Oltre alla diversa identificazione del personaggio con il capo coperto come qualcuno di diverso da un doge, non eslcuderei che anche l'insegna innalzata da quelle bandiere possa esser qualcosa di diverso dalla riproduzione vessillologica di uno stemma. Non accade raramente che in scene di Crocifissione, dal periodo tardomedievale in poi, vengano rappresentati dei vessilli che, lungi dall'esser riferimenti para-araldici a personaggi o famiglie committenti, sono in verità vessilli di attribuzione (il più delle volte puramente fantasiosa) a un gruppo etnico-religioso, a una fazione politica o a un'entità statale (il più delle volte, come anche nel nostro caso, primo fra altri possibili, l'impero romano).
Di esempi ne potremmo fare molti. Il primo che mi viene in mente è quello della scena della Crocifissione nella Cappella della S. Croce a Mondovì, dove presso la Croce del Signore sono rappresentate due donne - accompagnate da un corredo simbologico di enorme spessore che qui non possiamo dilungarci a spiegare - rappresentanti la Chiesa, tenente un vessillo bifido crociato, e la Sinagoga, tenente un vessillo rosso fasciato di bianco (curiosamente non manca qualche somiglianza di base cromatica con il caso di cui qui si discute) e caricato di un'iscrizione [Non ho altra immagine più nitida e, non ricordando il contenuto, penso si tratti di qualche citazione biblica mettente in luce poco buona il personaggio che impugna il vessillo]:

Possiamo ricordare come in altre eccellenti opere raffiguranti la stessa scena, quel vessillo sia sostituito con una bandiera innalzante uno scorpione (simbolo di tradimento), tenuta per lo più da un gruppo di personaggi vestiti con abiti riconducibili al mondo giudaico. Superbo esempio tra tanti altri possibili, quello della Crocifissione del Montorfano, a Milano, nel refettorio di S. Maria delle Grazie.
Anche se forse meno probabile rispetto all'attibuzione para-araldica, la pista di un altro tipo di attribuzione non la escluderei per il caso di cui qui si discute.