A tamburi fermi e trombe un po' sfiatate dopo le tante fanfare celebrative, ho trovato oggi in libreria il pamphlet di Fabrizio Rondolino "L'Italia non esiste (per non parlare degli italiani)", Mondadori, pp. 176, 18,50 euro. L'ho preso e da una breve scorsa ce n'è davvero per tutti: destra, centro, sinistra, fascisti, comunisti, Chiesa, laici, sopra e sotto. Ma il testo è così pirotecnico, guizzante, certamente eretico per il clima celebrativo, a tratti forse eccessivo, ma non privo di spunti e riflessioni irrituali, che non ho resistito a segnalarvelo.
Ho trovato un suo "assaggio" on line e, per dare un idea del tono del volume; lo butto nel calderone di questo dibattito vivace che ci ha uniti in una discussione non retorica e schietta seppur di qualche mese fa.
Saluti
F.
«Con queste considerazioni Fabrizio Rondolino inizia un’amara e pungente rilettura della storia italiana, nel centocinquantesimo anniversario dell’unificazione. Alla vigilia di quel processo, la penisola offriva esempi di ottima amministrazione. Oggi, invece, l’Italia arranca nelle retrovie di tutte le graduatorie; penultimi al mondo per tasso di crescita nei primi dieci anni del millennio. Questo inesorabile declino è il punto di arrivo di un’unificazione forzata e innaturale, di centocinquant’anni di politica corrotta, viziata dal trasformismo, chiusa a ogni innovazione.»
«Tanto per cominciare, l’Italia non esiste. È un’espressione geografica, uno stivale che s’allunga pigro nel Mediterraneo, una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani. L’idea di farne uno Stato, una Nazione con la maiuscola, come se fossimo la Spagna o l’Inghilterra, è una sciocchezza sesquipedale, che perdoniamo al conte di Cavour soltanto perché, maturato nella lingua e nella cultura d’Oltralpe, pensava in buona fede di vivere in Francia.
L’Italia non è mai stata una nazione, e non lo sarà mai. Mi piace pensare che se Cavour avesse vissuto qualche anno in più – abbastanza per conoscere l’Italia – si sarebbe senz’altro dato da fare, con l’arguzia solerte che gli era propria, per smantellare un tale improbabile accrocchio.
Chiunque sia stato una volta nella vita a Cosenza e a Varese – o in qualsiasi altra coppia di città distanti almeno trecento chilometri tra loro – sa benissimo che l’Italia non esiste. Pretendere di esistere è il peccato originale delle nostre classi dirigenti, e la radice primaria di tutti i mali del nostro Paese.
L’unità d’Italia che pomposamente si festeggia o si dileggia, a seconda delle opportunità politiche, è la più grande catastrofe abbattutasi sulla nostra penisola. Meglio dieci Pompei, meglio cento calate degli Unni che l’unità d’Italia. I soli ad avvantaggiarsene vera mente sono stati i preti, che hanno esteso i confini dello Stato della Chiesa fino a farli coincidere con quelli della penisola. L’Italia unita è un ipertrofico Stato pontificio, dal quale ha ereditato le sue due caratteristiche principali: la corruzione e l’ipocrisia.
Prima dell’unità, l’Italia era un buon posto dove vivere. I Borbone amministravano Napoli e Palermo meglio di quanto gli svizzeri amministrino oggi Zurigo; il Granducato era un faro di cultura e di libertà intellettuale che attirava gli uomini colti di tutta Europa; il Lombardo-Veneto austriaco era un modello di buongoverno studiato e invidiato nel mondo; i Savoia, prima di oltrepassare il Ticino, erano gente molto seria abituata a governare molto seriamente; e così via, fino all’ultimo minuscolo staterello, felice e prospero e indipendente. L’unico Stato preunitario mal governato e peggio amministrato era lo Stato pontificio: e oggi questo siamo, una vasta, inefficiente suburra di peccatori bigotti.
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Chiunque abbia anche soltanto sfogliato un sussidiario per le scuole elementari, è in grado di comprendere perché l’Italia non esiste, e perché averla fatta è una sciocchezza che trascolora nel crimine. Dal Paleolitico fino al 1861 non c’è mai stato, neppure per una settimana, uno “Stato italiano”. […] L’Italia che gli intellettuali del nostro provinciale Ottocento vogliono unificare, sedotti dalla moda nazionalista esplosa in Europa e invero piuttosto ignoranti di storia nazionale, non è molto diversa – se non per le potenze straniere di riferimento, che mutano come le stagioni – da quella di otto secoli prima. Dopo la disfatta di Napoleone e il Congresso di Vienna che ne seguì (1815), scomparse le Repubbliche di Genova, di Venezia e di Lucca, il controllo della penisola passò dai francesi agli austriaci, grazie alla sovranità diretta sul Lombardo-Veneto e ad una serie di legami e alleanze, dinastici e militari, con pressoché tutti gli Stati italiani.
Il Granducato di Toscana tornò a Ferdinando III di Lorena, che era il fratello di Francesco I d’Austria; sua figlia, Maria Luisa, ex imperatrice dei francesi, ottenne il Ducato di Parma e Piacenza, mentre il Ducato di Modena e Reggio andò a Francesco IV d’Este. I piccoli Ducati di Massa e Lucca furono integrati, rispettivamente, nel Ducato di Modena (1829) e nel Granducato di Toscana (1847). Il Regno delle Due Sicilie, costituito dall’unione delle Corone di Napoli e Sicilia, tornò ai Borbone e strinse un trattato militare con l’Austria. Lo Stato pontificio, reintegrato nei suoi confini pre-napoleonici (il Lazio, l’Umbria, le Marche, la Romagna e parte dell’Emilia), tornò al papa, che si impegnò a mantenere guarnigioni austriache a Comacchio e a Ferrara.
Soltanto il Regno di Sardegna, che comprendeva la Savoia, il Piemonte, la Sardegna e l’ex Repubblica di Genova, conservò sotto la guida prudente di casa Savoia una moderata autonomia dall’Austria. E proprio da questo piccolo Regno, da questa propaggine francese della Padania, da que sta corte di provincia che imparò l’italiano soltanto dopo essersi trasferita a Roma – città che peraltro detestò fin dal primo giorno –, proprio da qui doveva venire nientepopodimeno che l’unità d’Italia!
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L’impero absburgico è l’ultima espressione di quella civiltà universalistica che stiamo ora affannosamente, e maldestramente, cercando di costruire con l’Europa unita. France sco Giuseppe era molto più avanti di Altiero Spinelli, cui è dovuto capitare di assistere al fascismo, al nazismo, allo stalinismo e alla più grande guerra di tutti i tempi per ren dersi conto di ciò che ogni principe europeo sapeva perfettamente da trecento anni: i confini sono soltanto un gioco, una convenzione, un ostacolo, un capriccio, una festa di paese, un modo di dire – non sono mai reali, se non nella mente piccina di avventurieri e pensatori egocentrici. “Ai miei popoli…”, diceva Francesco Giuseppe all’inizio di ogni suo discorso: e intendeva dire: “Ciascuno di noi è diverso, ma siamo tutti fratelli.”
L’idea stessa di nazione, a ben vedere, non è che un’altra espressione di quella “mo rale degli schiavi” che Nietzsche, con ruvida efficacia, indicava come l’origine e la natura del nascente socialismo, che presto diventerà reale e poi nazionale. È infatti l’invidia a muovere i na zionalisti: vorrebbero anch’essi essere partecipi di quella sovranità universale che, appunto, invidiano all’imperatore, ma non sanno, ignoranti e presuntuosi come sono, che la vera sovra nità tende all’impersonale, si disperde in un gioco di specchi e di rimandi, e guardandola da vicino diventa sottile sottile, proprio come accade con il potere; in definitiva non esiste: è un simbolo e una convenzione, al cui riparo le comunità e le nazioni, i popoli e le città si autogovernano.
I nazionalisti, che ignorano queste elementari nozioni, dapprima spezzettano la sovranità sovranazionale in tanti frammenti, assegnandosene uno per ciascuno nella speranza di diventare tanti piccoli imperatori; s’accorgono poi che la sovranità non esiste, se non come ombrello dell’autogoverno; come scimmie, cercano il segreto dello specchio guardandoci dietro, e così finiscono per romperlo; accortisi di non aver nulla in mano, costruiscono da sé un nuovo potere, fondato da un lato sull’omologazione dei costumi, delle tradizioni, delle lingue e delle opinioni, e, dall’altro, sull’oppressiva invasività dello Stato in ogni meandro della vita civile, economica, privata, intellettuale. Lo Stato moderno, lo Stato-nazione dei nazionalisti è un abuso di potere sulle comunità e sugli individui inermi.»
http://www.thefrontpage.it/2011/03/17/l ... on-esiste/