bardo ha scritto: l'Arme gentilizia di lui [di Petrarca, n.d.R.], se diam fede alla testimonianza di Gauges di Gozze, da Pesaro, riferito da Monsignor Tommasini (a), era una banda di rosso con una stella al di sopra. Egli è ben vero, che l'Abate Gamurrini (b) asserisce, che lo stemma gentilizio del Petrarca fosse in campo d'oro un orso rampante, che era appunto l'arme della famiglia dell'Ancisa, della cui consorteria egli è assai probabile, che fosse anche quella dello stesso Petrarca; oltre di che dell'arme dell'Orso se ne vede il disegno nella sua casa d'Arquà, rapportato pure dal Tommasini a carte 122 del suo Petrarca Redivivo, giusta l'edizione accresciuta del 1650.
(a) Petrarca Redivivo, cap. I, p. 8
(b) Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane e umbre, vol. II, p. 415
[da Giornale de' letterati d'Italia, tomo XV, 1713, p. 174]
Allora, Tomasini 1650 fino a metà della settimana prossima mi è inattingibile, però nella
princeps del 1635:
a p. 8 non si parla affatto dell'arma familiare di Petrarca, ma solo del nome e della genealogia;
a p. 6 si parla dell'Ancisa, ma non come 'consorteria' familiare, bensì come toponimo: Ancisa o Incisa (Valdarno)
Florentini agri vicum, e solo per discutere e rigettare la versione divulgata da Voss che lo diceva nato lì: Incisa, dice Tomasini, è troppo vicino a Firenze (solo 13 miglia, circa 25 km) perché i suoi potessero vivere lì da esiliati, infatti è nato ad Arezzo ecc. ecc. (dall'Ancisa -e non da Cortona- era forse originario il bisnonno Garzo -di nome e non di 'cognome'-, ma di questo Tomasini non parla);
a p. 122 si parla di Giustina Levi Perotta da Sassoferrato e del suo affetto letterario per Petrarca (cap. XVII).
L'unica raffigurazione araldica è a p. 134 (cap. XIX,
Arquadae Collis vicus et Petrarchae domicilium), nell'immagine della fontana di Arquà, poeticamente descritta a p. 133-135, certamente preesistente al soggiorno del poeta, ma tuttora chiamata 'fontana di Petrarca' e di cui una tradizione poetica narra che sia stata fatta scaturire da Amore per compensarne la perdita e testimoniare che gli amanti non possono por freno alle lacrime neppure da morti:
longos miserata nimis Libitina labores pallenti clausit lumina fessa manu. Risit Amor, furtim et subductos condit ocellos non procul a tumulo, magne Petrarca, tuo: iussit, et irriguos lympha manare perenni, fallere et urentes caetere membra rogos. Splendide fons, miseros semper testabere amantes ponere nec lachrymis funere posse modum.
Ecco la fontana oggi, sullo sfondo, col lavatoio in primo piano:

Ed eccola come la raffigurava l'incisione riprodotta da Tomasini:

si noti il distico, forse di Antonio Querenghi
(ma vedi sotto),
Fonti Numen inest, Hospes venerare liquorem unde bibens cecinit digna Petrarcha Deis 'Un nume abita in questa fonte: straniero venera quest'acqua, bevendo la quale Petrarca poté cantare cose degne degli dei (versi divini)', e si noti il dettaglio araldico sulla sinistra:

benché le iniziali invoglierebbero a ricondurlo a F(rancesco) P(etrarcha) (ma Tomasini non spende una sillaba sull'argomento e dice solo che "Iconem in Curiosorum gratiam hic damus") l'animale raffigurato non sembra affatto un orso, piuttosto un cavallo o un bue, e in realtà dovrebbe essere un maiale: ritengo infatti che la serie araldica si riferisca ai Vicari di Arquà sotto il cui mandato l'opera fu realizzata nella sua versione monumentale.
Dopo verifica della serie dei Vicari direi che F.P. era Francesco Porcellini, Vicario nel 1548-49 (arma parlante), e M.C. era Manfredino Conti, Vicario nel 1547-48: le date quadrano bene con l'aspetto stilistico degli stemmi (al centro invece
Vicariatus Arquadae, con arma civica già allora illeggibile: oggi di tutta la serie non è rimasto nulla

)