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Davide75 ha scritto:Salve a tutti, vorrei avere qualche delucidazione sulla distinta civiltà: la mia famiglia può ottenere questo riconoscimento tranquillamente visto che posso contare su uno zio vescovo ed il suo stemma da parte di madre, propietà terriere a partire dal milleseicento e vari antenati laureati( in Teologia soprattutto, io stesso ho il Magistero in Sacra Teologia) nonché l'attività da autore musicale che porto in famiglia e che io continuo professionalmente. Se non vi disturbo troppo vorrei sapere se con questi requisiti posso ottenere un riconoscimento ufficiale, magari in Italia.
Grazie e buon 2010! Davide
quindi da prendere con beneficio di inventario ![bangin [bangin.gif]](./images/smilies/bangin.gif)
GENS VALERIA ha scritto:Mi domando: quanto l’innalzamento di uno stemma di cittadinanza da almeno un secolo ( e la prova, quindi, di legittimo e pacifico possesso su documenti o monumenti ) abbia potuto significare l’effettiva appartenenza a quella sorta di limbo nobiliare , oppure solo un’ambiziosa manifestazione di ricchezza ?
Temo che solo lo studio storico/ genealogico delle singole famiglie possa dare risposta esaustiva.
"Quel mostro della pazzia , il quale è connaturato a tutto il genere umano (...) in niuna cosa forse più frequentemente produce i suoi effetti , che in questa materia della nobiltà" ( G.B. De Luca , Il Dottor volgare ,1673)
RFVS ha scritto:Ovviamente non è assolutamente possibile generalizzare su un tema così particolare e così tanto differente da centro abitato a centro abitato, ma a gradissime linee credo che l'utilizzo di uno stemma non fosse poi così importante nell'identificazione di una famiglia all'interno di un ceto sociale civico (cioè proprio dei centri abitati - volutamente non ho usato il termite, limitativo, di città).
Esistevano altre caratteristiche proprie di famiglie civiche e che poi erano anche propri delle famiglie nobili.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere la più importante delle caratteristiche suddette non è la ricchezza, bensì la tipologia delle alleanze matrimoniali, che per le famiglie civiche ed ancor più per quelle nobili in genere avvenivano all'interno del proprio ceto sociale locale o di centri abitati limitrofi. Altra caratteristica in genere sottovalutata, ma che - quantomeno nei casi da me riscontrati (tutti facenti parte dello Stato Pontificio) - era tenuta in elevata considerazione era il possesso di una casa decorosa nel centro storico della località in oggetto.
La consistenza e la provenienza del patrimonio e tutte le altre caratteristiche - pur importanti - in genere venivano dopo. Tra queste inserisco in toto anche l'abusata "non svolgere arti meccaniche o professioni infamanti" ed anzi, nella mia esperienza ho avuto modo di comprendere che il problema della professione non era legato tanto alla tipologia di lavoro che si svolgeva, ma soprattutto alla parte di patrimonio che derivava da tale attività (in soldoni: non era fondamentale che uno non svolgesse l'attività di orafo, quanto che il suo patrimonio non derivasse totalmente da questa attività, ma per lo più da rendite di proprietà immobili e fondiarie. Ovviamente quando si parla di persone civiche o nobili che avessero svolto attività meccaniche si fa sempre riferimento a capi bottega o comunque a individui che avessero avviato fiorenti attività in fondaci di proprietà o comunque non certo ai garzoni o agli operai di bottega)
![nono1 [nonono.gif]](./images/smilies/nonono.gif)
Salvennor ha scritto:Nella mia regione nei secoli passati sembrerebbe che notai e scrivani avessero una buona considerazione sociale, spesso trampolino di lancio per carriere nell'apparato amministrativo. E frequentemente si imparentavano anche con famiglie nobili (ma a volte erano essi stessi già nobili o cavalieri, o lo diventavano in futuro).
Cmq non raramente diventavano appartenenti al ceto nobile anche persone con mestieri e professioni "meno notabili". Per esempio, relativamente ad un componente di una stirpe di Cagliari che ha espresso già dal medioevo vari personaggi importanti, compreso un Cardinale di Santa Prassede prima del 1100 e addirittura uno dei pochi Papi sardi prima del VI sec. (il loro cognome secondo vari studiosi è nato alla fine dell'impero romano), si legge
A)
i Cao di Villanova Pietro Cao, carpentiere di Villanova, sposato con Giovanna Ordà (o Hordà) y Santoru, figlia del notaio Gerolamo Ordà e di Sabina Santoru. Nel 1601 Pietro Cao era Consigliere Civico in 4ª a
Cagliari. Nel 1615, al termine del Parlamento de Gandia, fu fatto cavaliere. Morì l'11 giugno 1623
e fu sepolto in duomo. Il domer lo dichiara naturale di Villanova. I suoi figli appartennero alla 2ª generazione.
Monserrata
Cao, di Villanova, sposata con Giuliano Tola y Boy, anch'esso di Villanova. Il loro
figlio Michele Gavino Tola y
Cao prese la tonsura il 10luglio 1619.
(fonte http://www.araldicasardegna.org/genealo ... re/cao.pdf )
Dunque quella persona nonostante appartenesse ad un'antica stirpe considerata nobile (ma forse in parte decaduta) si occuppava di carpenteria, seppure credo ad alto livello (probabilmente era una "mastro"), ma poi ciò non impediva di ricoprire la carica di Consigliere. E in seguito divenne anche Cavaliere eredit.; dopo è probabile che abbia cessato la sua professione, data la sua posizione di Cavaliere.
L'unico dubbio che può rimanere è capire, per la persona di cui sopra, se il fatto di appartenere a quella stirpe ha facilitato l'ammissione nei ruoli di consigliere civico e poi l'elargizione del cavalierato eredit., come in effetti si nota per varie altre situazioni.
GENS VALERIA ha scritto: A Rimini la mercatura( tutta ) era aborrita oltre dai nobili anche dai semplici cittadini.
GENS VALERIA ha scritto:Riguardo il rapporto ricchezza / nobiltà con me , Riccardo , sfondi una porta aperta, anzi spalancata .![]()
Ciò che caratterizzava (o almeno avrebbe dovuto caratterizzare) la nobiltà era l’espressione del comune senso di collocazione tra “uomini ben qualificati”: la dignità , la reputazione ovvero l’onore .
Un’adeguata disponibilità economica ( discreta , ostentata con pudore in rarissime occasioni ) era condizione per poter sostenere in modo degno la propria condizione nobiliare ovvero il census a supporto dello status , ma spesso i rapporti risultavano e risultano invertiti : il titolo nobiliare dapprima agognato ed in seguito ottenuto e trasmesso quale suggello di una ricchezza becera e sfacciata .
M.Brivio ha scritto:membri di antiche famiglie decurionali impoverite e che di professione erano, per esempio, fornai.
dpascale ha scritto:M.Brivio ha scritto:membri di antiche famiglie decurionali impoverite e che di professione erano, per esempio, fornai.
Fornai che - forse - non erano l'ultimo gradino della scala sociale... Ma sottolineo tre volte il mio 'forse', ché non mi intendo del contesto pavese cinquecentesco.
D.
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