da MMT » martedì 16 agosto 2005, 15:34
Carissimi amici intervenuti alla discussione,
vi ringrazio per aver risposto alla mia provocatoria domanda.
Quello che abbiamo appurato è che di fatto nei luoghi comuni, purtroppo e come al solito, si fa di tutta l'erba un fascio. Ecco che quindi in questi ultimi tempi si è visto un proliferare di aggiunte al proprio cognome, d'ogni sorta, per mera vanteria. Eppure non possiamo certo mettere sullo stesso piano famiglie storiche, che magari portano due cognomi da lungo tempo per i motivi più disparati, con quelle che lo aggiungono al giorno d'oggi.
Eppure però dobbiamo fare ancora una distinzione: chi di famiglia importante, storica, nobile, aggiunge al proprio un altro cognome, di un'ava, magari di famiglia estinta, nobile. E un'altra ancora: chi nasce da padre non-nobile ma di mandre aristocratica e che aggiunge il cognome materno al proprio. Ebbene in questo caso sono dell'idea che in quelche modo la nobiltà venga trasmessa, proprio come il sangue.
Molto discusso è, invece, il caso di chi viene adottato. Secondo le norme consuetudinarie, non essendoci più un sovrano che potrebbe rattopare la questione con una concessione o un riconoscimento, sembra che gli adottati proprio perchè non hanno lo stesso sange del padre non dovrebbero succedere nello status nobiliare.
Situazione a mio avviso molto delicata proprio perchè storicamente anche questo è avvenuto, come la surrogazione.
Cosa seguire: il moderno diritto o quello superato, perchè desueto, del Regno!?
Questione molto discussa. Secondo l'ultimo vi sarebbe ancora la questione sulla distinzione dei figli legittimi da quelli naturali, oggi invece equiparati. E per questo bisognerebbe anche suguire le abominevoli leggi raziali che non trascurarono nemmeno il diritto nobiliare.
Come comportarsi? Davvero un bel dilemma sul quale, purtroppo non si giungerà mai ad un arrivo per mancanza di legislazione e di autorità secifiche: si rimarrà dunque sulle proprie convinzioni e posizioni, vi saranno sempre diverse e parallele linee di pensiero. Purtroppo.
Michele T.