Il decreto, apparso in Gazzetta Ufficiale, è semplicemente un "copia incolla" delle parti più o meno ancora in vigore della vecchia legislazione sabauda del 1943. Nulla di nuovo quindi. Lascio agli esperti dei termini blasonici trovare le eventuali novità.
Ma visto che ne è stata segnalata l'uscita,
absit injuria verbis, sia lecita di seguito qualche noterella a proposito.
La legislazione di araldica civica sabauda era semplicemente da rottamare. Prodotto ultra-datato di un altro tempo e di un'altra epoca, era ampiamente obsoleta, giuridicamente, stilisticamente, graficamenente, idealmente.
Ovviamente il "nuovo" decreto, essendo solo un copia incolla di quella, è la stessa minestra e neppure riscaldata: roba fredda stantia. Non tiene minimamente conto di quanto è avvenuto nell'ultimo secolo nel campo del
design, della comunicazione visiva, delle arti decorative, della mutazione del gusto estetico, delle più recenti tecniche grafiche, insomma di tutto quello che dovrebbe rendere gli stemmi civici una parte più semplice e versatile di una moderna simbologia istituzionale così come da decenni avviene in altri paesi europei. Questo decreto non è un moderno strumento normativo e di lavoro con cui aggiornare e rivificare l'araldica civica italiana: è solo il timbro repubblicano sull'araldica sabauda che ferma il tutto sempre "a quel tempo e a quell'epoca".
Il decreto non spiega, ad esempio, perché nel 2011 quando il senso filologico è un dato recepito da decenni, un Comune a fronte magari di originali ed eleganti modelli storici rinascimentali o cinquecenteschi del suo stemma, teoricamente sia obbligato a rinunciare a quel ricco patrimonio iconografico per svilire l'insegna nella panoplia sabauda in-significante, anonima e stantia che è il "sannitico-corona muraria- serti funenari", elaborata a suo tempo dai maestri di cerimonie di corte e rimpallata dalla burocrazia repubblicana. Nè spiega perché uno stemma, anche se creato ex novo, non possa ispirarsi alle migliori forme dell'araldica italiana elaborate nel corso dei secoli: perché un comune veneto non può avere lo scudo nella tipica forma storica veneta? Perché uno della Toscana non può ambire a scudi a mandorla o a testa di cavallo come si osservano nei cavolavori dell'araldica rinascimentale dei Della Robbia? No, il rettangolone sannitico, per quella desolante "uniformità" che la burocrazia ottocentesca riteneva essere un pregio, è reiterato come la stolida base uniforme della nostra araldica che, ufficialmente, sempre meno spesso ammette eccezioni di sorta (almeno io non ne vedo).
Ma la bellezza dell'araldica italiana non è data da quei modelli burocratici sabaudi, ma in tutto quel ricco patrimonio precedente che non sarebbe lecito utilizzare.
Lasciamo ai cultori nostalgici del
kitsch le "delizie" sartoriali dei gonfaloni civici che conservano tutti i ghirigori e fronzoli di (pessimo) gusto "bandistico-teatrale" che sono puntulmente e seriosamente ricordati nel decreto e che meriterebbero una disamina a parte.
Appare ancor più incomprensibile, a mio avviso, la definitiva cancellazione dei "decreti di riconoscimento" degli stemmi plurisecolari, emanati sino agli anni 70, e oggi non più previsti. Nel caso si crea ovviamente una vera finzione giuridica visto che si redigono decreti ove viene "concesso" quello che un Ente già possiede, magari da secoli: si pensi all'evidente caso dello stemma di Venezia con il leone marciano "concesso" (sic!) qualche decennio fa all'antica capitale della
Serenissima. Ma accanto all'incongruenza giuridica, essendo inchiodati ad un altro tempo e ad un'altra epoca, vi è anche l'evidente mortificazione simbolica, morale e istituzionale dei moderni enti locali a cui non si riconoscono più, se esistenti, degli evidenti diritti pregressi: un atto idealmente lesivo del patrimonio dell'Ente che non solo è materiale ma anche storico-morale.
Gli stemmi comunali non sono "onorificenze" - come in modo improprio li si vuol far passare essendo appunto fermi ad un altro tempo e ad un'altra epoca - non nascono come medaglie da appuntare sul gonfalone, ma, al contrario, sono il segno fiero liberamente assunto dalla civiltà dei comuni. Non voler riconoscere giuridicamente quei segni antichissimi che GIA' sono di una comunità, il ridurli a mera "concessione", è un'insensibilità che neppure i monarchi, a quel tempo e a quell'epoca, avevano. E non a caso, per stemmi plurisecolari, emanavano "provvedimenti di Giustizia": riconoscevano all'ente il diritto a una cosa sua.
Sarà forse una sottile "sfumatura", si dirà, un mero simbolismo ideale, ma tutto questo questo avviene non solo in tempo di Repubblica, ma in un momento dove più forte è l'attenzione al rispetto e alla valorizzazione delle autonomie locali: un paradosso incomprensibile.
È forse inutile aspettarsi queste attenzioni e sensibilità da parte della burocrazia che ha ben più concreti intenti; è naturalmente il sostanziale disinteresse da parte del Legislatore per questa materia che ha consentito tutto questo, abbandonandola appunto ad un altro tempo e ad un'altra epoca. Ma chi si dedica con passione e anche forse con ingenua idealità a questa disciplina, non può non avvertire questa decadenza stilistica, formale e simbolica dell'araldica civica italiana con un vago sentimento di desolazione.
Un saluto a chi ha avuto la cortesia di seguirmi fino a qui

FJVT