Scrive Sergio:
Diciamo , spesso una sorte di... "autocertificazione" anche se, per sposarsi , era pur sempre necessario produrre documenti anagrafici.In casa dei miei nonni e bisnonni si parlava in
italiano. Si ricorreva al romagnolo
schietto solo per fare i complimenti ai bimbi o per battute di spirito tra adulti.
Di suo cognato, della famiglia dello sposo di cui stiamo trattando, mio nonno era solito dire:
" e mi cugned l'ha più tetle d'una vaca..."Negli anni '30 il nobile parente si recò a Rimini a trovare la sorella, ospite a sua volta a casa della suocera. Per questo motivo l'ospite dell'ospite preferì, dopo cena, andarsene in albergo. Gli venne consigliato il migliore della città. Ma egli, invece, andò nel più vicino, comodo ed assai meno costoso.
Si dice che gli vennero chiesti i documenti dal locandiere, il quale a sua volta li rese noti alle forze dell'ordine. Le quali, incredule e sbalordite per la presenza del
signore nel modesto albergo, si decisero per un accertamento.
Si narra che il nostro fu svegliato nel cuore della notte e che abbia dovuto far ricorso al nome ed all'aiuto del cognato per spiegar la cosa.
Caro Sergio, da questo aneddoto, che però vale relativamente poco, dedurrei che sui documenti all'epoca fossero trascritti titoli e predicati. La mia, se vuoi, è una domanda in cerca di conferma.
Come sempre ti ringrazio.
Antonio
PS: su come si parlasse l'italiano in casa ai tempi, attendo il commento di un amico...