Grimaldi ha scritto:E meno male che
scrittori come il Parini erano italiani...
Ad ogni modo la nobiltà settecentesca non era certo al livello politico e sociale di quella medievale.
L'intera classe era in declino e cedeva il passo, come la storia insegna, all'intraprendente borghesia, che si sarebbe imposta.
ma per carità, se dobbiamo dare retta ad un poeta (perfino al servizio dei potenti) !
Lungi da me fare apologia della nobiltà, mi limito ad esprimere alcuni concetti maturati dopo molte letture. Personalmente ho un'idea positiva della classe aristocratica italiana settecentesca.
La prima affermazione del grimaldi è azzardata, fuorviante e storicamente insensata. Paragonare la nobiltà antica a quella "moderna" è senza fondamento storico. Qualitativamente il ruolo sociale dell'aristocrazia era profondamente mutato tra il medioevo e l'epoca dei lumi. Si era passati da una situazione di possibile anarchia ad una di totale controllo da parte del sovrano (o dei poteri che fanno capo a lui). Certo, le gesta di cavalieri in cotta e spada riempiono l'occhio e accendono la mente... però....
I nobili medioevali avevano il grave difetto di essere al di sopra della legge. Spesso e volentieri la legge non esisteva o rimaneva lettera morta per l'arbitrio di coloro che dovevano applicarla (i nobili stessi). Se non esisteva un sovrano energico il corpo privilegiato faceva ciò che voleva.
I nobili settecenteschi avevano i proprio poteri imbrigliati sia dal sovrano che dalla legge, espressione del medesimo. Avevano sicuramente privilegi MA esisteva qualcosa (la legge e la sua relativa applicazione) che impediva loro l'arbitrio totale.
La stessa qualità del feudo era mutata, con la crescita esponenziale dei diritti delle comunità ("universitas" se male non ricordo) nei confronti del feudatario. Il feudatario dunque veniva a trovarsi in una situazione di debolezza intrinseca: leggi che ne limitavano il potere e nuove classi sociali che ottenevano riconoscimento delle proprie aspirazioni politico-sociali - ricordo che lo stesso processo di erosione avvenne con i patriziati cittadini cristallizzati nel tempo, tutti assediati dalle nuove classi produttive -
Così l'aristocratico settecentesco per sopravvivere fu costretto, nella maggior parte dei casi, ad espletare il suo dovere con il servizio verso lo stato NON CONTRO, come poteva fare invece nel medioevo. E'
la qualità delle leggi che permise, a seconda degli stati italiani del tempo, la participazione più o meno attiva alla res publica da parte del corpo nobiliare. Con gli squilibri che, innegabilmente, si produssero.
Ricordo solo alcune situazione in cui l'aristocrazia italiana (che ricordo non era omogenea sul territorio nazionale e dinamica in molte regioni) ebbe il suo momento di gloria nel governo degli antichi stati:
1) in Piemonte avevamo il D'Ormea e il Bogino grandi ministri sabaudi che attuarono importanti riforme economiche e sociali; la nobiltà serviva lo stato attraverso la milizia e la diplomazia. Il sovrano permetteva il ricambio della classe privilegiata ammettendo nelle file della nobiltà uomini di legge o della mercatura;
2) la Lombardia austriaca esprimeva il buon governo attraverso una classe dirigente, quasi tutta nobiliare o di toga, affezionata al bene pubblico e leale al sovrano. La classe patrizia milanese, tanto per fare un esempio, diede anche personaggi come il Verri o il Beccaria, che nel campo della cultura, della scienza economia, della diffusione delle idee filosofiche e sociali erano da esempio per l'intera Europa. La classe patrizia milanese fu la spina dorsale del governo riformista del Duca Melzi d'Eril in periodo napoleonico.
In questo caso ci troviamo nella stupefacente situazione di vedere la vecchia classe sociale divenire garante del nuovo, proiettata verso il futuro !
3) l'aristocrazia veneziana, nonostante lo stato di decadenza in cui versava la Serenissima, si dimostrò leale verso il bene pubblico fino alla fine. Il popolo rimpianse fino all'unificazione il buon governo aristocratico. Sarà un caso ?

La nobiltà veneziana decadde definitivamente quando non fu più in grado di rinnovarsi e si trasformoò da corpo dinamico (nobiltà mercantile) in corpo statico (in qualche caso semi-feudale), perdendo le connotazioni sue proprie del glorioso passato;
4) gli stati centrali attuarono le loro riforme e la nobiltà fece la parte del leone. Anche quando i ministri venivano dall'estero, come il du Tillot, potevano vantare sangue blu...
5) la Toscana visse la sua stagione di rinnovamento con le riforme del Neri, applicate
attraverso la nobiltà. L'aristocrazia toscana sostanzialmente non perse la sua posizione di privilegio e fu costretta, per mantenere il potere, ad accettare le regole nuove imposte dal granduca Leopoldo I. Il clero fece perfino la sua parte con il Ricci (sempre nobile) e domandò a viva voce la riforma, che puntualmente la Chiesa non prese in considerazione. Il clero toscano era formato, in larga parte delle alte sfere, da nobili autoctoni;
6) nel regno di Napoli e Sicilia ci furono situazioni analoghe al settentrione sia dal punto di vista politico che sociale. Seppure con i limiti della politica borbonica che tutti sappiamo e che mi sembra inutile ricordare. Lo stesso Murat non potè fare a meno, durante il suo governo, di una parte della classe nobile per attuare la sua politica di riforma (peraltro fallita).
Tutta questa serie di circostanze mi pare sia indicativa di una situazione diversa rispetto al passato, sicuramente migliore, in cui la nobiltà è una colonna portante ed essenziale dello stato. Perciò non bisogna pensare ad essa come a qualcosa di morto o prossimo a morire. Si darebbe un giudizio ingeneroso e storicamente inattendibile. E' bene ricordare che la nobiltà rappresentava la classe dirigente del tempo, nel bene e nel male. Garantendo la pace sociale-politico che caratterizzò il XVIII secolo italiano, essa permise a suo modo lo sviluppo dell'Italia, perchè, come disse il vecchio Conte di Parma in una nota opera di Marai:
"
Dove non regna ordine non esiste gioia, non esistono sentimenti autentici e nel corso della mia lunga vita ho sempre estirpato dal mondo, con la punta della spada e la corda, tutte le rivolte organizzate per puro capriccio o per arroganza, che miravano a scardinare l'ordine interno delle cose, quell'ordine autentico senza il quale non esiste armonia, non esiste sviluppo, anzi, dirò di più: dove non regna l'ordine non può esservi neanche una vera rivoluzione"
Volenti o nolenti la "decaduta" aristocrazia italiana settecentesca ha permesso questo.
Credere che i signori rivoluzionari francesi siano giunti in Italia a portarci la civilisation republicaine liberando la borghesia prigioniera dai nobilastri kattivi è una pia illusione !

Ultima modifica di Davide Shamà il mercoledì 19 ottobre 2005, 10:56, modificato 2 volte in totale.