Visto alla mostra di Roma (e certamente l'avrò visto anche le millemila volte che sono stato al Poldi Pezzoli, anche se francamente non ne conservavo memoria).
Anche secondo me lo stemma (vieppiù riprodotto sul retro del dipinto con tanto di cimiero) non ha ragione d'essere posticcio (né al
recto, né al
verso).
Il problema forse é proprio l'attribuzione ad Antoniazzo: tutt'altro che certa, a mio parere.
Se così fosse, avremmo di fatto un
unicum paesaggistico nella produzione del pittore, che mai si avventura nella pittura di paesaggio se non negli affreschi. E infatti l'attribuzione si basa unicamente (Longhi et altri) sulla valutazione stilistica della figura di San Girolamo, ché per il paesaggio é impossibile trovare un termine di raffronto nella produzione inequivocabile di Antoniazzo.
Che fosse il migliore pittore "autoctono" nella Roma della seconda metà del '400, non ci piove.
Definirlo però "il favorito della cosmopolita corte pontificia", temo sia peccare d'eccessivo entusiasmo per un pittore che, a conti fatti, produceva pale d'altare e (pochi) affreschi per comunità religiose, committenti aristocratici ma tutto sommato provinciali (vedasi i Caetani d'Aragona), era stato bellamente escluso dalle committenze che contavano veramente: niente negli appartamenti pontifici; niente nel pur grandioso cantiere della Sistina - no, mi correggo, se non sbaglio nella Sistina ci entrò dalla porta di servizio - LETTERALMENTE - ché sono attestati pagamenti per la decorazione di una porta (!)); ed anzi escluso tout-court dalle committenze pontificie; niente ritratti indipendenti - se si esclude la dubitativa tavola dubitativamente ritraente un cardinale francese morto giovane di cui ora non ricordo il nome; con un unico dipinto - La Madonna degli Uditori, ora negli appartamenti papali in Vaticano - veramente riferibile ad una commissione di curia.
É un fatto che i papi (e la curia a seguire) nella seconda metà del '400 preferivano immancabilmente rivolgersi fuori Roma (Melozzo, Mantegna, i toscani della Sistina, sul cui carrozzone mettiamo anche il Perugino, il Lippi, etc etc etc), considerando (evidentemente) i pittori romani non adeguati alla rinnovata
grandeur vaticana.
Tornando sullo stemma, a parte il fatto che i rosoni
sono ruote (tradotte in architettura & scultura, ma spesso con appunto un apparato scultoreo teso a simboleggiare la Ruota della Fortuna), ritengo che la rappresentazione, nel caso in esame, sia solo un vezzo stilistico tardo quattrocentesco.
Al pari di raffigurare i fiori (rose) come trifogli bottonati.
Anyway, in relazione alla provincialismo del pittore (riferendo ad esso la tavoletta, o a pittore della sua cerchia >>> é attestata documentariamente una vasta bottega, di Antoniazzo, e ciò é stilisticamente confermato da una altalenante qualità che - come regola generale - viene spiegata assai meglio dalla presenza di molti collaboratori che non da cali intermittenti nell'abilità del caposcuola), forse é meglio concentrare l'attenzione sull'ambito romano, e in second'ordine italiano.
Scheda del Museo Poldi Pezzoli ha scritto:Antoniazzo Romano (Antonio Aquili, detto)
Roma 1435ca. – post 1508
San Gerolamo (recto) Emblema araldico (verso)
Tavola, 47,6x34,5
Acquisto di G. Bertini, 1896(?) (n. inv. 1560)
Il dipinto fu acquisito da G. Bertini nel 1896 e catalogato come opera di un artista del centro-Italia della fine
del XV secolo. L'attuale stato di conservazione appare nel complesso soddisfacente, in particolare nella
figura in primo piano, perfettamente leggibile. Si nota tuttavia una diffusa e consistente craquelure. Lo
stemma che compare a destra, con i gigli di Francia il lambello e la ruota dorata, ripetuto anche sul retro
della tavola, è con ogni probabilità un'aggiunta cinquecentesca. Si tratta forse dell'arma della famiglia
Theodoli (cfr. Natale 1982, p. 151).
L'attribuzione ad Antoniazzo Romano si deve a Roberto Longhi (1927) che accostò l'opera ad una tavola
datata 1488 raffigurante le Stimmate di San Francesco appartenente alla Collezione Perkins, oggi
conservata presso il Museo del Sacro Convento di Assisi. La paternità antoniazzesca fu confermata dal Van
Marle e da Russoli, mentre espresse parere negativo Bernard Berenson (parere scritto riferito da Russoli
1955, pp. 115-116). Mauro Natale nel catalogo dei dipinti del Museo edito nel 1982, riprendendo l'analisi
longhiana, vide nell'opera una testimonianza di un momento dell'attività artistica di Antoniazzo fortemente
influenzato dall'opera romana del Ghirlandaio e di Melozzo da Forlì: altre opere della stessa fase
comprendono Il Crocifisso con San Francesco di Lewisberg, Bucknell University e il Cristo portacroce con la
Vergine addolorata del Museo Civico di Pesaro databili intorno al 1481-1485. L'attribuzione è però stata
messa fortemente in dubbio dai più recenti contributi critici, e in particolare da Pietro Cannatà, che espunge
dal catalogo antoniazzesco un gruppo di opere (tra le quali il San Gerolamo del Poldi Pezzoli) databili al
nono decennio del secolo e prossime stilisticamente agli affreschi dell'Oratorio di San Giovanni Evangelista
di Tivoli, da lui assegnati a un artista anonimo vicino ma distinto da Antoniazzo. Seguono il parere di
Cannatà, sia pur con qualche variante attributiva nello stabilire il catalogo del pittore, le monografie di
Paolucci e della Cavallaro (ambedue del 1992).
Appare tuttavia innegabile il livello qualitativo dell'opera: il chiaroscuro descrive con finezza e precisione il
volto e la barba del santo, così come i dettagli anatomici delle braccia e delle mani, e colpisce al contempo
per l'effetto drammatico. La conduzione pittorica denuncia una sensibilità luministica difficilmente ascrivibile
ad un seguace anonimo del maestro romano, e che ben si inquadra invece in una fase di rinnovamento della
pittura di Antoniazzo nel nono decennio del Quattrocento, testimoniata ad esempio dagli affreschi della
camera di Santa Caterina a Santa Maria sopra Minerva o dalla tavola con la Natività della chiesa di San
Pietro a Civita Castellana. D'altra parte anche la fisionomia di San Girolamo, così come il moto del capo che
si rivolge al crocifisso, sono perfettamente coerenti con la produzione antoniazzesca di questi anni e
depongono a favore dell'autografia del dipinto del Poldi Pezzoli.
S.G.C
Bibliografia aggiornata al 2004
Museo artistico Poldi Pezzoli. Catalogo, Milano 1902, p. 66.
Museo artistico Poldi Pezzoli. Catalogo, Milano 1911, p. 74.
R. Longhi, In favore di Antoniazzo Romano (in "Vita Artistica",1927), in Opere complete di Roberto Longhi, II,
Saggi e ricerche, 1925-1928, Firenze 1967, pp. 245-256; p. 256, n. 13.
A. Morassi, Il Museo Poldi Pezzoli in Milano, Roma 1932, p. 23.
R. Van Marle, The Development of the Italian School of Painting, 19 voll., The Hague 1923-1938; XV, 1934,
p. 279.
F. Russoli, Il Museo Poldi Pezzoli in Milano. Guida per il visitatore, Firenze 1951, p. 38.
F. Russoli, La Pinacoteca Poldi Pezzoli, Milano 1955, pp. 115-116.
F. Russoli, Pittura e scultura, in Il Museo Poldi Pezzoli, Milano 1972, pp. 197-288; p. 238.
G. Noehles, Antoniazzo Romano. Studien zur Quattrocentomalerei in Rom, Münster 1973, p. 252.
F. Russoli, Il Museo Poldi Pezzoli in Milano. Guida per il visitatore, Firenze 1978, p. 55
G. Hedberg, Antoniazzo Romano and his School, New York 1980, cat. 21, pp. 169-170.
M. Natale, Museo Poldi Pezzoli. Dipinti, Milano 1982, cat. 185, p. 151.
R. Cannatà, Antoniazzo Romano, Madonna col Bambino, in Un'antologia. Restauri, catalogo della mostra
tenuta a Roma nel 1982, Roma 1982, pp. 27-32; p. 32.
F. Zeri, La collezione Federico Mason Perkins, Torino 1988, p. 118.
A. Cavallaro, Antoniazzo Romano e gli antoniazzeschi. Una generazione di pittori nella Roma del
Quattrocento, Udine 1992, cat. 132, p. 258.