da Michele Baroncini » domenica 10 luglio 2005, 22:36
Carissimi Amici,
spero mi consentiate alcune personalissime considerazioni qui sulla nostra Piazza Principale che sento un po’ come la mia piazza.
Oggi alle h. 19:00, al Marco Polo di Venezia, è atterrato il volo che mi ha riportato in Patria da Londra dov’ero volato nel pomeriggio del ferale giovedì 8 luglio (restando peraltro bloccato a Hetrow sino a tarda sera) per recuperare e riaccompagnare a casa Serena, una mia cugina diciannovenne che si trovava nella capitale britannica per trascorrervi quelli che avrebbero dovuto essere 10 mesi di studio e spensieratezza nell’ambito del progetto interuniversitario Erasmus.
Vorrei raccontarVi dei miei sentimenti d’ira furente e di odio profondo (cattivo cristiano che sono!) nel constatare gli effetti della bestialità dell’uomo su una giovane bella, mite, allegra, intelligente… una fanciulla a cui non si potrebbe mai non voler bene, una ragazza italiana ed europea come ce ne sono tante e in cui certo non viene spontaneo intravedere una colpevole artefice della presunta oppressione d’un popolo o una cinica crociata dell’imperialismo occidentale.
Una giovane semplice e un po’ sfortunata cui, dopo aver perduto il padre ancora bimba, è toccato in sorte di sperimentare una delle forme più turpi, fantiche e insensate dell’odio e della cattiveria umani.
Una volta giunto Londra e “licenziato” dallo scalo di Hetrow, ho preso la via del campus universitario appena fuori Londra dove stava mia cugina. Itinerario consumato tra non poche difficoltà e dopo essermi perduto per un paio di volte, il che mi ha dato la possibilità di fare esperienza diretta del leggendario self control britannico pur in un momento tanto drammatico, constatando tutta la solerzia e la pacata cortesia con cui la gente rispondeva alle richieste d’indicazione formulate in inglese scolastico e non poco arrugginito da un giovane italiano che aveva un’idea piuttosto confusa della propria meta londinese.
Giunto finalmente a destinazione in un grazioso e verdeggiante sobborgo di cui ho già scordato il nome, ho trovato ad attendermi nella sua camera, come fossi la Divina Provvidenza, una Serena indicibilmente pallida, provata, eccitata e in preda a continue crisi di ansia. La prima al mio arrivo: mi si è lanciata addosso quasi con violenza (ho battuto la schiena sullo stipite d’una porta… ma non mi pareva il caso di farglielo pesare!) piangendo, ridendo, e pronunciando un fiume di parole quasi prive d’un senso logico, ripetendo il mio nome e toccandomi continuamente il volto, quasi incredula di sentir parlare la lingua madre. Portava una vistosa fasciatura all’avambraccio sinistro e sulle sue guance si notavano alcuni graffi. Nulla di grave mi ha assicurato il medico del convitto, in pochi giorni e con qualche pillola passerà anche lo stato d’agitazione. Una vera fortuna! Ma che razza di spavento… Ne sono rimasto davvero sconvolto e inizialmente non ho saputo dire nulla, travolto da tanta emozione. Due occhi marroni enormi e sgranati che mi guardavano atterriti, imploranti e ancora pieni di lacrime e che mi pregavano di riportarla presto a casa: lei che amava (e ama tuttora) alla follia Londra e la lingua inglese, lei che ha fatto il diavolo a quattro per partire nonostante l’opposizione della mamma.
Questo quello che ho trovato lì a Londra e che ha fatto montare in me una furia profonda e sorda di cui un poco provo vergogna, ma che non riesco a contenere e che desidero sfogare scrivendo nonostante la stanchezza.
Di dormire quella notte neppure a parlarne, naturalmente. Il fiume di parole e lacrime di Serena è continuato ininterrotto tutta la sera, poi a cena (allorchè ho mangiato io solo), quindi in albergo sino a notte fonda, senza quasi mai staccare la mano dalla mia o distogliere lo sguardo dal mio, come per la paura di rivedere quelle immagini inquietanti che senz’altro si riaffacceranno, terribili fantasmi nella sua mente, chissà per quanto tempo ancora.
Serena si trovava due sole carrozze più indietro rispetto al vagone sul quale è avvenuta la deflagrazione. Un brutto taglio al di sopra del polso a causa d'una scheggia di vetro e alcune contusioni dovute all’arresto improvviso e al pur composto trambusto del dopo esplosione. Poi l’uscita dal treno, lenta ed esasperante, accompagnando, tirando per mano l’amica francese il cui viso sanguinava ma che non si riusciva a capire cosa avesse (un taglio in fronte, un’altra fortunata!), poi i soccorritori, un cartellino al polso (priority 3: nulla di grave!) e poi, ancora, attesa, medici, gente, sirene, rumore: paura!
E ora finalmente il ritorno a casa in aereo, col cugino preferito chiamato e comparso dal nulla in men che non si dicesse! Venezia vista di sfuggita mentre già la sua mano nella mia cessava di affondarmi le unghie nelle carni, poi il treno fino a casa. Ma una volta in stazione, ecco il primo fantasma: per guadagnare l’uscita dal binario d’arrivo occorre necessariamente transitare per il sottopasso. Tremendo sentire, toccare, sinanche condividere la paura della ragazza al mio fianco. Il percorso coperto quasi di corsa e nonostante l’affardellamento di valige e zaini, il suo respiro, un ansito crescente e affannoso, impossibile da dominare, la mano che tornava a serrare la mia, facendomi male con una forza insospettata in una creatura così esile e graziosa, alcuni singhiozzi soffocati in gola forse per vergogna o forse per timore d’esser presa in giro dal terribile cugino, come quando s’era bambini durante i pomeriggi da zia Marta!
Dopotutto si è ancora a casa, ci si può abbracciare di nuovo e si può ringraziare il Signore… che seguita ad amare le sue creature. Anche quelle più odiose ed empie: quelle che uccidono in Suo nome!
MB