Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

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Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda Davide75 » giovedì 28 gennaio 2010, 10:04

Salve a tutti, vorrei avere qualche delucidazione sulla distinta civiltà: la mia famiglia può ottenere questo riconoscimento tranquillamente visto che posso contare su uno zio vescovo ed il suo stemma da parte di madre, propietà terriere a partire dal milleseicento e vari antenati laureati( in Teologia soprattutto, io stesso ho il Magistero in Sacra Teologia) nonché l'attività da autore musicale che porto in famiglia e che io continuo professionalmente. Se non vi disturbo troppo vorrei sapere se con questi requisiti posso ottenere un riconoscimento ufficiale, magari in Italia.
Grazie e buon 2010! Davide
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda pierfe » giovedì 28 gennaio 2010, 12:27

Davide75 ha scritto:Salve a tutti, vorrei avere qualche delucidazione sulla distinta civiltà: la mia famiglia può ottenere questo riconoscimento tranquillamente visto che posso contare su uno zio vescovo ed il suo stemma da parte di madre, propietà terriere a partire dal milleseicento e vari antenati laureati( in Teologia soprattutto, io stesso ho il Magistero in Sacra Teologia) nonché l'attività da autore musicale che porto in famiglia e che io continuo professionalmente. Se non vi disturbo troppo vorrei sapere se con questi requisiti posso ottenere un riconoscimento ufficiale, magari in Italia.
Grazie e buon 2010! Davide


Il concetto giuridico di distinta civiltà è una invenzione delle leggi nobiliari del regno d'Italia e tralasciando le precedenti leggi che stabilivano un termine minore, dirò solo che era necessario far uso pubblico in monumenti di uno stemma senza ornamenti nobiliari per almeno 100 anni, questo permetteva quindi di ottenere il decreto che riconosceva lo stemma.
Oggi l'Ufficio araldico dello Stato presso la Presidenza del consiglio dei ministri si occupa solo dell'araldica degli enti e di quella gentilizia, anche se a mio giudizio applicando i rr.dd. 651 e 652 del 1943 potrebbe riconoscere gli stemmi delle famiglie di distinta civiltà.
Quindi in Italia non è possibile un riconoscimento araldico come non lo è assolutamente per i titoli nobiliari e per gli stemmi nobiliari; pertanto detto questo se vuole qualcosa di pubblico ed emesso da autorità statuali che si occupano ancora di stemmi, essendo lei italiano, ha l'unica possibilità attraverso il Bureau of Heraldry del Sudafrica.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda RFVS » venerdì 29 gennaio 2010, 18:26

Concordo totalmente con quanto scritto da Pier Felice.

Riflettendo sulla questione (ma non troppo), a me piuttosto vicina dati i miei studi sulle nobiltà civiche e sulle nobiltà delle terre marchigiane (o comunque dello Stato Pontificio), credo che l'unica "qualifica" o meglio, l'unica condizione familiare esistente in epoca pre-unitaria (quindi antecedente all'invenzione sabauda della "distinta civiltà") a poter essere paragonata in qualche modo alla successiva "distinta civiltà" fosse la condizione di quelle famiglie che, abitanti in un agglomerato urbano dotato di separazione dei ceti e governo nobiliare formalizzato, appartenessero alla classe sociale dei cittadini (o cives), ovvero alla classe sociale inferiore a quella delle locali famiglie nobili e superiore alla classe degli artieri (o artigiani).

Ovviamente è solo un'ipotesi messa in piedi senza approfondire la questione, un mio azzardo oserei dire. [bangin.gif] quindi da prendere con beneficio di inventario [bangin.gif]
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 30 gennaio 2010, 19:48

L’ammissione di una nuova famiglia al patriziato ( o nobiltà cittadina ) doveva necessariamente presupporre la preventiva integrazione della stessa all’interno del ceto nobile, indispensabile per l’accettazione da parte delle altre famiglie presenti nel Consiglio cittadino .
Questo atto era prettamente ricognitivo e non aveva alcun effetto costitutivo di nobiltà, molti statuti cittadini richiedevano, quindi , prima di operare cooptazione , prova di vita more nobilium per un numero determinato di generazioni (generalmente tre ).

La famiglia che si trovava in questa “zona grigia,” distinta ma non nobile, in una condizione di progressione a tappe , una sorta di iter verso il ceto dirigente, apparteneva ad uno status antesignano, negli stati preunitari, di quello che nel regno d’Italia verrà considerato “ di distinta civiltà ”.

Mi domando: quanto l’innalzamento di uno stemma di cittadinanza da almeno un secolo ( e la prova, quindi, di legittimo e pacifico possesso su documenti o monumenti ) abbia potuto significare l’effettiva appartenenza a quella sorta di limbo nobiliare , oppure solo un’ambiziosa manifestazione di ricchezza ?
Temo che solo lo studio storico/ genealogico delle singole famiglie possa dare risposta esaustiva.


"Quel mostro della pazzia , il quale è connaturato a tutto il genere umano (...) in niuna cosa forse più frequentemente produce i suoi effetti , che in questa materia della nobiltà" ( G.B. De Luca , Il Dottor volgare ,1673)
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda RFVS » lunedì 1 febbraio 2010, 19:30

GENS VALERIA ha scritto:Mi domando: quanto l’innalzamento di uno stemma di cittadinanza da almeno un secolo ( e la prova, quindi, di legittimo e pacifico possesso su documenti o monumenti ) abbia potuto significare l’effettiva appartenenza a quella sorta di limbo nobiliare , oppure solo un’ambiziosa manifestazione di ricchezza ?
Temo che solo lo studio storico/ genealogico delle singole famiglie possa dare risposta esaustiva.


"Quel mostro della pazzia , il quale è connaturato a tutto il genere umano (...) in niuna cosa forse più frequentemente produce i suoi effetti , che in questa materia della nobiltà" ( G.B. De Luca , Il Dottor volgare ,1673)


Ovviamente non è assolutamente possibile generalizzare su un tema così particolare e così tanto differente da centro abitato a centro abitato, ma a gradissime linee credo che l'utilizzo di uno stemma non fosse poi così importante nell'identificazione di una famiglia all'interno di un ceto sociale civico (cioè proprio dei centri abitati - volutamente non ho usato il termite, limitativo, di città ;) ).
Esistevano altre caratteristiche proprie di famiglie civiche e che poi erano anche propri delle famiglie nobili.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere la più importante delle caratteristiche suddette non è la ricchezza, bensì la tipologia delle alleanze matrimoniali, che per le famiglie civiche ed ancor più per quelle nobili in genere avvenivano all'interno del proprio ceto sociale locale o di centri abitati limitrofi. Altra caratteristica in genere sottovalutata, ma che - quantomeno nei casi da me riscontrati (tutti facenti parte dello Stato Pontificio) - era tenuta in elevata considerazione era il possesso di una casa decorosa nel centro storico della località in oggetto.
La consistenza e la provenienza del patrimonio e tutte le altre caratteristiche - pur importanti - in genere venivano dopo. Tra queste inserisco in toto anche l'abusata "non svolgere arti meccaniche o professioni infamanti" ed anzi, nella mia esperienza ho avuto modo di comprendere che il problema della professione non era legato tanto alla tipologia di lavoro che si svolgeva, ma soprattutto alla parte di patrimonio che derivava da tale attività (in soldoni: non era fondamentale che uno non svolgesse l'attività di orafo, quanto che il suo patrimonio non derivasse totalmente da questa attività, ma per lo più da rendite di proprietà immobili e fondiarie. Ovviamente quando si parla di persone civiche o nobili che avessero svolto attività meccaniche si fa sempre riferimento a capi bottega o comunque a individui che avessero avviato fiorenti attività in fondaci di proprietà o comunque non certo ai garzoni o agli operai di bottega)
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda GENS VALERIA » lunedì 1 febbraio 2010, 22:08

RFVS ha scritto:Ovviamente non è assolutamente possibile generalizzare su un tema così particolare e così tanto differente da centro abitato a centro abitato, ma a gradissime linee credo che l'utilizzo di uno stemma non fosse poi così importante nell'identificazione di una famiglia all'interno di un ceto sociale civico (cioè proprio dei centri abitati - volutamente non ho usato il termite, limitativo, di città ;) ).
Esistevano altre caratteristiche proprie di famiglie civiche e che poi erano anche propri delle famiglie nobili.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere la più importante delle caratteristiche suddette non è la ricchezza, bensì la tipologia delle alleanze matrimoniali, che per le famiglie civiche ed ancor più per quelle nobili in genere avvenivano all'interno del proprio ceto sociale locale o di centri abitati limitrofi. Altra caratteristica in genere sottovalutata, ma che - quantomeno nei casi da me riscontrati (tutti facenti parte dello Stato Pontificio) - era tenuta in elevata considerazione era il possesso di una casa decorosa nel centro storico della località in oggetto.
La consistenza e la provenienza del patrimonio e tutte le altre caratteristiche - pur importanti - in genere venivano dopo. Tra queste inserisco in toto anche l'abusata "non svolgere arti meccaniche o professioni infamanti" ed anzi, nella mia esperienza ho avuto modo di comprendere che il problema della professione non era legato tanto alla tipologia di lavoro che si svolgeva, ma soprattutto alla parte di patrimonio che derivava da tale attività (in soldoni: non era fondamentale che uno non svolgesse l'attività di orafo, quanto che il suo patrimonio non derivasse totalmente da questa attività, ma per lo più da rendite di proprietà immobili e fondiarie. Ovviamente quando si parla di persone civiche o nobili che avessero svolto attività meccaniche si fa sempre riferimento a capi bottega o comunque a individui che avessero avviato fiorenti attività in fondaci di proprietà o comunque non certo ai garzoni o agli operai di bottega)


Sono d’accordo con te, [thumb_yello.gif] non posso che concordare,Riccardo, generalizzare è fuorviante e sbagliato.
Per Gian Carlo Jocteau (Nobili e nobiltà nell’Italia unita ) :
"Prima e dopo l’unificazione non è dato di ritrovare una sola nobiltà italiana, seppure, come ovunque, stratificata al suo interno. Ne esistono invece diverse, definite dalle varie estrazioni statuali o comunali del passato, con tradizioni irriducibili, ruoli sociali ed economici estremamente differenziati”

Legiucchiando qua e là ho trovato negli statuti pre-unituarie alcune “perle” che confermano quanto fosse variegata per non dire pazza ( vedi la citazione del “Dottor volgare”) la consuetudo loci nel caratterizzare le nobiltà civiche.

Se prendiamo in esame consuetudini e statuti di cinquantacinque città nei primi anni del Settecento ( delle quali ben 33 appartenevano ai domini pontifici ) e consideriamo le professioni più “bersagliate” in proposito di nobiltà: medicina , notariato e mercanzia vediamo come
la professione di medico pregiudica la nobiltà in 17 località , non pregiudica in 28 , dipende dalle circostanze in 6.

Quella del notaio pregiudica in 28 , non pregiudica in 16 , dipende dalle circostanze in 8.

Quella di mercante pregiudica nobiltà in 33 città ,non pregiudica in 15 , dipende caso per caso in 5 località.

A complicare la situazione ci sono varie sfumature, ad esempio a Como prima del 1600 , mercanzia e notariato non pregiudicavano ma un secolo dopo la situazione era mutata sia perché l’esercizio nel notariato era abbracciato da gente di bassa condizione, sia perché l’arte della lana era decaduta. A Rimini la mercatura( tutta ) era aborrita oltre dai nobili anche dai semplici cittadini ( Ho citato “L’idea della nobiltà in Italia , Secoli XIV-XVIII” di C. Donati ).

Riguardo il rapporto ricchezza / nobiltà con me , Riccardo , sfondi una porta aperta, anzi spalancata . [cool.gif]
Ciò che caratterizzava (o almeno avrebbe dovuto caratterizzare) la nobiltà era l’espressione del comune senso di collocazione tra “uomini ben qualificati”: la dignità , la reputazione ovvero l’onore .

Un’adeguata disponibilità economica ( discreta , ostentata con pudore in rarissime occasioni ) era condizione per poter sostenere in modo degno la propria condizione nobiliare ovvero il census a supporto dello status , ma spesso i rapporti risultavano e risultano invertiti : il titolo nobiliare dapprima agognato ed in seguito ottenuto e trasmesso quale suggello di una ricchezza becera e sfacciata . [nonono.gif]
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda Salvennor » martedì 2 febbraio 2010, 0:48

Nella mia regione nei secoli passati sembrerebbe che notai e scrivani avessero una buona considerazione sociale, spesso trampolino di lancio per carriere nell'apparato amministrativo. E frequentemente si imparentavano anche con famiglie nobili (ma a volte erano essi stessi già nobili o cavalieri, o lo diventavano in futuro).
Cmq non raramente diventavano appartenenti al ceto nobile anche persone con mestieri e professioni "meno notabili". Per esempio, relativamente ad un componente di una stirpe di Cagliari che ha espresso già dal medioevo vari personaggi importanti, compreso un Cardinale di Santa Prassede prima del 1100 e addirittura uno dei pochi Papi sardi prima del VI sec. (il loro cognome secondo vari studiosi è nato alla fine dell'impero romano), si legge


A)
i Cao di Villanova Pietro Cao, carpentiere di Villanova, sposato con Giovanna Ordà (o Hordà) y Santoru, figlia del notaio Gerolamo Ordà e di Sabina Santoru. Nel 1601 Pietro Cao era Consigliere Civico in 4ª a
Cagliari. Nel 1615, al termine del Parlamento de Gandia, fu fatto cavaliere. Morì l'11 giugno 1623
e fu sepolto in duomo. Il domer lo dichiara naturale di Villanova. I suoi figli appartennero alla 2ª generazione.
Monserrata
Cao, di Villanova, sposata con Giuliano Tola y Boy, anch'esso di Villanova. Il loro
figlio Michele Gavino Tola y
Cao prese la tonsura il 10luglio 1619.

(fonte http://www.araldicasardegna.org/genealo ... re/cao.pdf )
Dunque quella persona nonostante appartenesse ad un'antica stirpe considerata nobile (ma forse in parte decaduta) si occuppava di carpenteria, seppure credo ad alto livello (probabilmente era una "mastro"), ma poi ciò non impediva di ricoprire la carica di Consigliere. E in seguito divenne anche Cavaliere eredit.; dopo è probabile che abbia cessato la sua professione, data la sua posizione di Cavaliere.
L'unico dubbio che può rimanere è capire, per la persona di cui sopra, se il fatto di appartenere a quella stirpe ha facilitato l'ammissione nei ruoli di consigliere civico e poi l'elargizione del cavalierato eredit., come in effetti si nota per varie altre situazioni.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda fabrizio guinzio » martedì 2 febbraio 2010, 12:36

Credo che uno sguardo dall'alto e complessivo potrebbe aiutarci a comprendere sia le concordanze che le divergenze degli antichi diritti nobiliari comunali e statali, dal punto di vista storico e sociale. Premesso che le società tradizionali privilegiano l'essere sull'avere ed il sapere sul fare, che il secolare è secondario rispetto allo spirituale - religioso, quelle italiane d'antico regime dividevano generalmente le attività in arti, massime maggiori minori minime(queste che socialmente erano il livello più basso erano soprannominate il popolo di Dio). Società a cultura prevalentementre fisiocratica, mettevano l'agricoltura al primo posto(il possessore agricolo, l'agrario; addirittura il coltivare direttamente un proprio appezzamento era anch'essa attività nobile(Enciclopedia Crollalanza), diremmo oggi il coldiretto ma era escluso il bracciantato); poi le arti nobili(le massime) pittura scultura architettura, seguivano le maggiori(giureconsulti, mercanti/produttori) etc. Le libere professioni - arti liberali(attività non - servili) ondeggiavano a seconda del tempo del luogo e di varie particolari circostanze, così come le attività artigianali talune come per fare un esempio gli arsenalotti a Venezia erano, diciamo così, quotatissime. Il comun denominatore era considerare talune attività degradanti ed altre deroganti per particolari status sociali, che erano chiamati ad assumersi grandi responsabilità, ma solo secolarmente e solo per il periodo in cui si espletavano; fondamentale era essere ed operare bene, la vita temporale era considerata solo una prova e l'essenziale la salvezza eterna. Massima gloria per qualsiasi famiglia di qualunque sorta santi beati venerabili servi di Dio. Ciao,
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda GENS VALERIA » martedì 2 febbraio 2010, 15:57

Salvennor ha scritto:Nella mia regione nei secoli passati sembrerebbe che notai e scrivani avessero una buona considerazione sociale, spesso trampolino di lancio per carriere nell'apparato amministrativo. E frequentemente si imparentavano anche con famiglie nobili (ma a volte erano essi stessi già nobili o cavalieri, o lo diventavano in futuro).
Cmq non raramente diventavano appartenenti al ceto nobile anche persone con mestieri e professioni "meno notabili". Per esempio, relativamente ad un componente di una stirpe di Cagliari che ha espresso già dal medioevo vari personaggi importanti, compreso un Cardinale di Santa Prassede prima del 1100 e addirittura uno dei pochi Papi sardi prima del VI sec. (il loro cognome secondo vari studiosi è nato alla fine dell'impero romano), si legge


A)
i Cao di Villanova Pietro Cao, carpentiere di Villanova, sposato con Giovanna Ordà (o Hordà) y Santoru, figlia del notaio Gerolamo Ordà e di Sabina Santoru. Nel 1601 Pietro Cao era Consigliere Civico in 4ª a
Cagliari. Nel 1615, al termine del Parlamento de Gandia, fu fatto cavaliere. Morì l'11 giugno 1623
e fu sepolto in duomo. Il domer lo dichiara naturale di Villanova. I suoi figli appartennero alla 2ª generazione.
Monserrata
Cao, di Villanova, sposata con Giuliano Tola y Boy, anch'esso di Villanova. Il loro
figlio Michele Gavino Tola y
Cao prese la tonsura il 10luglio 1619.

(fonte http://www.araldicasardegna.org/genealo ... re/cao.pdf )
Dunque quella persona nonostante appartenesse ad un'antica stirpe considerata nobile (ma forse in parte decaduta) si occuppava di carpenteria, seppure credo ad alto livello (probabilmente era una "mastro"), ma poi ciò non impediva di ricoprire la carica di Consigliere. E in seguito divenne anche Cavaliere eredit.; dopo è probabile che abbia cessato la sua professione, data la sua posizione di Cavaliere.
L'unico dubbio che può rimanere è capire, per la persona di cui sopra, se il fatto di appartenere a quella stirpe ha facilitato l'ammissione nei ruoli di consigliere civico e poi l'elargizione del cavalierato eredit., come in effetti si nota per varie altre situazioni.


Senza volere, o meglio, essere in grado di entrare in merito alla storia familiare dei personaggi citati, intervengo solo per sottolineare che nei ( pochi ) Consigli cittadini/locali sardi non si verificò alcuna separazione di ceto, ed è questo il motivo per il quale in Sardegna ( secondo gli antistorici criteri legislativi del Regno d'Italia ) non si sarebbe mai formata nobiltà civica.

Cordialmente
Ultima modifica di GENS VALERIA il sabato 12 giugno 2010, 15:04, modificato 1 volta in totale.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda Salvennor » mercoledì 3 febbraio 2010, 0:31

Gentile GENS VALERIA, La ringrazio per il suo commento.
Si, infatti sia nei centri minori che nelle città Reali dell'isola si nota, esaminando le caratteristiche dei Consigli civici, l'assenza di quella che nella penisola veniva definita "separazione dei ceti".
Anche se cmq le amministrazioni civiche erano internamente suddivise in classi (in numero di 5).
Eventuali elargizioni di cavalierato eredit., come per la persona di cui sopra, erano evidentemente slegate dal fatto di ricoprire cariche civiche, salvo forse meriti eccezionali legati a tali cariche.
Probabilmente il motivo di tale differenza rispetto a gran parte della penisola è dovuto anche alla particolare struttura sociale e amministrativa che vigeva nell'isola prima del 1325, anno delle prime conquiste aragonesi.
Per esempio era particolare anche la condizione della classe dei servi (la maggioranza della popolazione fino a metà 200), i quali erano servi e liberi nello stesso tempo, nel senso che avevano personalità giuridica, avevano vari diritti, potevano testimoniare anche in eventi importanti, potevano possedere anche discreti patrimoni. Però in genere erano legati ad una zona di residenza ristretta, e dovevano prestare obbligatoriamente un determinato servizio lavorativo, regolato in ore settimanali, verso i loro referenti del ceto dominante e verso i monasteri ecclesiastici. In pratica erano servi dal punto di vista del tempo lavorativo e non dal punto di vista fisico personale.
Ma se fuggivano nella entità territoriale confinante automaticamente divenivano cittadini liberi.
Si potevano anche sposare con persone del ceto dominante, ma eventuali figli però seguivano la condizione del genitore servo, anche se il padre era del ceto dominante. Ecco perché a volte nei documenti si notano persone della stessa zona e con stesso cognome ma alcuni servi e altri liberi.
È ancora un mistero cosa abbia determinato, tra la fine dell'impero romano e il periodo delle guerre bizantino-barbariche, una tale struttura sociale.
Probabilmente appunto tali caratteristiche hanno influenzato in parte anche il periodo che va dal 300 in poi.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda Sorante » venerdì 30 marzo 2012, 15:17

E' possibile conoscere qualche testo o elenco ufficiale o altro in cui vengano indicate Famiglie che durante il Regno d'Italia abbiano ottenuto il riconoscimento dello Stemma di Cittadinanza?
Grazie a tutti
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda antonio33 » venerdì 30 marzo 2012, 20:21

GENS VALERIA ha scritto: A Rimini la mercatura( tutta ) era aborrita oltre dai nobili anche dai semplici cittadini.


Posso confermare che, più o meno in epoca recente, nel 1800, ancora destasse un certo scandalo il matrimonio combinato tra una famiglia, anche ricchissima, il cui benessere provenisse dalla mercatura ed un'altra di ceto differente.
Tuttavia, per il vil denaro, ci si turava il naso. Forse negli stati ove era molto presente la Chiesa c'era una certa avversione nei confronti dei mercanti?
Antonio
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda M.Brivio » sabato 31 marzo 2012, 16:03

GENS VALERIA ha scritto:Riguardo il rapporto ricchezza / nobiltà con me , Riccardo , sfondi una porta aperta, anzi spalancata . [cool.gif]
Ciò che caratterizzava (o almeno avrebbe dovuto caratterizzare) la nobiltà era l’espressione del comune senso di collocazione tra “uomini ben qualificati”: la dignità , la reputazione ovvero l’onore .

Un’adeguata disponibilità economica ( discreta , ostentata con pudore in rarissime occasioni ) era condizione per poter sostenere in modo degno la propria condizione nobiliare ovvero il census a supporto dello status , ma spesso i rapporti risultavano e risultano invertiti : il titolo nobiliare dapprima agognato ed in seguito ottenuto e trasmesso quale suggello di una ricchezza becera e sfacciata . [nonono.gif]


Concordo. Non ricordo l'esatta collocazione della fonte all'interno dell'archivio di stato di Pavia, ma nei processi nobiliari per l'ammissione al collegio dei giureconsulti di questa città (XVI secolo) si può notare che erano cooptati anche membri di antiche famiglie decurionali impoverite e che di professione erano, per esempio, fornai. Rari casi, forse, ma presenti.

A Milano, poi, l'attività mercantile era praticata spesso dai membri del patriziato, così come il notariato, almeno nel '300 e nel '400.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda dpascale » sabato 31 marzo 2012, 17:28

M.Brivio ha scritto:membri di antiche famiglie decurionali impoverite e che di professione erano, per esempio, fornai.


Fornai che - forse - non erano l'ultimo gradino della scala sociale... Ma sottolineo tre volte il mio 'forse', ché non mi intendo del contesto pavese cinquecentesco.

D.
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Re: Distinta civiltà: chiarificazioni e riconoscimenti

Messaggioda M.Brivio » domenica 1 aprile 2012, 12:29

dpascale ha scritto:
M.Brivio ha scritto:membri di antiche famiglie decurionali impoverite e che di professione erano, per esempio, fornai.


Fornai che - forse - non erano l'ultimo gradino della scala sociale... Ma sottolineo tre volte il mio 'forse', ché non mi intendo del contesto pavese cinquecentesco.

D.


Certamente non l'ultimo gradino, ma neanche il primo, ecco :)
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