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Alberto Lubelli Prasca ha scritto:[..]Senza entrare nel merito delle infinite discussioni sulla materia nobiliare, furono disapplicate perché alla fine della fiera (espressione piemontese popolare molto efficace) non regolano beni concreti, denari, patrimoni...[..]




De Vineis ha scritto:Secondo esempio, riguarda un mio parente che fu vescovo a fine Ottocento: come stemma episcopale scelse ovviamente quello gentilizio, arricchito oltre che dalle insegne del suo stato clericale anche da una corona marchionale. Preciso che la famiglia in questione mai ottenne (mai richiese) alcun riconoscimento presso la Consulta araldica. Lo stemma vescovile fu abbondantemente pubblicato, scolpito e dipinto e, in questo caso, non sorse alcuna polemica, neppure da parte dei - numerosi - anticlericali. E ricordo che a quell'epoca la nomina di un vescovo non era qualcosa di estraneo per il governo, essendo ancora richiesto l'assenso da parte dell'autorità civile.
contegufo ha scritto:1) Si è nobili sempre e comunque.
2) Senza adempiere a regole la decadenza è automatica per non avere corrisposto le tasse dovute indice di un tenore di vita mutato in peggio.
La prima considera che la Nobiltà una volta acquisita divenga un diritto perpetuo e inalienabile, la seconda invece la regolamenta inquadrandola in un settore da cui estrarre tasse e tributi pena l'esclusione.
accampando scusanti economico-finanziarie, opposizioni partigiane ed altri motivi



T.G.Cravarezza ha scritto:Personalmente considerare la nobiltà come "atto risolutivo" perpetuo, intoccabile da qualsiasi autorità, non rientra nel mio pensiero e, dal mio punto di vista, non rientra nella realtà storica, poiché se è qualcosa di risolutivo, perpetuo, immodificabile, significa anche che è qualcosa che è proprio di quella persona/famiglia e che non è atto di terzi (sovrano, governo, repubblica...). Ma io invece ho sempre considerato la nobiltà come uno status che viene conferito (per molteplici motivi) ad una persona (ed eventualmente ai suoi discendenti), con specifiche regole che determinano i requisiti e le modalità di mantenimento e pertanto se viene conferito, può essere anche revocato e modificato nel tempo, ovviamente da una fonte di pari livello di quella che ha conferito tale status (vuoi quindi il sovrano, vuoi quindi il consiglio dei nobili di quella città che 300 anni prima aveva ammesso tra i suoi quella famiglia...).
Alberto Lubelli Prasca ha scritto:Gentilissimi,
I quesiti sono molto interessanti, ricordo di aver letto i verbali di lunghe discussioni, su questi argomenti che avvenivano fra i membri forse della Consulta o di altro ente.
Due argomenti aveno attirato la mia attenzione in particolare:
1- Se il dimostrato possesso dello stemma fosse indizio di nobiltà;
2- Se la concessione della nobiltà fosse un "atto risolutivo" ovvero se neanche il Sovrano, o altra fonte, potesse tornare sui propri passi e revocare le patenti.
Proprio come in questo forum si creavano due partiti. Coloro che sostenevano la perpetuità dell'atto, portavano ad esempio alcune punizioni simboliche inflitte dal sovrano al suo nobile che si comportava male: bandirlo dai Regi Stati, ovvero l'esilio, portare l'arma diffamata, la requisizione del feudo.
Il sovrano puniva, faceva decapitare, ma rispettava lo status nobiliare.
L'altro partito, naturalmente, portava altrettanti esempi contrari.
Se in uno sconvolgimento politico al sovrano A si sostituisce il sovrano B questi rhiederà ai cittadini di giurare fedeltà ed ai nobili AA di esprimersi in modo ancor più palese richiedendo il riconoscimento. Alcuni irriducibili sicuramente si rifiuterebbero, il sovrano B non li elencherebbe fra i nobili BB, ma i nemici del sovrano B continuerebbero a trattare gli AA come nobili ancor più degni d'onore.
Trovo interessante il riferimento a Lucca, per cui se non si svolgevano funzioni pubbliche si decadeva dal titolo di Patrizio della città, ma non dallo status di nobile. Per questo motivo credo che l'atto che aggreghi alla nobiltà per essere "risolutivo" non debba contenere condizioni che lo limitino nel tempo, debba essere impersonale. Se poi la concessione di nobiltà e soggetta al pagamento di un tributo annuo e questa è la condizione per rimanere nobili, beh! in questo caso ci troviamo di fronte ad una banale Concessione Governativa, che nulla ha a che vedere con la nobiltà, cui si può far a meno senza rimpianti.
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De Vineis ha scritto:Per il gentile dpascale, alla diocesi in questione non era connesso alcun titolo nobiliare, mi scuso se non lo avevo precisato (mi pare ad esempio che ad Asti il vescovo fosse principe); al vescovo dell'esempio San Pio X conferì il titolo di "Conte Romano", ma l'interessato non ornò mai il suo stemma con corona di conte. La corona marchionale nel caso esposto era legata allo stemma gentilizio ed alle tradizioni familiari e non alla dignità ecclesiastica.
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