de la cerda ha scritto:Molte bandiere hanno avuto scritte...
Saluti
Vero in parte, a seconda dei casi, e delle epoche: le scritte abbondavano sulle bandiere dei reparti militari, come quella da Lei postata, molto meno sulle bandiere di STATO o TERRITORIALI, e questo è il caso.
Sul drapò pimontese, ad esempio, non mi pare ci si scriva "Regione Pimonte"...
Quindi si suppone che un moderno ente amministrativo, in assenza di una bandiera storica, antica, vera, che abbia eventualmente scritte, nel crearsi quella nuova si adegui agli "standard" vessillologici contemporanei che, per quanto attiene alle BANDIERE - e non quindi, gagliardetti, guidoni, gonfaloni, labari, più o meno bandistici, combattentistici, militari, etc. - nella stragrande maggioranza dei casi NON contengono scritte.
Si guardino le bandiere di nazioni e regioni contemporanee e si vedrà che quelle con scritte sono una sparuta minoranza.
Mi ripeto, in araldica e in vessillologia (di solito) parlano simboli e colori.
Poi per carità, si ossono fare beeeellissime bandiere tutte da leggere, con nome, cognome, motto, maggioranza politica...

uno splendore! La tradizione islamica con bandiere da leggere, bandiere calligrafiche, già esiste del resto.
Le scritte sulle bandiere locali derivano dalla cattiva abitudine italiana di trasformare automaticamente e semplicisticamente il "gonfalone-labaro civico" italico, - un' "invenzione della tradizione" nata a fine 800 dalla riscoperta del ‘mito’ del comune medievale e con le raffigurazioni, più o meno approssimative, che all’epoca si facevano del ‘carroccio’ - in bandiera, malvezzo che produce orpelli vessillologici terribili. Ma una cosa è il gonfalone e altra cosa è, o dovrebbe essere, la bandiera.
Mi piace citare quel che ne scrisse a suo tempo in un bel saggio on line sul sito del CISV dal titolo "«IL GUSTO UNO NON SE LO PUÒ DARE». RIFLESSIONI E PROVOCAZIONI SULLE BANDIERE COMUNALI E PROVINCIALI» di Alessandro Savorelli, testo che mi ero fortunatamente salvato, e che oggi non più è disponibile vedo...
In ogni caso per chi voglia cimentarsi:
«Dunque le bandiere. Potevano essere l’occasione per cominciare a gettar via la muffa dei gonfaloni e la loro logica graficamente distorta; l’occasione per dare una sferzata di aria fresca alla sclerotica araldica pubblica italiana, rimasta appiccicata alla carta moschicida dei regolamenti di fine Ottocento, rifritti dagli odierni organi competenti. Per avviare un lento processo di pensionamento del superato “gonfalone-labaro” con la bandiera: la quale ha assai maggiore visibilità e richiamo identitario, dato che il primo di solito sta confinato nel salone comunale, mentre l’altra sta appesa sui principali edifici pubblici. Ma purtroppo la ruggine italica si è attaccata in misura ampia anche a questo nuovo fenomeno e ne sta facendo un’occasione mancata.
Vediamo di spiegarci. La “logica” di una bandiera – nel suo rapporto, non necessario, ma frequente – con un segno araldico non dovrebbe essere quella di un “contenitore”. Indubbiamente gran parte delle bandiere araldiche medievali lo erano, nel senso che riproducevano su un campo ‘aperto’ le figure che erano nate per stare dentro uno scudo. La logica dell’araldica medievale tuttavia non era affatto schiava della “forma-scudo”. Le figure araldiche (sia pezze che figure comuni) di regola si estendevano, modificandosi, adattandosi a qualunque superficie: una tenda, una parete, una gualdrappa, un vestito, un vessillo, un oggetto qualsiasi. Quando trasmigravano su una bandiera lo facevano adattandosi appunto a un ritaglio di stoffa di forma particolare, senza perdere niente della propria essenza e magari assumendo qualche aspetto tipicamente vessillare. Michel Pastoureau nel suo Traité ha esemplarmente riassunto questo concetto, sostenendo l’irrilevanza teorica del contorno o superficie e del supporto dei segni araldici Non tutte le figure araldiche si prestano a una buona resa vessillare: ma in generale, sì, e soprattutto quelle dell’araldica semplice delle origini. Esistevano inoltre anche bandiere vere e proprie, indipendenti dallo stemma (come per esempio a Firenze, ad Ancona, a Gemona etc.), sia nelle figure che nei colori. In epoca moderna poi questo solco si è andato allargando: la “logica” della bandiera, per problemi di forma, di visibilità etc. si è andata distanziando sempre più da quella dell’araldica e coincide con essa quasi solo in presenza di quelle figure (uso di pezze e partizioni) che, provengono per lo più all’araldica proprio dalle bandiere.
La bandiera dunque ha e deve avere una relativa autonomia dal segno araldico: certo quando occorra inventarla di sana pianta (come nel caso dei moderni comuni), è difficile non fare almeno una ‘citazione’ dello stemma: citazione che può consistere (soprattutto quando lo stemma è particolarmente complesso) nella semplice riproduzione dei colori principali dello stemma, oppure nella diversa disposizione di una figura dello scudo, o in altri modi (abbreviazione o sineddoche delle figure, iterazione, combinazione di pezze di carattere più spiccatamente vessillare, chiasmi di colore etc.). Tutte le figure retoriche possono essere utilmente impiegate per declinare una immagine araldica in uno stille vessillare: basta sbizzarrirsi. Ma declinazione e citazione, appunto, non mera riproduzione: tanto più che gli stemmi comunali moderni sono spesso complicati, astrusi, mal composti e pieni di segni di carattere naturalistico e ben poco astratto. Poiché a differenza dell’araldica, la composizione di una bandiera non deve seguire regole cogenti, che non siano regole di gusto e di “misura” (simmetria, rapporti tra le parti etc.), il campo a chi voglia disegnare una bandiera comunale graficamente dignitosa è aperto e vastissimo. Non voglio proporre astrattamente un modello: ma se si consultano certe serie di bandiere comunali moderne come quelle aragonesi, slovacche, svizzere, belghe, olandesi etc., si troveranno, accanto alle inevitabili cadute di stile, centinaia di soluzioni accattivanti e attraenti.
(...)
Passiamo al terzo gruppo. La qualità scivola gravemente sotto la sufficienza. Inserisco qui 54 bandiere (pari al 35%: un bel po’ dunque). Le definirei semplicemente “antibandiere” o “non bandiere”, o “bandiere col complesso del gonfalone”, o “bandiere-imballaggio”. Sono appunto scatole con riprodotto sopra lo stemma comunale, ma non “libero”, bensì ingabbiato nello scudo e ¬– peggio del peggio – spesso contornato da tutti gli ammenniccoli della consulta, corone, fronde, motti etc. La bandiera così non è più un segno, ma una specie di imballaggio dove il segno, inserito in supporto non vessillare (lo scudo), è racchiuso, come un prodotto dentro la sua confezione: ma come si sa, gli imballaggi si buttano. E il messaggio che viene da queste bandiere sembra appunto in questa linea: come se il “vero” segno fosse lo stemma comunale, con tutti i suoi brutti annessi e connessi di legge (e qualche volta, obbrobrio araldco e vessillare!, persino col nome del comune, per chi avesse ancora dubbi), e la bandiera un optional, succube e subalterno dello stemma, anziché una sua autonoma e diversa “lettura”. In genere appartengono a questa tipologia comuni piccoli o senza una tradizione araldica antica. Ma non è un’attenuante. È proprio un’aggravante invece quando si tratta di città di qualche peso, che hanno disinvoltamente messo in soffitta una tradizione vessillare di secoli.».
Saluti,
FJVT