noi riteniamo quindi che il Sovrano possa conferire qualsiasi titolo, ma che non debba conferire la Nobiltà“.

"I titoli appartengono alla corona della quale sono le gemme staccate che vengono graziosamente donate; però la Nobiltà non è patrimonio della corona, ma lo è della famiglia che da sè stessa lo ha creato con i suoi elementi particolari. La Nobiltà noi la equipariamo al patrimonio famigliare, che il Sovrano non può concedere ma solo riconoscere".


Lo Squarti Perla:
Un provvedimento di revoca può interessare un titolo nobiliare, non può o non dovrebbe , andare ad intaccare la Nobiltà, che rappresentando la storia, non solo dell'individuo interessato, ma di tutta una famiglia, non può certo essere cancellata da un provvedimento anche se sovrano.
Cioè dalla fons honorum può provenire una concessione o una revoca di un provvedimento nobiliare concernente il titolo, non certo concessione o revoca di uno status non concedibile o revocabile:

neanche il Sovrano può cancellare la storia.

Parimenti, se è vero come lo è che la Nobiltà è storia, non dovrebbe essere possibile neanche l'adozione di un provvedimento di convalida. Se infatti é possibile per un sovrano sanare lacune nella dimostrazione del legittimo possesso di un titolo, certamente risulta impossibile un rattoppo su dei vuoti di storia:

neanche un Sovrano può alterare la storia.

Altrettanto vale per un provvedimento di rinnovazione, che se valido per un titolo nobiliare legato a brevetto di concessione, può trasmigrare da un soggetto ad altro di altra famiglia, altrettanto non può dirsi della storia familiare che, patrimonio inalienabile legato al cognome, non può certo per decreto essere affibbiato ad altri.
Pertanto, se valido il presupposto, é lecito dedurre che la Nobiltà non è soggetta a provvedimento di rinnovazione.
Si estingue una famiglia si perde per estinsione il titolo nobiliare, perchè legato ad un brevetto da tramandare, in genere, di maschio in maschio primogenito. Non si estingue la Nobiltà della famiglia che, collegata alle vicende familiari, rappresenta la storia stessa, patrimonio inalienabile di collaterali e consanguinei superstiti.
Dopo un provvedimento di rinnovazione certamente esisterà il titolo, altrettanto sicuro che non può esistere Nobiltà, a meno chè il provvedimento non sia andato a cadere su famiglia già di per sè nobile.
Analogamente, e qui appare in tutta la sua solare verità il concetto, mentre un titolo può essere oggetto di refuta, certamente non lo potrà mai essere la Nobiltà che come storia familiare non può essere respinta al mittente, cancellata o oggetto di volontaria giurisdizione.
Il provvedimento di refuta è un atto portante rinnovazione in ultrogeniti o fratelli dell'intestatario: Art. 10, R.D. 7/6/1943 N.651 .
La pratica attuazione nella storia della Nobiltà conferma che, anche se rari, non sono mancate domande di refuta di un titolo, mai sono state avanzate richieste analoghe per la Nobiltà ad un Sovrano come primo motivo perchè la Nobiltà come patrimonio genetico, storico e sociale legato ad un cognome non poteva essere riconsegnato nelle mani del Sovrano da un unico componente della famiglia, in secondo luogo dovendo seguire un provvedimento di rinnovazione il provvedimento sarebbe andato a donare ad ultrogeniti e collaterali quanto già gli interessati detenevano appunto perchè consanguinei. Non è un caso che il precitato art. 10 faccia riferimento esclusivamente a titoli nobilari e non a Nobiltà o attributi nobiliari.
Da cui:

neanche un Sovrano può accogliere la richiesta di restituzione nelle sue mani di una qualità, patrimonio familiare legato alla storia.

Ed ancora. La concessione di un titolo, la sua la rinnovazione ecc. presuppongono una storia che parte, che si accende per il soggetto e per la sua famiglia, dal momento dell'atto sovrano.
Il riconoscimento di uno status nobiliare presuppone come cardine originario di diritto una storia passata.


Lo Scala cita delle eccezioni nella storia nobiliare:
"Le lettere di nobilitazione si concedevano in Francia, anche ai plebei in tale caso, erano dichiarazione di Nobiltà, perchè senza tener conto della condizione di nascita dell'individuo, consideravano la Nobiltà delle azioni sue, giusta l'antico detto di Porfirio che nobilitas nihil aliud est quam cognita virtus. A questa specie di Nobiltà appartenevano i prodi guerrieri e tutti coloro che nelle cariche e negli uffici civili, militari ed ecclesiastici, giungevano a tale grado da essere considerati appartenenti al ceto nobile e da entrare de jure in possesso dei privilegi e delle immunità inerenti alla Nobiltà"


Lo Squarti Perla:
Quanto sopra spiega l'apparente inconciliabile dicotomia fra nobili non titolati, magari con storia nobiliare antichissima e generosa alle loro spalle, e titolati non nobili, di recente investitura, quasi sempre non nobili per mancanza di precedenti storici diretti, continuati ed omogenei nell'ascendenza familiare.
Risulta un pleonasmo definire una Nobiltà di sangue anche antica perchè nella Nobiltà generosa è insito in se il concetto di pregressi fasti di storia familiare, mentre non lo è l'aggettivazione antichissima.
Nella titolazione é invece necessario definire se anche nobile e quindi quanto antica, a quando cioè risale l'investitura.
Un nuovo titolato dopo qualche generazione, sarà nobile e, da quel brevetto, parte la storia per i " nuovi " nobili titolati o, se non primogeniti, nobili dei titolati. cfr. " Titoli ed attributi nobiliari " del nob. dott. Luigi Gualtieri - Napoli 1924.


Ancora Alessandro Scala:
"i titoli concessi dal Sovrano portano con sè implicitamente la Nobiltà, ma soltanto dal giorno del conferimento di essi e perciò non presuppongono antecedenza. E' appunto per questo che talvolta si sente affermare che tale Conte o Marchese di recente creazione, è titolato ma non nobile; perchè prima di ricevere il titolo era plebeo e soltanto i suoi discendenti dopo alcune generazioni potranno essere considerati nobili."


Lo Squarti Perla:
Non a caso l'ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, approvato con R.D. 7.6.1943 N. 651, così , all'Art. 11, recita : la Nobiltà di sangue si acquista dal giorno della nascita ; la Nobiltà per Grazia Sovrana dal giorno della concessione.
La storia della Nobiltà é ricca di esempi di soggetti recentemente investiti di titolo, in corsa per arraffare "uno spicchio di terra al sol" dal passato cercando di nobilitare la propria ascendenza con sangue avito che non poteva esistere (a meno che il titolo non fosse piovuto su soggetto già nobile), con il costruire eventi e fatti memorabili della famiglia, col rivendicare uno stemma o un feudo precedente, con lo storiografare, di fantasia, importanti cariche pubbliche, civili o religiose, ricoperte dagli avi , il tutto magari architettando fumosi riferimenti ad obsoleti, precedenti sovrani decreti, in realtà di tutto partecipi, meno che delle loro inconsistenti pretese.


Conclusioni dello Squarti Perla:
In genere il nuovo titolato non è nobile, perchè prima plebeo.
Quanto sopra ci da ragione della trasmissione della Nobiltà, in genere, devoluta a maschi e femmine, perchè patrimonio inalienabile, comune a tutti i membri della stessa famiglia. Il titolo, strettamente collegato al brevetto, viene invece trasmesso, normalmente, di maschio in maschio, preferibilmente se primogenito.

La Nobiltà é dunque collegata alla storia, il titolo al brevetto.

Analogo ragionamento è valido per la qualifica di Patrizio anch'essa qualità familiare, collegata alla storia, e non ad un brevetto oggetto di grazia sovrana.
Per di più un brevetto, cioè un titolo, si può sempre acquisire (potenzialità innegabile soprattutto se si ricordi che un tempo poteva essere ceduto tout court , meglio se collegato ad un feudo o essere oggetto di volontà testamentarie) , la Nobiltà, patrimonio di storia e di sangue familiare, certamente no.
Esempio concreto e di frequente riscontro nella storia nobiliare era l' imposizione di cognome e di stemma ad altra famiglia da parte di agnazione in via di estinzione: la nuova genealogia creatasi assumeva con lo stemma il brevetto, perpetuandone il titolo, ma non certo la Nobiltà, che non poteva seguire il primitivo cognome, innestato in altro ceppo .
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » venerdì 13 marzo 2015, 14:44

Ti ringrazio cordialente, Alessio.
Quello che ha pazientemente raccolto, ed ora postato, non fa che confermare e rafforzare ciò che ho da sempre pensato e sostenuto, talvolta in "epiche e serrate discussioni ", ricordo a proposito dell'argomento, un mio topic nell' ormai lontano 2009 viewtopic.php?f=6&t=9744&hilit=







Nunc dimittis servum tuum, Domine,
secundum verbum tuum in pace:
quia viderunt oculi mei salutare tuum
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 13 marzo 2015, 16:37

Il mio pensiero Sergio credo si discosti dal tuo e da quello dello Squarti Perla.

In teoria la nobiltà si poteva anche perdere.
Come però l'atto di una autorità non crea la nobiltà così lo stesso atto non può distruggerla.
Come la nobiltà non si crea da un giorno all'altro cosi non si perde da un giorno all'altro.
Se per fare un nobile servivano almeno 2-3 generazioni ugualmente per perdere la nobiltà servivano almeno 2-3 generazioni.

Guardando però alla storia "pratica" la situazione è molto diversa.
Nel medioevo è accaduto spesso che l'autorità togliesse il riconoscimento a una famiglia e la bandisse.
Possiamo guardare ai celebri casi di Firenze ma anche alle rivolte dei baroni avvenute nel regno.
Cosa accadeva in questi casi? Che la famiglia in questione non era più nobile?
Assolutamente!
Non è mai accaduto che il figlio di un nobile cui è stata tolta la nobiltà facesse il contadino!

Per quanto riguarda l'età moderna ho in mente il caso degli Strozzi di Firenze che furono imprigionati, uccisi e banditi.
Non avevano più nulla. Nè ricchezze, nè prestigio, nè potere!
Leone Strozzi figlio di Filippo, allora per vendicarsi dei Medici si mise a disposizione del Re di Francia che lo creò maresciallo della Marina militare di Francia, un titolo e un incarico che non potevano essere dati ai non-nobili.
Dunque anche avendo perso tutto quello che avevano, beni, case e titoli gli Strozzi non potevano essere privati della nobiltà!

Cos'era dunque anche ai bei tempi la nobiltà? Era la storia e la storia non può essere cancellata da nessuno!

Aggiungiamo inoltre che la nobiltà poteva essere riacquistata anche dopo 4-5 generazioni.
Dunque era sicuramente uno status ereditario che non si perdeva mai in modo totale.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 14 marzo 2015, 13:44

Generalizzando un po' ( ma non troppo ) posso affermare che la nobiltà quale qualità generosa non può essere tolta per decreto, tuttavia i discendenti possono dimenticarla a causa di preoccupazioni contingenti od occupazioni pressanti, che pongono la nobiltà " in sonno", per causa ideologica oppure per semplice incuria o menefreghismo.

Poteva capitare , come può capitare oggi ad un sodalizio , un ordine professionale , cavalleresco , religioso che i membri anziani , il consiglio dei probi viri , l'autorità , allontani un membro per svariati motivi validi : indegnità ,furto, tradimento, immoralità, attività contraria alla pubblica decenza etc, ma ciò , ripeto, accadrebbe a me oggi da parte del mio ordine professionale se, reprobo, violassi pesantemente il codice deontologico e ciò poteva accadere a membri di un patriziato.

Se allontanato dal mio ordine professionale non posso esercitare la professione , ma la laurea non me la tocca nessuno .
Se allontanato dal consiglio dei nobili di Quelpostolà non posso esercitare la magistratura (potere ) , ma rimango nobile perché ho ereditato tale qualità da mio nonno poi da mio padre e nessuno me la tocca.
Se invece sono marchese di Quellantropostolà ( nobiltà titolata conferita dal sovrano ) caduto in disgrazia posso perdere il titolo di marchese di Quellaltropostolà, il quale ritorna al proprietario che me l'ha affidato, ovvero il sovrano.
C'è una sostanziale differenza .
Quando alcuni papi ed i Savoia si sono "inventati" i titoli di patrizio e nobile , da ... concedere , hanno compiuto una cosa senza senso.
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda robyn » sabato 14 marzo 2015, 14:58

Gent.mo sig Sergio,lei scrive che alcuni Papi e casa Savoia,si sono inventati i titoli di Patrizio e Nobile,ma il titolo di Nobile esiste in tutta Europa.es SRI, I.A I.F,O SBAGLIO?.CORDIALI SALUTI [cheers.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 14 marzo 2015, 15:39

robyn ha scritto:Gent.mo sig Sergio,lei scrive che alcuni Papi e casa Savoia,si sono inventati i titoli di Patrizio e Nobile,ma il titolo di Nobile esiste in tutta Europa.es SRI, I.A I.F,O SBAGLIO?.CORDIALI SALUTI [cheers.gif]


In Italia quella della concessione sovrana ( di sovrani italici ) del " titolo di nobile e/o patrizio " è una invenzione recente , secolo XIX.
Essendo una qualifica , qualità può essere oggetto di provvedimento di giustizia , non di grazia , ovvero può essere riconosciuta dal sovrano o comunque da un fons honoris autentico ma non può essere concessa , per questo scrivo di nonsenso.
Si ottiene per cooptazione da parte di appartenenti consigli, classi ceti dirigenti nobili , a volte con l'avvallo del sovrano , spesso senza di esso ( Genova , Venezia , Lucca, Ragusa di Dalmazia tra le più importanti ) se ne è parlato anche qui:

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Riprendo alcuni passaggi da ANGELO SQUARTI PERLA, Titoli e nobiltà nelle Marche, Acquaviva Picena, 2003, pp.271-281 (il grassetto è dello stesso Squarti Perla).

il Conte Guelfo Guelfi Camajani nel suo Bollettino Araldico del I settembre 1915, scrisse proprio un articolo intitolato:

"Se il Sovrano debba riconoscere la Nobiltà piuttosto che conferirla":
"Noi crediamo che la Nobiltà si compendi in un onore distinto e signorile, tanto per parentele contratte, quanto per aderenze, come per cariche onorifiche, il tutto confortato da un censo relativo. Se una famiglia ha così vissuto noi crediamo che in essa sia germogliata la Nobiltà che poi si raduni e si maturi dopo qualche generazione."


Lo Squarti Perla:

Prevalenza di Nobiltà d'ufficio in alcuni casi, di Nobiltà civiche o decurionali in altri, di Nobiltà legata al possedimento agrario in altri ancora.
Ma sempre l'elemento comune e filo conduttore irrinunciabile appare il tempo, inteso come l'ininterrotto verificarsi per secoli di quelle date condizioni che si concretizzavano, in sintesi, nella storia di ogni famiglia.

"Nobili... purchè mantengano presentemente, col dovuto splendore, la Nobiltà trasmessa loro, dai loro antenati." Tomo I°capitolo VII° della citata legge del Granduca Francesco II° di Toscana.

Chi ha storia alle sue spalle, verificata per condizione e continuità , è nobile di diritto.
La Nobiltà dunque è un distillato di tempo, storia e continuità, non certo quindi frutto di benevola concessione da parte dell' Autorità Sovrana:

Il Sovrano non può concedere Nobiltà, può solo ufficializzare o riconoscere uno stato di fatto.


Alessandro Scala, articolo pubblicato nel 1915 col titolo: "Nobiltà non è titolo ma qualità":

"La Nobilitazione è stata sempre considerata dai giureconsulti come un atto sovrano col quale si dichiara nobile chi lo è già, per la posizione sua sociale, per la serie di antenati viventi, more nobilium, per le parentele contratte, per i beni posseduti.
Il Sovrano non può creare nobili, ma dichiara ossia riconosce tali, coloro che hanno i requisiti per esserlo, e il Brevetto di Nobilitazione in questo caso, altro non era anticamente che un atto valevole a far ritenere nobile, senza contestazione, una famiglia o un individuo, perchè godesse dei privilegi spettanti al ceto nobile. Questo però nei paesi, dove non esistevano le Nobiltà municipali, cioè le distinzioni di ceto nel governo dei diversi comuni nei quali il ceto nobile costituiva un Senato vitalizio che si chiamava patriziato.
Per appartenervi conveniva provare la Nobiltà, e non già per brevetto di Principe, ma con la dimostrazione che il padre e l'avo non avevano esercitato arti manuali, ed anzi avevano occupato cariche civili o militari, vivendo more nobilium, etc..
Il volere fare della Nobiltà un titolo, come quello di Barone o di Conte, che in certi paesi era inerente al possedimento di feudi ed in altri era spesso conferito ad honorem sul cognome, è un errore grossolano, nel quale purtroppo s'incorre anche al dì d'oggi. Altro errore inerente a questo, è il conferire la Nobiltà personale, perchè chi è nobile trasmette col sangue la Nobiltà ai discendenti“.


Il Conte Guelfo Guelfi Camajani, nel citato Bollettino Araldico del 01.09.1915:

"L'articolo I, della legge Toscana del 1750 dice che sono nobili quelli che hanno goduto e sono abili a godere il primo e più distinto onore delle città nobili, loro patrie".
Questo veramente si riferisce all'ascrizione ai così detti Libri d'oro, che costituiva la Nobiltà patrizia, ma anche le famiglie che non arrivarono a coprire le cariche municipali, costituivano quello che negli Stati Pontifici si chiamava cittadinanza di primo grado e che anche dai moderni legislatori é stata giustamente considerata come Nobiltà di secondo ordine, cioè non patrizia.
Siccome la Nobiltà non si può provare con attestazioni giudiziali é certo e naturale che la Nobiltà debba da solo affermarsi per mezzo dello stesso suo procedere e riunire in se quelle cause coefficenti atte a determinare in essa tale capacità quasi giuridica. Quando noi riteniamo che il conferimento della Nobiltà sia un provvedimento mancante di base e perciò erroneo perchè se la materia non esiste affatto (cioé quel complesso di attributi che costituiscono la Nobiltà) il Sovrano non può assolutamente crearlo e se questa materia determinante si è già concretata la Nobiltà esiste di fatto e si afferma e quindi il decreto di conferimento ci sembra perlomeno intempestivo e assurdo".


Squarti Perla:

Neanche un Sovrano può creare, concedendo, una storia passata, se questa non esiste. Ecco perchè un titolo legato ad un brevetto può essere oggetto di un provvedimento di grazia e non rientra invece fra le regie prerogative concedere Nobiltà che invece può essere oggetto unicamente di provvedimento di giustizia.
Il riconoscimento di Nobiltà, svincolato dalla Nobiltà sovrana, viene contemplato solo al fine di riconoscimento o negazione.

Ancora il Guelfi Camajani:

"La Nobiltà, ripetiamo, deve germogliare radicarsi e maturare in una data famiglia e quando ciò accada, la famiglia è capace della Nobiltà e il Sovrano dovrà
essere chiamato soltanto a giudicare delle cause coefficienti onde riconoscere questa capacità e sanzionarla, perchè non può essere soltanto per volontà del
Sovrano che una famiglia possa farsi nobile se non ha in sè l'attitudine, i meriti intrinseci di esserlo, e questi meriti e questa attitudine speciale è la famiglia stessa che
deve procurarseli e farli valere come proprio patrimonio. Noi riteniamo quindi che il Sovrano possa conferire qualsiasi titolo, ma che non debba conferire la Nobiltà“.

"I titoli appartengono alla corona della quale sono le gemme staccate che vengono graziosamente donate; però la Nobiltà non è patrimonio della corona, ma lo è della famiglia che da sè stessa lo ha creato con i suoi elementi particolari. La Nobiltà noi la equipariamo al patrimonio famigliare, che il Sovrano non può concedere ma solo riconoscere".


Lo Squarti Perla:

Un provvedimento di revoca può interessare un titolo nobiliare, non può o non dovrebbe , andare ad intaccare la Nobiltà, che rappresentando la storia, non solo dell'individuo interessato, ma di tutta una famiglia, non può certo essere cancellata da un provvedimento anche se sovrano.
Cioè dalla fons honorum può provenire una concessione o una revoca di un provvedimento nobiliare concernente il titolo, non certo concessione o revoca di uno status non concedibile o revocabile:

neanche il Sovrano può cancellare la storia.

Parimenti, se è vero come lo è che la Nobiltà è storia, non dovrebbe essere possibile neanche l'adozione di un provvedimento di convalida. Se infatti é possibile per un sovrano sanare lacune nella dimostrazione del legittimo possesso di un titolo, certamente risulta impossibile un rattoppo su dei vuoti di storia:

neanche un Sovrano può alterare la storia.

Altrettanto vale per un provvedimento di rinnovazione, che se valido per un titolo nobiliare legato a brevetto di concessione, può trasmigrare da un soggetto ad altro di altra famiglia, altrettanto non può dirsi della storia familiare che, patrimonio inalienabile legato al cognome, non può certo per decreto essere affibbiato ad altri.
Pertanto, se valido il presupposto, é lecito dedurre che la Nobiltà non è soggetta a provvedimento di rinnovazione.
Si estingue una famiglia si perde per estinsione il titolo nobiliare, perchè legato ad un brevetto da tramandare, in genere, di maschio in maschio primogenito. Non si estingue la Nobiltà della famiglia che, collegata alle vicende familiari, rappresenta la storia stessa, patrimonio inalienabile di collaterali e consanguinei superstiti.
Dopo un provvedimento di rinnovazione certamente esisterà il titolo, altrettanto sicuro che non può esistere Nobiltà, a meno chè il provvedimento non sia andato a cadere su famiglia già di per sè nobile.
Analogamente, e qui appare in tutta la sua solare verità il concetto, mentre un titolo può essere oggetto di refuta, certamente non lo potrà mai essere la Nobiltà che come storia familiare non può essere respinta al mittente, cancellata o oggetto di volontaria giurisdizione.
Il provvedimento di refuta è un atto portante rinnovazione in ultrogeniti o fratelli dell'intestatario: Art. 10, R.D. 7/6/1943 N.651 .
La pratica attuazione nella storia della Nobiltà conferma che, anche se rari, non sono mancate domande di refuta di un titolo, mai sono state avanzate richieste analoghe per la Nobiltà ad un Sovrano come primo motivo perchè la Nobiltà come patrimonio genetico, storico e sociale legato ad un cognome non poteva essere riconsegnato nelle mani del Sovrano da un unico componente della famiglia, in secondo luogo dovendo seguire un provvedimento di rinnovazione il provvedimento sarebbe andato a donare ad ultrogeniti e collaterali quanto già gli interessati detenevano appunto perchè consanguinei. Non è un caso che il precitato art. 10 faccia riferimento esclusivamente a titoli nobilari e non a Nobiltà o attributi nobiliari.
Da cui:

neanche un Sovrano può accogliere la richiesta di restituzione nelle sue mani di una qualità, patrimonio familiare legato alla storia.

Ed ancora.
La concessione di un titolo, la sua la rinnovazione ecc. presuppongono una storia che parte, che si accende per il soggetto e per la sua famiglia, dal momento dell'atto sovrano.
Il riconoscimento di uno status nobiliare presuppone come cardine originario di diritto una storia passata.


Lo Scala cita delle eccezioni nella storia nobiliare:

"Le lettere di nobilitazione si concedevano in Francia, anche ai plebei in tale caso, erano dichiarazione di Nobiltà, perchè senza tener conto della condizione di nascita dell'individuo, consideravano la Nobiltà delle azioni sue, giusta l'antico detto di Porfirio che nobilitas nihil aliud est quam cognita virtus. A questa specie di Nobiltà appartenevano i prodi guerrieri e tutti coloro che nelle cariche e negli uffici civili, militari ed ecclesiastici, giungevano a tale grado da essere considerati appartenenti al ceto nobile e da entrare de jure in possesso dei privilegi e delle immunità inerenti alla Nobiltà"


Lo Squarti Perla:

Quanto sopra spiega l'apparente inconciliabile dicotomia fra nobili non titolati, magari con storia nobiliare antichissima e generosa alle loro spalle, e titolati non nobili, di recente investitura, quasi sempre non nobili per mancanza di precedenti storici diretti, continuati ed omogenei nell'ascendenza familiare.
Risulta un pleonasmo definire una Nobiltà di sangue anche antica perchè nella Nobiltà generosa è insito in se il concetto di pregressi fasti di storia familiare, mentre non lo è l'aggettivazione antichissima.
Nella titolazione é invece necessario definire se anche nobile e quindi quanto antica, a quando cioè risale l'investitura.
Un nuovo titolato dopo qualche generazione, sarà nobile e, da quel brevetto, parte la storia per i " nuovi " nobili titolati o, se non primogeniti, nobili dei titolati. cfr. " Titoli ed attributi nobiliari " del nob. dott. Luigi Gualtieri - Napoli 1924.


Ancora Alessandro Scala:

"i titoli concessi dal Sovrano portano con sè implicitamente la Nobiltà, ma soltanto dal giorno del conferimento di essi e perciò non presuppongono antecedenza. E' appunto per questo che talvolta si sente affermare che tale Conte o Marchese di recente creazione, è titolato ma non nobile; perchè prima di ricevere il titolo era plebeo e soltanto i suoi discendenti dopo alcune generazioni potranno essere considerati nobili."


Lo Squarti Perla:

Non a caso l'ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, approvato con R.D. 7.6.1943 N. 651, così , all'Art. 11, recita : la Nobiltà di sangue si acquista dal giorno della nascita ; la Nobiltà per Grazia Sovrana dal giorno della concessione.
La storia della Nobiltà é ricca di esempi di soggetti recentemente investiti di titolo, in corsa per arraffare "uno spicchio di terra al sol" dal passato cercando di nobilitare la propria ascendenza con sangue avito che non poteva esistere (a meno che il titolo non fosse piovuto su soggetto già nobile), con il costruire eventi e fatti memorabili della famiglia, col rivendicare uno stemma o un feudo precedente, con lo storiografare, di fantasia, importanti cariche pubbliche, civili o religiose, ricoperte dagli avi , il tutto magari architettando fumosi riferimenti ad obsoleti, precedenti sovrani decreti, in realtà di tutto partecipi, meno che delle loro inconsistenti pretese.


Conclusioni dello Squarti Perla:

In genere il nuovo titolato non è nobile, perchè prima plebeo.
Quanto sopra ci da ragione della trasmissione della Nobiltà, in genere, devoluta a maschi e femmine, perchè patrimonio inalienabile, comune a tutti i membri della stessa famiglia. Il titolo, strettamente collegato al brevetto, viene invece trasmesso, normalmente, di maschio in maschio, preferibilmente se primogenito.

La Nobiltà é dunque collegata alla storia, il titolo al brevetto.

Analogo ragionamento è valido per la qualifica di Patrizio anch'essa qualità familiare, collegata alla storia, e non ad un brevetto oggetto di grazia sovrana.
Per di più un brevetto, cioè un titolo, si può sempre acquisire (potenzialità innegabile soprattutto se si ricordi che un tempo poteva essere ceduto tout court , meglio se collegato ad un feudo o essere oggetto di volontà testamentarie) , la Nobiltà, patrimonio di storia e di sangue familiare, certamente no.
Esempio concreto e di frequente riscontro nella storia nobiliare era l' imposizione di cognome e di stemma ad altra famiglia da parte di agnazione in via di estinzione: la nuova genealogia creatasi assumeva con lo stemma il brevetto, perpetuandone il titolo, ma non certo la Nobiltà, che non poteva seguire il primitivo cognome, innestato in altro ceppo .



Cordialissimi saluti
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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