150° Anno dell'unità d'Italia

Per discutere, di tutto un po' sulle nostre materie / Discussions of a general nature on our topics

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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda adj » mercoledì 16 marzo 2011, 18:13

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Feci l'Italia e feci gli italiani.

A scanso di possibili equivoci - come mi è stato fatto notare - preciso bene gli accenti della frase messa in bocca a Sua Maestà:
Féci l'Italia e féci gli italiani.
Ultima modifica di adj il mercoledì 16 marzo 2011, 19:09, modificato 2 volte in totale.
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda fabrizio guinzio » mercoledì 16 marzo 2011, 18:54

Quel ramo è, purtroppo, estinto: i Guerrieri Vercellana di Mirafiori, se non sbaglio . Sua Maestà finì per contrarre matrimonio morganatico alias privato con la canavesana, alla quale anche miei antenati di quel territorio devono molto. I Principi reali discendono invece dalla prima moglie, la Principessa Maria Adelaide d'Asburgo - Lorena d'Austria, autentica patriota italiana, Regina d'Italia a titolo postumo, che andrebbe trasferita al Pantheon accanto al marito di cui era innamoratissima: ho letto sue bellissime lettere indirizzate al marito, in lingua italiana. Ciao,
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Pantheon » mercoledì 16 marzo 2011, 19:17

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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda fabrizio guinzio » venerdì 18 marzo 2011, 18:48

Qualche cosa su l'angelica Maria Adelaide, figlia dell'arciduca Ranieri vicerè del Lombardo - Veneto austriaco, dal carteggio con V.E. e da questi indubbiamente amata, sul suo tenero amore e con pagine commoventi di sincera italianità: "Io sono e sarò italiana di cuore e d'animo: e doppiamente anche, per amore tuo." L'arciduca Ernesto(un cognato di Vittorio) le scrive: "Vittorio è conosciuto da noi come il generale piemontese avente più coraggio e bravura". Siamo nella Prima Guerra d'Indipendenza Italiana. Ciao,
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Elmar Lang » domenica 20 marzo 2011, 20:38

Giorni d'assenza mi hanno fatto perdere questa frizzante discussione.

In simili dibattiti, la mia posizione potrebbe avere la stessa moderazione che avrebbe avuto Pol Pot qualora le Nazioni Unite gli avessero affidato il ruolo di paciere nel Sud Est asiatico...

Cercherò d'essere moderato per davvero.

La data del 17 Marzo? Semplice, l'assunzione del titolo di Re d'Italia da parte di Vittorio Emanuele II, ergo, la nascita vera e propria del Regno d'Italia. Quanto territorio dovesse ancora aggiungersi, mi par secondario.

La "colonizzazione" del Sud: i cittadini delle colonie non sono "cives", mentre gli ex sudditi della modernissima ed avanzatissima amministrazione borbonica, divennero cittadini italiani, come pure quelli degli altri ex-stati italiani.

Il tricolore: non mi par brutto e poi, è la nostra bandiera. E' un simbolo che non necessariamente dev'essere fashionable o trendy.

Rifare la storia con i "se" è divertentissimo ma è inutile storiograficamente. Esempio: se il mio quadrisavolo fosse stato Carlo Alberto, forse oggi sarei pretendente al trono d'Italia.

Riguardo la benevolenza austriaca nei nostri confronti, forse i laudatores dell'ex impero danubiano dovrebbero un po' rileggersi la storia. Io gli consiglierei il prezioso "Die Italiäner" di H.Ign. Bidermann, Innsbruck, 1874. Purtroppo non ne esistono traduzioni italiane e già l'originale è raretto. Ricordo anche (e questo è agli atti presso il Kriegsarchiv di Vienna), che il Generale Conrad v. Hötzendorf propose di attaccare a sorpresa l'Italia, approfittando della grave situazione creatasi a causa del terremoto Calabro-Siculo del 1908... un vero Dolchstoß da parte d'un alleato...

Quanto all'Alto Adige (che pure è terra d'origine di parte della mia famiglia), sarei propenso a restituirla all'Austria, con la clausola -irrinunciabile ma ragionevole- che la minoranza etnica di lingua italiana abbia le stesse tutele, linguistiche ed amministrative (non un millimetro meno) di cui gode la componente tedesca di quella bellissima provincia attualmente, sotto il dominio italiano. E, sempre riguardo l'Alto Adige, vorrei ricordare che essa fu annessa all'Italia non già per vaghe ragioni, ma perché l'Italia vinse una guerra e solitamente le guerre vinte finiscono anche con espansioni territoriali. E senza troppi "se" pseudostorici, sappiamo tutti benissimo cosa si sarebbe presa l'Austria qualora a vincere la Grande Guerra fosse stata lei...

Dal punto di vista famigliare, io mi sento il risultato dell'unità d'Italia, con i miei antenati siciliani per linea paterna e trentino-tirolesi per linea materna: proprio per questo, dalla finestra principale della mia casa sventolava il tricolore, che ho esposto con orgoglio e sincero amor patrio, in onore di chi ci precedette, qualunque sia stata la sua bandiera o il sovrano per il quale combatté.

A presto,

Elmar Lang
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Franco Benucci » lunedì 21 marzo 2011, 0:40

Sempre per approfondire e mettere i puntini anche sulle k...
http://www.corrispondenzaromana.it/inde ... 48&catid=5
CULTURA: sul Risorgimento: molti i libri “fuori dal coro”
CR n.1183 del 19/3/2011

Comprendere l’Unità d’Italia, a 150 anni di distanza, significa innanzitutto conoscere i suoi risvolti più oscuri e contraddittori. A questo scopo, lo scorso 27 febbraio, la Fondazione Lepanto ha tenuto un affollato incontro presso la propria sede romana.
[...]
Massimo Viglione, docente di storia moderna all’Università Europea di Roma, ha sottolineato come la crisi che l’Italia sta vivendo, affonda le sue radici proprio nel momento dell’Unità del Paese. Viglione ha ricordato come le contraddizioni e le miserie dell’ideologia risorgimentale e il suo sostanziale fallimento, anche alla luce dei problemi strutturali che l’Italia unita ha incontrato in questo secolo e mezzo, abbiano stimolato, negli ultimi anni, la fioritura di una sempre più vivace storiografia “fuori dal coro”. Sono emersi, specie in ambito cattolico, studi che riscattano le ragioni dei vinti: la Chiesa, il Regno borbonico, gli Insorgenti, finanche i briganti.

Alcuni saggi, appartenenti a questo filone, sono stati presentati nell’incontro ospitato dalla Fondazione Lepanto, a cominciare da Le due Italie. Identità nazionale, unificazione, guerra civile (Ares, 2011), di Massimo Viglione in cui l’autore, analizza i principali passaggi del Risorgimento italiano, mettendo in luce, in particolare, le conseguenze dell’affrettato processo di unificazione sulla storia successiva, dal nazionalismo al fascismo, arrivando alla morte stessa del concetto di patria.
Altrettanto radicale è la posizione di Elena Bianchini Braglia, presidente del Centro studi sul Risorgimento e sugli stati preunitari ed autrice di saggi storici, in particolare sul ducato di Modena e sulla casata estense. Nel suo Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia (Edizioni Terra e Identità, 2009), la dott.ssa Bianchini Braglia definisce l’unità d’Italia uno «stupro» compiuto contro la volontà del popolo, con le inevitabili conseguenze (anche psicologiche) sul nostro spirito patriottico e il senso, quasi inconscio, di vergogna che molti dei nostri connazionali provano nei confronti del loro Paese.

Una figura del Risorgimento fortemente sopravvalutata è indubbiamente quella dell’“eroe dei due mondi”. Contro Garibaldi. Quello che a scuola non vi hanno raccontato (Vallecchi, 2011) di Luca Marcolivio, direttore del settimanale “L’Ottimista”, fa luce sulla vera natura del personaggio: più che un “padre della patria”, un pirata e un mercenario, uomo per tutte le stagioni, utile pedina nelle mani della massoneria internazionale e degli inglesi, di Cavour, dei repubblicani e dei monarchici, dei liberali e dei conservatori. Con un unico nemico mai rinnegato: la Chiesa cattolica.

Altre pubblicazioni segnalate per l’occasione: Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere, Ares, 2011 (edizione riveduta e corretta); Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e misfatti del Risorgimento, BUR saggi Rizzoli, 2010; Gianandrea de Antonellis, Non mi arrendo. Da Gaeta a Civitella, l’eroica difesa del Regno delle Due Sicilie, Controcorrente, 2008; Bruno Lima, Due Sicilie 1860. L’invasione, Fede e Cultura, 2010; Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo, Solfanelli, 2010.
Franco Benucci
 

Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Franco Benucci » lunedì 21 marzo 2011, 0:46

http://www.rassegnastampa-totustuus.it/ ... e&sid=4232
Eroi dimenticati: i soldati pontifici a Castelfidardo
Risorgimento
Il Timone n.97 Novembre 2010

Nel settembre del 1860, una feroce battaglia vide italiani uccidersi fra loro. Ma la storia ricorda solo quelli dell’esercito piemontese. E’ il triste lascito di una unificazione che ha diviso il Paese
di Alberto Leoni

Un effetto veramente utile del 150 anniversario dell'Unità d'Italia potrebbe essere il riconoscimento, con oltre un secolo di ritardo, di una memoria condivisa sul processo di unità nazionale. Confrontando la realtà italiana con quella di altri Paesi si resta sconcertati nel vedere, ad esempio, come gli Stati Uniti abbiano saputo riconoscere una tradizione bipartisan da una guerra civile costata più di seicentomila morti e infinite distruzioni.

In Italia non c'è mai stato spazio per simile magnanimità: gli unici eroi degni di onore erano garibaldini e bersaglieri, ma per i loro avversari non doveva esserci scampo, neppure da morti. I borbonici erano pigri e indolenti, i pontifici (si sa!) erano "romani", degli Alberto Sordi ante litteram. Gli zuavi pontifici, volontari stranieri, quelli no: cattivi, "mercenari" e "fanatici", laddove questi ultimi due attributi sono in palese contraddizione fra loro.

Eppure, fra le pieghe della narrazione storica dei fatti risorgimentali si nota un fatto strano: e cioè che Garibaldi ha sempre avuto la meglio nei confronti dell'esercito borbonico, ma non è mai riuscito a prevalere nei confronti del piccolo esercito pontificio, composto, si badi, per due terzi da italici. Le famose "camicie rosse" sono state sempre volte in fuga dai papalini, che hanno dovuto soccombere solo alla schiacciante preponderanza dell'esercito italiano.

In effetti, i mezzi a disposizione dello Stato della Chiesa permettevano soltanto l'organizzazione di un esercito capace di sconfiggere bande di irregolari, non certo di competere con la potenza militare piemontese. Questo fu compreso pienamente da Pio IX che, di fronte alle crescenti minacce, vide l'opportunità di richiamare migliaia di volontari cattolici sotto le bandiere del Papa, non come mercenari, ma come membri di una "Brigata internazionale" costituita per intraprendere quella che venne poi chiamata la "Nona crociata".

Incaricato di tale impresa fu monsignor Frangois Xavier de Merode (1820-1874), già ufficiale dell'esercito belga e combattente della campagna d'Algeria, nel 1844, che, tuttavia, dovette lottare anche contro l'immobilismo e il lassismo del governo pontificio. Come ebbe a dire lo stesso de Merode: «Pretendere di introdurre riforme in Vaticano è come voler pulire le piramidi d'Egitto con una spazzola».

Il comandante in capo venne scelto nella persona del generale Cristophe Leon de La Moriciére (1805-1865), che aveva organizzato e comandato le compagnie miste di arabi e francesi in Algeria, nel 1833. Tale nomina venne fatta solo il 3 marzo 1860, alla vigilia della spedizione dei Mille. De La Moriciére, quindi, potè fare ben poco per plasmare un esercito secondo i suoi voleri, mantenendo gli obiettivi strategici già a suo tempo prescelti: contrastare insurrezioni e infiltrazioni rivoluzionarie e, in caso di aggressione piemontese, concentrare le proprie forze in Ancona, così da provocare un possibile intervento austriaco o delle altre potenze.

Nel maggio del 1860 una colonna di trecento "camicie rosse" comandate dal famigerato Callimaco Zambianchi, uno psicopatico che aveva assassinato decine di preti durante la Repubblica Romana, venne facilmente sbaragliata da sessanta gendarmi pontifici, tutti italiani, guidati da un giovane e coraggioso colonnello francese, George de Rarecourt de la Vallèe, marchese di Pimodan (1822-1860).

Quando Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860, Cavour fu costretto a inviare truppe nel Meridione per evitare due eventualità tra loro opposte: una possibile sconfitta delle forze garibaldine, isolate in un territorio che diveniva loro sempre più ostile o una possibile vittoria delle stesse, il che avrebbe comportato la nascita di una repubblica meridionale.

Lo schema adottato da Cavour fu prevedibile quanto efficace: infiltrazioni di garibaldini ai primi di settembre, insurrezione pilotata in Umbria e Marche tra l’8 e il 12, intervento "normalizzatore" dell'esercito piemontese. Alle forze pontificie, secondo l'ultimatum consegnato al gen. La Moriciére il 10 settembre, era interdetta ogni repressione di "manifestazione popolare", davanti alla quale avrebbero dovuto evacuare la regione senza fare opposizioni.

Il giorno dopo, 35.000 piemontesi divisi in due corpi d'armata marciarono su Ancona e sull'Umbria mentre veniva emanato un proclama del generale Enrico Cialdini (1811-1892) che merita la citazione per esteso: «Soldati del 4° corpo d'armata! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri Paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L'inulta Perugia domanda vendetta e, benché tarda, l'avrà!».

Quello stesso giorno le artiglierie piemontesi sbriciolavano le mura di Fano e di Pesaro e identica sorte toccava a Perugia. Più accanita fu la resistenza opposta dalla guarnigione del castello di Spoleto, composta da trecento irlandesi del battaglione San Patrizio e ventitré tiratori scelti franco-belgi che si arresero solo dopo aver esaurito le munizioni. Nelle Marche, La Moriciére aveva portato i suoi settemila uomini fino a Loreto a tappe forzate e, nell'ultima tappa, partendo da Macerata, aveva percorso lo stesso cammino che, oggi, viene seguito durante il pellegrinaggio dallo stadio Helvia-Recina al santuario di Loreto.

Il generale italiano Cialdini, però, era stato più abile, riuscendo a occupare le alture di Castelfidardo con i suoi diciassettemila soldati già il 17 settembre, sbarrando la strada per Ancona. Quella sera, La Moriciére stabilì un piano d'attacco semplice quanto rischioso: 3.500 uomini, al comando del generale Pimodan, avrebbero dato l'assalto alle colline oltre il Musone, conquistando le fattorie Le Crocette e Le Cascine, mentre altri 3.000 uomini, guidati dallo stesso La Moriciére, avrebbero aperto la strada ai carriaggi lungo la litoranea, per poi ritirarsi verso Ancona.

La missione del Pimodan era, quindi, pressoché suicida, data la superiorità numerica dell'avver­sario. I soldati pontifici si confessarono e si comunicarono nella notte e, alle otto e mezza del mattino, uscirono da Loreto, innalzando la bandiera adoperata nella battaglia di Lepanto.

La colonna di Pimodan discese l'alto monte su cui si trova Loreto e varcò il Musone, incontrando subito una fortissima resistenza da parte di alcuni battaglioni di bersaglieri. I rinforzi italiani continuavano ad affluire e la situazione dei pontifici, verso le undici, si fece pesantissima, tanto che La Moriciére, invece di proseguire verso Ancona, accorse in aiuto del suo sottoposto, ma un reggimento svizzero e uno di cacciatori italiani si dissolsero sotto il fuoco nemico.

Pimodan, intanto, dritto a cavallo in mezzo a una tempesta di pallottole, continuava a dirigere le manovre dei suoi battaglioni incurante del pericolo, fino a che una palla gli spaccò la mandibola. Reggendola con una mano continuò a incitare i suoi, mormorando: «Coraggio, mes enfants! Dio è con noi!», poi una seconda pallottola lo colpì al petto, poi una terza e una quarta, infine, lo gettò a terra. Sarebbe spirato poco dopo nella fattoria Andreani - Catena, dopo un disperato intervento chirurgico praticatogli da un giovane chirurgo italiano.

Il giorno successivo i superstiti dell'esercito pontificio si arrendevano ai generali Alberto Leotardi e Efisio Cugia, che li trattarono con il rispetto dovuto a un nemico così valoroso. Pare che, leggendo la lista dei caduti, Cugia abbia esclamato: «Che nomi! Pare di leggere una lista di invitati a un ballo di Corte sotto Luigi XIV!». Quanto a La Moriciére, riuscì a raggiungere Ancona con poche decine di uomini, ma la città cadde dopo un violentissimo bombardamento terrestre e navale, senza che la sedicente Europa cristiana muovesse un dito per impedire tale sopraffazione. A Castelfidardo i morti italiani e pontifici furono sepolti in due fosse comuni: i primi dalla parte della collina, i secondi dalla parte del mare.

Secondo Eugenio Pacioni, presidente della Fondazione Ferretti che si occupa di perpetuare la memoria dei fatti di quel giorno, le fosse furono coperte di mattoni, poi rimossi dai contadini della zona, ma furono proprio le genti del posto a volere costruire un monumento funebre sul colle Montoro, inaugurato nel 1871 e nella cripta furono sistemate le spoglie.

Vero è che, sulle colonne sono riportati solo i nomi dei caduti italiani ma i discendenti dei caduti pontifici, molti dei quali appartenenti a nobili casati europei, ancora vanno in pellegrinaggio su quelle colline. Persine un personaggio truce come Cialdini, rimasto colpito dall'eroica fine di Pimodan, depose sulla sua bara un biglietto con il motto: «Oltre il rogo/ira mortai non vive».

Ricorda

«Da molto tempo ho offerto a Dio e alla Chiesa il sacrificio della mia vita. Invidiate la mia felicità e confortate la mia povera madre. Lunga vita a Pio IX Pontefice e Re». (Parole scritte da un soldato pontificio ferito a Castelfidardo poche ore prima di morire. Tratte da: Patrick Keyes O'Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l'unità della nazione, Ares, 2000, p. 433).

Bibliografia

Piero Raggi, La nona crociata. I volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870), Libreria Tonini, 1992.
Franco Benucci
 

Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Franz Joseph von Trotta » lunedì 21 marzo 2011, 11:22

A seguito dei tanti interessanti puntini e degli emuli di Pol Pot :D, la mia sensazione è che l'esito finale del Risorgimento, tra tutti quelli possibili, sia stato il più innaturale e, alla prova dei fatti, il meno utile. Un'unità di conquista, che ebbe l'esito pratico di fare a forza di tutta la grande e composita nazione Italiana, - "un paese naturalmente federale" come lo definiva Miglio - solo un "grande Piemonte". Il progresso civile sarebbe stato minore con un'unità confederale, federale come quella tedesca, o, addirittura, con una non-unità? Davvero saremmo stati "spazzati via"? Sono stati spazzati via dalla Storia il Lussemburgo, l'Olanda, la Danimarca, la Svizzera paesi che oggi offrono ai loro cittadini una qualità di vita per noi inviadiabile? Ogn'uno ha la sua idea in merito naturalmente, ma, in ogni caso, a 150 anni di distanza c'è un paese fortemente difforme e tutt'altro che unito; non credo che questo sia possibile, utile o saggio, nascondercelo sotto il tricolore.

In questi giorni poi passa la vulgata di una nazione italiana graniticamente tutta dedita all'unità; par quasi di non capire chi vi fosse mai dall'altra parte ad ostacolarla, forse dei marziani? Boh. Certo i "cattivoni austriaci", ma anche tanti, tanti italiani direi. Tra gli eserciti preunitari che ressero e si mantennero sostanzialmente fedeli, ci si stupisce nel vedere che molti di quei reggimenti reclutati nelle province italiane e composti da lombardo-veneti non si dissolsero affatto con diserzioni di massa ma, anzi, combatterono lealmente per quello che all'epoca era da considerarsi come il loro sovrano legittimo.

Il 38° Reggimento Fanteria Graf Haugwitz formato quasi totalmente da mantovani nel 1849 partecipava alle battaglie di Pastrengo e Goito ricevendo gli encomi negli “ordini del giorno” da parte dello stesso Feldmaresciallo Radetzky.
Nel 1859 il "45°Reggimento Arciduca Sigismondo" arruolato nelle province di Verona e Rovigo combatteva con valore a Magenta; i tanti decorati in quella giornata hanno nomi italianissimi:
«Il 26 giugno 1859 i reparti si trovavano a San Vito di Legnago (Vr) dove l’Aiutante di campo dell’Imperatore Francesco Giuseppe decorò alcuni valorosi militi del Reggimento, che si erano distinti nella drammatica giornata di Magenta:

Medaglia d’argento al valore di 1° classe [utile un ragguaglio faleristico dagli esperti che medaglia era?]:
maresciallo Pietro Tegolin
maresciallo Pietro Temporin
sergente Carlo Colombo
caporalmaggiore Giovanni Dal Medico
soldato Giovanni Ferrante
soldato Francesco Bettoli
soldato Pietro Faustinelli
soldato Luigi Dallanogara
soldato Antonio Bonafin

Medaglia d’argento al valore di 2° classe:
portabandiera Giovanni Battistoni
sergente Giovanni Calzavacca
sergente Vincenzo Zaglio
sergente Giuseppe Cindric
sergente Abele Sicchiero
sergente Giovanni Paroli
caporalmaggiore Pietro Drera
caporalmaggiore Cesare Guaida
caporalmaggiore Antonio Barbieri
caporalmaggiore Gaetano Donà
caporalmaggiore Antonio Invirto
tamburino Orlando Molteni
tamburino Michele Campagnari
tamburino Giorgio Ascari
trombettiere Tommaso Mischiari
caporale Luigi Ragazzi
caporale Ludovico Fioresi
granatiere Michele Marcomini
soldato Giuseppe Ghidoni
soldato Emilio Piccoli
soldato Luigi Ceriani
soldato Giacomo Giardini
soldato Marco Dal Maestro
soldato Pietro Gavioli
soldato Giovanni Siviera

Cfr. DAL FABBRO, Il Contro Risorgimento. Gli Italiani al servizio imperiale: i lombardi, i veneti e i friulani nell’Imperial Regia Armata dal 1814 al 1866, Udine, Gaspari Editore, 2010»

La più grande leva di combattenti fornita dal Veneto e dal Mantovano prima della Grande Guerra, avvenne nella III guerra d'Indipendenza: quasi 50.000 furono i veneti e i mantovani richiamati dall’Armata imperiale nel 1866 che partiranno per i fronti della guerra Austro-prussiana, non disertarono affatto ma combatterono, anche a Sadowa.

Questo silenzio assoluto, questa parzialità della storiografia risorgimentale ha voluto cancellare decine di migliaia di italiani che, a dispetto di altre guerre, non combattevano da una parte eticamente sbagliata, per chissà quale "male assoluto", ma semplicemnete per un'altra idea sui giorni che vivevano. A 150° anni di distanza anch'essi avrebbero avuto diritto semplicemente ad una corretta e dignitosa memoria storica. Nel caso sono indicati invece come dei "cattivi" mentre più semplicemente sono stati degli onorevoli "sconfitti".

Saluti,

FJ
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Elmar Lang » lunedì 21 marzo 2011, 11:44

Giusto una noterella: i diabolici piemontesi riconobbero ai sudditi ex-Lombardo-Veneti, le onorificenze loro concesse dal cessato dominio austriaco, ivi comprese le Kanonenkreuze (1813-1814), le Tapferkeitsmedaillen (Medaglie al Valore d'Oro, d'Argento di I e II Classe) e le altre decorazioni eventualmente loro conferite.

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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Pantheon » lunedì 21 marzo 2011, 12:02

di FJVT
"...A 150° anni di distanza anch'essi avrebbero avuto diritto semplicemente ad una corretta e dignitosa memoria storica. Nel caso sono indicati invece come dei "cattivi" mentre più semplicemente sono stati degli onorevoli "sconfitti"..."


Condivido in pieno. Purtroppo studi seri in tal senso sono ancora lungi a venire.
Saluti.
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Elmar Lang » lunedì 21 marzo 2011, 12:21

E' pur vero che all'indomani delle guerre risorgimentali vi fu molta retorica e molta agiografia, comprensibili nell'azione di rafforzamento della nuova unità nazionale e comunque nello stile del tempo.

E' anche vero che dal 1945 in poi, viviamo in una ben peggiore retorica dell'antiretorica, in cui i cessati governi preunitari (specie quelli borbonico ed austriaco) ci vengono mostrati come luminosi fari di civiltà, mentre l'oggettiva realtà era abbastanza diversa.

Fin da piccolo e da tutti i miei antenati, compresi i miei nonni ex-Austria, imparai il rispetto verso l'antico "avversario"; mi sentivo fiero di una famiglia composta da antichi nemici, vidi e sento l'Unificazione Italiana come un evento storico, nato sì da rapporti di forza (e la storia è fatta solo da rapporti di forza), ma comunque quale evoluzione sociopolitica di una nazione. Giudicare con il metro d'oggi eventi di quasi due secoli fa è antistorico ed errato.

Ad esempio -per venire alla terra dove vivo- mi disturbano molto le antistoriche pagliacciate dei cosiddetti "Schützen" trentini: mai esistiti, ma in questi anni "rifondati" con tirolese fervore da "mi son ben todesc, ma mi el todesc nol so!...".

Elmario Lango
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda fabrizio guinzio » lunedì 21 marzo 2011, 13:01

Ma è proprio questo che è molto carente nel Bel Paese, l'arrivare a una visione non partigiana. Lo stesso storico sabaudo Franco Malnati quando tratta i fatti post 1943 cade nel partigianesimo. Amici militari spagnoli mi dicono che nel sacrario nazionale spagnolo(Valle dei Caduti, un monumento colossale), terminata la guerra civile, sono stati sepolti insieme nazionali e repubblicani, accanto al Reggente. Auspico anch'io una visione storiografica realistica, per il momento assente. Realisticamente mi sento di affermare che il federalismo potrebbe sanare i guasti del centralismo, ma l'Unità poltica italiana è un fatto inevitabile e irrevocabile: per esempio, trascrivo un brano dal Principe di Niccolò Machiavelli "Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia, dopo tanto tempo, vegga un suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore e' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte gli si serrebberanno? quali popoli gli negherebbero la obedienza? quale invidia se li opporrerebbe? quale Italiano li negherebbe l'ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la illustre Casa Vostra(Medici, nota mia) questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste"..(XXVI,7). Ciao,
Ultima modifica di fabrizio guinzio il lunedì 21 marzo 2011, 18:16, modificato 3 volte in totale.
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda Franz Joseph von Trotta » lunedì 21 marzo 2011, 13:38

Elmar Lang ha scritto:(...) in cui i cessati governi preunitari (specie quelli borbonico ed austriaco) ci vengono mostrati come luminosi fari di civiltà, mentre l'oggettiva realtà era abbastanza diversa.


Beh un po' vero e non vero. Cerco di sfuggire all'agiografia preunitaria ma proprio per gli standard dell'epoca la potenza unificatrice era più arretrata rispetto agli unificati. Cattaneo, quello del Politecnico, che era uno che faceva le pulci allora, aveva l'onestà di ammettere che il Piemonte per molti aspetti civili e amministrativi era peggio rispetto all'Austria e quello degli Asburgo Lorena in Toscana fu un governo illuminato; nei ducati padani la condizione socio-economica non era certo inferiore a quelli di altri stati europei dell'epoca. La questione nazionale ha poi deformato questa valutazione inserendo nella "civilizzazione" l'unità statuale, condizione politica che non è necessariamente indispensabile per un progresso economico e civile delle popolazioni di un dato territorio che possono progredire a prescindere dalla loro organizzazione statuale. Siamo davvero in grado di stabilire che le conquiste socio-economiche sarebbero state davvero minori in una eventuale penisola non, meno, o diversamente, unificata? Io non lo so.
In ogni caso non altrimenti e proprio a dispetto delle massicce "dosi da cavallo" di retorica patriottarda iniettate al novello stato, si sarebbe potuto mantenere SPONTANEAMENTE nelle popolazioni lombardo-venete il ricordo di una buona amministrazione austriaca se questa fosse stata davvero inesistente o, peggio, fosse stata una cattiva amministrazione.

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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda fabrizio guinzio » lunedì 21 marzo 2011, 17:12

Se ci basiamo sul principio di realtà, i problemi sono altri. Nessuno nega le capacità governative asburgiche(tanto è vero che i Medici, che tentarono nel 1500 di attuare il programma machiavellico con la lega di Cognac persero e Re d'Italia divenne Carlo V anche se con incoronazione a Bologna e non a Roma, riuscirono ad unificare solo la Toscana divenendone granduchi ma con i Presidi in mano straniera spagnola) ma ciononostante Federico IV d'Asburgo - Este fallì, non avendo ottenuto il trono sardo pur essendo consorte dell'ultima Savoia - Amedei(o Savoia - Madama) e con solo Modena e Reggio Emilia in mano ed il Menotti per collaboratore ben poco potè(a mala pena salvò il trono ducale cispadano, c'erano gli Este Guelfi di Hannover pronti a "soffiarglielo" e peraltro, forse, con maggiori diritti araldici). Un grande problema sono le forze culturali in campo da parte unitaria versus quelle divisorie: se da una parte cè, per esempio, Giacomo Leopardi(aere perennius) e dall'altra Monaldo Leopardi(mio padre ha scritto una bella recensione su costui, recentemente ristampato, ma la sua notorietà si deve al grande figlio unitarista che se no sarebbe un carneade) non c'è gioco. Io appartengo agli estimatori dei Borbone italiani, ma, nonostante il grande giornalista Montanelli(fu lui ad aprirmi gli occhi) che ha cercato di render loro giustizia come sovrani duo - siciliani ancora oggi in Italia borbonico è un insulto e nelle università britanniche più prestigiose(ma Montanelli - Storia d'Italia non è stato tradotto in inglese?) li si descrive come la negazione di Dio in terra: i grandi Premier britannici ottocenteschi hanno fatto scuola. Mi spiace per chi sperava diversamente ma nei festeggiamenti è stato fischiato Cota, non Giorgio che lo ha consolato e gli ha spiegato dove aveva sbagliato. Per ribaltare il giudizio storico ci vorrebbero ben altri livelli, penso che sia il Malnati sabaudo che il Viglione neo - borbonico se li paragoni ad un Machiavelli un Leopardi un Manzoni un Gioberti un Croce un...etc. si mettono a ridere, sono ben consci di quel che sono. La potenza unificatrice era l'unica che poteva unificare e l'unica che ha vinto creando lo Stato Italiano che, secondo una valutazione realistica, rimarrà nel novero delle nazioni - stato europee per sempre. Ciao,
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Re: 150° Anno dell'unità d'Italia

Messaggioda adj » lunedì 21 marzo 2011, 18:46

fabrizio guinzio ha scritto:(ma Montanelli - Storia d'Italia non è stato tradotto in inglese?)

Montanelli come giornalista sarà stato grande, ma certo non era uno storico (e la sua storia costruita su aneddoti e pettegolezzi salottieri sarà forse divertente, ma vale poco anche da un punto di vista meramente divulgativo, essendo pure colma di svarioni): nessuno storico serio lo prenderebbe in considerazione.
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