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Moderatori: Novelli, Antonio Pompili, Lambertini, Alessio Bruno Bedini
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de la cerda ha scritto:Si ringrazia anzitutto il presidente degli Uberti per la recensione del volume Onore Colore Identità comparsa sul n. 98 di Nobiltà. In questa recensione sono fatte alcune stimolanti considerazioni alle quali l'autore avrebbe piacere di rispondere. Forse ne potrebbe nascere un dibattito di interesse generale.
degli Uberti risponde: Accetto quest’opportunità perché è ora di vedere pragmaticamente la materia con occhi diversi da quello che sino ad ora è stato fatto intendere e scoprire nuove realtà che saranno senza ombra di dubbio valide per apprezzare maggiormente questo tipo di studi e che ormai sono adottata dagli studiosi della materia.Questo modo di pensare [NB: dell’autore del libro] tuttavia è profondamente immerso in una cultura che trova il suo fondamento e l’ispirazione al proprio modus operandi in quanto esistito nel passato e già conosciuto a livello divulgativo come l’opera del Guasco di Bisio o del Manno che naturalmente meritano il più grande rispetto per il loro lavoro di ricerca svolto in un’epoca dove non esistevano le nostre “comodità”, ma nell’opera sono inserite anche indicazioni desunte dai libri di Aldo di Ricaldone che non sempre indica le fonti quando scrive di stemmi.
Come è indicato nella prefazione del libro e come è chiaramente specificato nel Blasonario Subalpino on-line, che del libro è stata la fonte principale, il Blasonario delle famiglie piemontesi e subalpine è nato per caso e con molta incoscienza (l’autore era completamente digiuno di araldica e degli altri temi trattati), ma con iniziali condizioni al contorno molto ben definite. Questa raccolta di stemmi e di altre informazioni non è mai stata il frutto di studi originali, ma è stata (e continua a essere) solo una collazione di informazioni reperite in testi che tutti gli studiosi considerano riferimenti incontestabilmente validi, ancorchè datati. Pur con numerosi errori, mancanze e imprecisioni, le opere di Manno e di Guasco di Bisio rappresentano un “sine qua non” per gli studi araldici e feudali del Piemonte. Ai dati contenuti in questi due testi base si sono man mano aggiunte le notizie raccolte nel tempo in numerosissime altre fonti, alcune più affidabili, altre meno, ma sempre frutto del lavoro di studiosi sufficientemente seri e credibili.
degli Uberti risponde: Ci tento a far presente che ho apprezzato molto quanto scrive nella sua prefazione, ma se il Blasonario Subalpino on line è nato per caso, oggi è una realtà che esiste dal 1° maggio 1999 ed ora entrando nel 12° anno di vita non lo si può più considerare (visto anche quello che è stato messo dentro) solo un “tentativo” , ma un valido aiuto per gli appassionati e gli studiosi interessati a conoscere l’araldica subalpina.
La definizione di “studioso” in queste materie è cambiata negli anni, quello che sino a 30 anni fa poteva essere considerato dal vulgo uno studioso, oggi in molti casi è ritenuto solo un dilettante o meglio un appassionato autodidatta. Oggi si deve etichettare come studioso una persona con una solida preparazione accademica che abbia svolto (e concluso) studi universitari, ed abbia appreso una metodologia di ricerca storica provata con pubblicazioni indiscutibilmente di carattere scientifico, ed aggiungo abbia fatto pure corsi di livello post-universitario su queste materie (in Italia non ci sono ancora queste opportunità ma all’estero esistono università che hanno master o dottorati di ricerca come ad esempio in Gran Bretagna, USA, Spagna e fra poco in Portogallo dove si insegna finalmente come trattare seriamente le nostre materie. Chiedo perdono al lettore ma ho il “vizio” di considerare l’università degli studi il tempio della cultura!
Concordo da sempre con il suo pensiero su Manno e Guasco di Bisio, ma purtroppo erano altri tempi e quella formazione scientifica oggi necessaria allora non esisteva, sono clamorose le sviste (non voglio affondare il coltello nella piaga) e molte affermazioni dei due autori non hanno base documentale, del resto lo stesso Guasco di Bisio venne persino contestato dall’ambiente scientifico al tempo dell’uscita della sua fondamentale pubblicazione intendo il “Dizionario…”. Ma come dico anche per i di Crollalanza… furono persone che con pochi mezzi di ricerca hanno dato tanto per far conoscere queste nostre materie.
Poiché è citato Aldo di Ricaldone (la cui monumentale opera Annali del Monferrato è stata utilizzata per poche decine di stemmi), si sottolinea che, tranne rare eccezioni, le indicazioni del di Ricaldone sono state confrontate con altre fonti e in alcuni casi sono state scartate per palese “forzatura”. Nel caso specifico inoltre è stato abbondantemente consultato e utilizzato per confronto l’originale a colori del Blasonario Casalese della Biblioteca Civica di Casale, che gli studiosi (incluso il Presidente degli Uberti, che ne ha curato una stampa monocromatica) considerano attendibile. Sempre per restare in questo ambito, per moltissime famiglie emiliane, lombarde o di altre regioni d’Italia, infeudate di feudi monferrini dai Gonzaga, la versione fornita da di Ricaldone è stata confrontata con quella presente in numerosi armoriali delle regioni di origine e sovente con gli stemmi dell’Archiginnasio di Bologna, fonte preziosissima e origine di alcune scoperte di armi sconosciute.
degli Uberti risponde: Aldo di Ricaldone (1935-2002) apparteneva a quella generazione che si era avvicinata a questi studi prevalentemente con l’interesse a dimostrare una nobiltà della propria famiglia infatti su poco più di 60 pubblicazioni di vario contenuto oltre 35 trattano in qualche modo della sua famiglia o famiglie ad essa collegate. Non aveva finito gli studi superiori fermandosi - a quanto mi disse - alla 5a ginnasio, sull’opera Annali del Monferrato 2 volumi di 1418 pagine troviamo allo stesso modo circa 300 pagine (ovvero il 21%) scritte per parlare della sua famiglia o di famiglie tutte nobili secondo quando afferma legate in qualche modo alla sua, cosa che a dire il vero mi sembra eccessiva in un testo che dovrebbe parlare della storia di tutto il Monferrato sino al 1708.
Negli Annali del Monferrato troviamo 240 pagine su storia e stemmi di famiglie senza note (cosa che la dice lunga), ma possiamo trovare altri stemmi in altre pubblicazioni di questo autore come ad esempio Monferrato tra Po e Tanaro, Gribaudo Lorenzo Fornaca editore Asti 1999; Genealogia e armi gentilizie subalpine, sotto gli auspici del Collegio araldico, Roma - Castelnuovo Don Bosco (Asti) 1975; Armerista del Santuario di S. Maria di Crea nel Monferrato, Vercelli 1983; è d’interesse sapere che molte famiglie considerate da lui nobili e pubblicate in alcune opere forse per un fatto umorale non vengono poi più riproposte in altre successive, cosa alquanto strana per chi vuole scrivere della nobiltà della famiglie di una determinata terra.
Sebbene non pertinente con l'araldica ma con la materia cavalleresca Aldo di Ricaldone accettò l'Ordine di San Lazzaro di Gerusalemme dimostrando non certo una competenza sulla materia cavalleresca...
degli Uberti risponde: In merito al blasonario casale da me pubblicato con il dr. Marco Canova in edizione monocromatico posso dire che non l’ho mai considerato completamente attendibile e tanto meno completo perché non è finito, è stato un tentativo da parte di un contemporaneo di disegnare degli stemmi che vedeva usati da famiglie viventi nella Città di Casale Monferrato (è un blasonario casalese non monferrino).[Omissis] Tuttavia mi sia consentito di esprimere alcune considerazioni strettamente legate alla mia formazione culturale che separa un riconoscimento pubblico statuale qualunque esso sia, da quelli che si potrebbero definire “riconoscimenti” di carattere privato.
In questo bel libro vedo che sono messi allo stesso livello i riconoscimenti effettuati a suo tempo dallo Stato e quelli provenienti da provvedimenti di carattere araldiconobiliare emanati durante l’esilio dall’ex-re Umberto II, che sebbene di indiscusso altissimo valore sotto l’aspetto morale per famiglie legate alla monarchia sabauda, sono nella realtà privi di qualunque rilevanza giuridica, e potrebbero essere considerati oggi se usati dai beneficiari delle semplici auto-assunzioni di stemmi.
Discorso diverso è da attribuire ai quei “riconoscimenti” del C.N.I. (Corpo della nobiltà italiana), che risultano pleonastici per famiglie che avevano già un diritto d’uso pacifico e almeno pluridecennale, tanto che questa specificazione nel testo riduce il loro diritto storico al limitativo “riconoscimento” di una associazione privata (anche se da considerarsi del più alto livello di serietà e competenza nella materia).
Come è stato sottolineato nel volume e come è ribadito nel Blasonario Subalpino on line (che è nello stesso tempo la fonte e la prosecuzione dell’opera cartacea), ogni informazione relativa al periodo storico post-Restaurazione era stata volutamente esclusa dall’impostazione iniziale. La ragione era ed è molto semplice: la formazione culturale dell’autore e i suoi interessi non gli consentivano di affrontare con cognizione di causa e opinioni proprie, temi come quelli sollevati dal Presidente. Inoltre il suo era ed è un obiettivo solo divulgativo, e cioè quello di raccogliere in un unico contesto e di mettere a disposizione di una vasta platea di “utenti” specializzati e non, materiale araldico-feudale relativo a famiglie del territorio dell’attuale Piemonte.
Quando si è deciso di portare su carta il contenuto disponibile all’epoca nel sito in rete, i curatori (ambedue noti e stimati studiosi della storia piemontese) hanno convenuto sull’opportunità di ampliare l’orizzonte temporale del volume, estendendolo fino ai nostri giorni. Nel volume, questo importante apporto autonomo è distinto in modo evidente dall’originaria base di dati: l’autore, per tutti le ragioni sopra indicate, non ha avuto motivo per non far proprie le scelte dei curatori.
degli Uberti risponde: una mia ulteriore considerazione che non avevo inserito nella recensione su Nobiltà è quella che quando si usa di un patrocinio pubblico come quello del Consiglio Regionale del Piemonte, non si dovrebbero inserire valutazioni non riconosciute dalla Repubblica Italiana, come ad esempio l’inserzione di famiglie “nobilitate” dall’ex re Umberto II (della cui memoria ho la più alta considerazione e rispetto), o “riconosciute” da associazioni private (intendo il Corpo della Nobiltà Italiana) che fra l’altro mai ebbe il riconoscimento come successore della Consulta Araldica da parte di quello che era l’unica autorità preposta per valutare quest’opportunità, ed intendo chiaramente Umberto II.
Vede, per me la nobiltà del Regno d’Italia si chiude alla prima ora del 1° aprile 1948, e quelli che risultano iscritti nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana (e sono pochi) sono oggi i discendenti della nobiltà del Regno d’Italia, mente quelli iscritti solo negli Elenchi del 1921. 1933, 1934-36 non esistono proprio come nobili del Regno d’Italia perché tale iscrizione era solo un indizio di nobiltà da provare successivamente e non un riconoscimento (tanto è vero che sarebbero stati cancellati). Vale lo stesso concetto per i possessori di stemmi di cittadinanza se non riconosciuti ed inseriti nel Libro degli stemmi di cittadinanza… E qui non vado oltre perché non amo la polemica.
Tutto questo discorso non lo applico alle famiglie di nobiltà proveniente da stati preunitari che non ebbero od ottennero riconoscimenti durante il Regno d’Italia, ma non è certo qui il luogo per discuterne.In un’opera così interessante dove sono elencati tanti stemmi auto-assunti nel passato e privi del riconoscimento statuale del regno d’Italia prescritto dalla legislazione vigente in materia, avrebbero dovuto essere anche presi in considerazione e quindi pubblicati - ovviamente per il solo contenuto araldico - gli stemmi di famiglie piemontesi o abitanti in Piemonte che dal secolo scorso hanno ottenuto provvedimenti araldici stranieri emanati da autorità statuali, intendo certificazioni, matricolazioni, registrazioni, concessioni, e che oggi in un Paese come il nostro, dove non esiste più.
Non mi pare che nè il volume recensito, né il Blasonario online, contengano “tanti stemmi auto-assunti nel passato e privi del riconoscimento statuale del regno d’Italia”. Sui quasi 5.300 stemmi presenti alla data nel sito in rete (il volume ne contiene circa 3.200), a parere dell'autore questo rilievo si potrebbe forse applicare a qualche arma.
degli Uberti risponde: i concetti che traspaiono dalla pubblicazione sono quelli ascrivibili alla nobiltà del Regno d’Italia ed io mi riferisco alla nobiltà riconosciuta dal Regno d’Italia, e quindi mi creda molti degli stemmi pubblicati sul suo blasonario non furono riconosciuti durante il Regno in ossequio alla legge araldico-nobiliare; ricordi che solo le famiglie iscritte nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana (ora Archivio Centrale dello Stato) ebbero anche lo stemma riconosciuto, quelle degli elenchi come ho scritto sopra non l’ottennero perché non presentarono l’adeguata documentazione. Se consideriamo invece il concetto di diritto nobiliare degli stati preunitari dovremmo valutare caso per caso se ottennero effettivamente il riconoscimento o furono solo auto-assunti.
La quasi totalità delle armi rappresentate sono state – direttamente o indirettamente – riconosciute dalla legittima autorità pro-tempore. Moltissimi stemmi derivano dai vari consegnamenti ufficiali di Armi Piemontesi del 1580, 1613-1614 e 1687-1688, fatti agli insinuatori sabaudi e dunque ufficialmente accettati e registrati come legittimi. Per di più molti sono relativi a famiglie estinte e dunque il riconoscimento statuale del regno d’Italia non si sarebbe potuto applicare.
degli Uberti risponde: Non discuto ed accetto il concetto per le armi piemontesi relative ai consegnamenti, ma non era quello che volevo dire.
Il suggerimento che si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche gli stemmi di famiglie in Piemonte che hanno ottenuto provvedimenti araldici stranieri, non trova l'autore personalmente d’accordo. Egli non conosce e quindi non ha nulla da dire sull’attendibilità di questi provvedimenti (ma poi in quali testi a lui sconosciuti si trovano queste informazioni?) e sulla serietà di queste autorità statuali non italiane. “A pelle” però gli sembrerebbe un’indebita “invasione di campo” sotto molteplici punti di vista, pur ribadendo di non avere la necessaria formazione per sostenere con considerazioni articolate questa sua opinione. Ricordo però che i due curatori del volume non hanno sentito la necessità di questo ampliamento di orizzonte.
degli Uberti scrive: posso comprendere ma non accettare il suo pensiero che senza dubbio è stato “indotto”, lei inserisce nel suo libro, ovvero una pubblicazione edita con il patrocinio di un ente della Repubblica Italiana (intendo il Consiglio Regionale del Piemonte, che è ossequiente alle leggi dello Stato che non dà riconoscimento ai “provvedimenti” emessi da re Umberto II dall’esilio e ai “riconoscimenti” privati provenienti da una associazione privata) degli stemmi che possono definirsi solo auto-assunti; e poi omette - giustificando che non conosce i testi che ne parlano - certificazioni, concessioni, immatricolazioni di stemmi di pieno valore giuridico e tutelabili legalmente in Italia appartenenti a famiglie oggi subalpine che hanno provveduto ad ottenere pubblici riconoscimenti araldici (guardi che non dico nobiliari) da Paesi dove l’araldica familiare o personale è tutelata dallo Stato. Non le sembra un controsenso?
Personalmente non mi permetto di discutere sulle scelte effettuate da Uffici Araldici di Stato nelle attribuzione di stemmi a famiglie che poi potrebbero essere nuove concessioni o brisure di vecchie concessioni a famiglie omonime. Anche i re d’Italia attribuirono numerosi stemmi storici a famiglie che nulla avevano a che fare con gli antichi possessori. Non voglio fare neppure polemica su questo punto perché non ne vale la pena in quanto le autorità araldiche a cui mi riferisco sono pienamente e validamente riconosciute da tutti i governi del mondo. E fra qualche anno saranno i soli provvedimenti araldici ritenuti validi in quanto tutto il resto che esiste in Italia è solo privato...
Beh se voleva degli elenchi o pubblicazioni che trattano l’argomento avrei potuto aiutarla in quanto ho gli elenchi spagnoli, canadesi, scozzesi, inglesi e sudafricani (che è un Paese del Commonwealth) e direi la maggioranza di pubblicazioni che trattano questo argomento.Mi auguro che per la prossima edizione possano figurare anche gli stemmi usati dalle famiglie piemontesi su monumenti pubblici minori come ad esempio le tombe nei cimiteri, e da monferrino auspico possa essere inserito anche uno studio approfondito sull’araldica della mia terra (dove per esempio non sono mai esistiti a differenza dei territori sabaudi i consegnamenti degli stemmi), tanto bistrattata, mal studiata e peggio ancora presentata ad opera di amateur privi di formazione accademica (che il più delle volte hanno scritto dei libri volti soli ad “esaltare” le gesta della loro famiglia), una terra millenaria così tanto diversa da quella piemontese.
Al momento la “prossima edizione” è rappresentata dal continuo aggiornamento del Blasonario Subalpino online, nel quale il numero degli stemmi è aumentato di più del 65% rispetto al volume Onore Colore Identità. Ciò nonostante, il lavoro è ben lontano da essere completo: infatti mancano ancora numerosissimi stemmi presenti nei Consegnamenti, che saranno inseriti man mano.
Per quanto riguarda infine il Monferrato, in parte è già stata espressa la posizione dell'autore. Il capitolo araldico degli Annali del Monferrato del di Ricaldone, pur con tutte le ben note limitazioni e forzature, è tuttora una fonte preziosa; l'autore non è a conoscenza di altri studi affidabili su questa importante regione del Piemonte. Comunque non si chieda a un’ ”amateur privo di formazione accademica” come lui di farlo!![]()
degli Uberti risponde: personalmente non pubblicherei in un mio libro una fonte che non contiene in nota il riferimento a dove sono stati tratti i documenti, e la fonte che cita non ha note; nella Biblioteca Civica G. Canna si trovano tanti antichi stemmi non ancora blasonati, ne è pieno l’Archivio De Conti, l’Archivio Magnocavallo, e poi facendo un giro nei cimiteri del Monferrato si vede che l’araldica è molto più diffusa di quanto si pensi. In Monferrato abbiamo altri autori oltre ad Aldo di Ricaldone che hanno lasciato memorie scritte in epoche precedenti e sono indubitabilmente opere davvero fondamentali per la storia del Monferrato, cito ad esempio: Benvenuto San Giorgio di Biandrate, Galeotto del Carretto, Vincenzo de Conti (con la monumentale Storia del Monferrato sino al 1840 di 10 volumi), o le opere scientifiche del Dr. Giuseppe Giorcelli, del Dr. Flavio Valerani e per la parte contemporanea i libri del Dr. Gabriele Serrafero o del prof. Antonino Angelino.
Grazie a tutti per l’attenzione
de la cerda ha scritto:La ringrazio per i suoi approfonditi commenti.
Le sue posizioni mi paiono chiare e argomentate e io non le discuto: tot capita tot sententiae, soprattutto nelle questioni di principio.
La ringrazio per rispettare il mio pensiero, che come può immaginare ha avuto una evoluzione nei corso degli anni. Le mie risposte sono in corsivo per distinguere il suo commento
Desidero però farle alcune ulteriori osservazioni, per spiegare meglio le mie opinioni.
1) Io continuo a considerarmi un dilettante allo sbaraglio (sono laureato in fisica e gli unici corsi post universitari da me fatti sono stati su temi di fisica teorica e di relatività): non credo quindi di poter accampare nessun titolo accademico per dissentire o concordare con le sue tesi.
Con quello che ha scritto non può certo più definirsi dilettante.
2) Lo scopo del Blasonario Online non è stato quello di dare una patente di legittimità agli stemmi rappresentati, ma solo quello di fornire agli studiosi della storia piemontese e delle minori storie locali, agli architetti e ai restauratori di edifici antichi, ai ricercatori e agli appassionati in genere, uno strumento di facile consultazione. E così è stato e continua a essere.
E' ovvio che la sua opera è utilissima e è certo che lei e neppure altro soggetto privato può dare "legittimità" ad uno stemma, che poi oggi si deve intendere unicamente come espressione grafica di un cognome, ed io vado più avanti ancora dicendo che oggi lo stemma è personale e non più familiare (ma questo non tutti riescono a digerirlo). Nel Regno Unito di Gran Bretagna, in Canada, in Irlanda, in Sudafrica questo mio concetto è legge!
3) Pur con alcune pecche, il volume Onore Colore Identità, derivato dal Blasonario online con l'aggiunta dell'autonomo contributo dei due curatori, è di gran lunga il più ampio blasonario che sia stato a oggi pubblicato con riferimento agli Stati sabaudi, e una delle più vaste raccolte di armi gentilizie edite a livello europeo. Incidentalmente ricordo che il volume è anche il più ricco e aggiornato blasonario esistente sia della contea di Nizza, sia del ducato d'Aosta. L'obiettivo principale del volume resta quello indicato sopra: uno strumento di lavoro e non una patente di legittimità. Faccio notare che a distanza di meno di un anno, il volume è esaurito (segno di indubbio successo).
Come opera contemporanea concordo in pieno e sono felicissimo di sapere che è andata a ruba, indiscutibilmente piace anche perchè la presenza colorata degli stemmi affascinana il lettore, e mi consenta una piccola cattiveria non certo rivolta alla sua opera che apprezzo ma che proviene dall'esperienza che ho di questo settore... vedere pubblicato il proprio cognome anche se riporta uno stemma di cui non si è proprietari fa sognare e... come tutti gli editori di blasonari, nobiliari, storie famiglia sanno, costituisce una validissima ragione di vendita...
4) Evidentemente i due curatori, ai cui studi e alla cui responsabilità si deve il contributo autonomo che lei mette in discussione, appartengono a una scuola di pensiero diversa dalla sua, e sono certo che potrebbero portare altrettante valide ragioni a favore della propria posizione.
Voglio che sia chiaro che ho il più alto rispetto per il lavoro dei curatori e il fatto che la mia formazione culturale sia diversa nulla toglie a questa stima, ma mi sembra doveroso fare delle critiche proprio perchè il loro lavoro è più che apprezzabile. In ogni settore ci sono pareri contrari ma è solo dallo scambio disinteressato di opinioni e giudizi che può nascere il perfezionamento.
5) Se il Consiglio Regionale del Piemonte e il Centro Studi Piemontesi, che sono gli editori del libro (e non solo i patrocinatori) hanno ritenuto di dover finanziare e gestire questa operazione editoriale, pur in un momento di ristrettezze finanziarie, è ovvio che condividono - o almeno non sono contrari - alle opinioni dei due curatori, entrambi notissimi studiosi e non solo di araldica.
Come ben sa la mia regione è fra le regioni italiane che spende di più nella pubblicazione di libri, sopra il "condividere" avanzo dei dubbi perchè come ben sappiamo le decisioni editoriali vengono prese sulla base di chi le propone, spesso senza andare a fondo sul contenuto dell'opera, anche perchè per valutare l'argomento si dovrebbe essere esperti del settore e dubito che la regione Piemonte ne annoveri qualcuno in araldica.
6) Non intendo discutere sulla serietà degli studi di Aldo di Ricaldone. Sottolineo nuovamente che tutti gli stemmi indicati nel paragrafo araldico degli Annali del Monferrato, prima di essere inseriti nel Blasonario, sono stati verificati con l'aiuto di numerosi altri armoriali: è vero che alcuni sono non controllati e sicuramente fantasiosi, ma sono assai pochi e tutti contraddistinti con l'attribuzione allo "studioso" ... con preparazione ginnasiale.
7) Se invece qualche studioso con certificato DOCG ha tempo e voglia di distillare le sole informazioni araldiche dalle opere sul Monferrato da lei citate e di mandarmi blasonature e fonte, io sono pronto ad aggiornare le schede relative o a prepararne di nuove. Resta il fatto che la priorità è quella di completare le schede delle famiglie che consegnarono la loro arma nei tre consegnamenti citati e che questo lavoro è ben lungi dall'essere stato completato.
Quest'anno per precedenti impegni editoriali ho 3 libri da finire e non posso aiutarla, ma dal 2012 cercherò di mandarle stemmi del Monferrato che risultano da archivi (l'Archivio di Stato di Alessandria è pieno di stemmi di notai monferrini) o da monumenti pubblici.
Aggiungo un ultima domanda: ho visto che nelle famiglie con l'asterico * non sempre è indicata la fonte da cui è tratto lo stemma, c'è una ragione? Dico questo perchè su uno di quegli stemmi di cui non è indicata la fonte l'unico documento pubblico che io conosca è proprio una certificazione d'arma concessa dall'ultimo Cronista de Armas del Regno di Spagna.
Questo è tutto.
Mi pare che però l'argomento non abbia suscitato quell'interesse generale che forse lei si auspicava. Le nostre rispettive posizioni sono chiare, ma ci sono altre opinioni?
Much Ado About Nothing ?
... ultima domanda: ho visto che nelle famiglie con l'asterico * non sempre è indicata la fonte da cui è tratto lo stemma, c'è una ragione? Dico questo perchè su uno di quegli stemmi di cui non è indicata la fonte l'unico documento pubblico che io conosca è proprio una certificazione d'arma concessa dall'ultimo Cronista de Armas del Regno di Spagna.
.Ecco qua, sarebbe interessante che si aprisse un dibattito sul tema dell'attendibilità delle fonti.
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Alessio Bruno Bedini ha scritto:
(...)
A mio avviso è totalmente inutile riproporre, in maniera positivista, collage di varie opere e fonti. L'araldica si riduce a mera collezione di stemmi mancando di natura critica o comparativa.
Molto meglio elaborare strutture con un minimo comune denominatore e lavorare in modo critico su queste piuttosto che mettere insieme blob araldici.
(...)
In ambito delle strutture è obbligatorio tenere conto del contesto DIACRONICO E DIATOPICO. Che senso ha mettere insieme stemmi che provengono da luoghi e tempi diversissimi tra loro? Meglio tener conto di un tempo ristretto e un luogo ben definito poiché sicuramente quegli stemmi avranno delle caratteristiche anche comuni e riconoscibili.
nell'apprestarsi ad approntare un moderno stemmario territoriale che, di solito, ha appunto l'ambizione di raccogliere il corpus araldico di un determinato territorio all'epoca in cui si compie il censimento e nel modo più esaustivo possibile. È ovvio che ci si ritrova a raccogliere un insieme disomogeneo, stratificatosi in tempi e modi differenti, i cui stemmi sono desunti da fonti le più disparate e da opere diverse di cui si darà la debita segnalazione in nota e/o bibliografica... A mio parere il comune denomintaore di uno stemmario, come strumento di consultazione, è che raccolga tutti gli stemmi possibili di una determinata zona dalle origine dell'araldica in poi. 
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