da Pasquale M. M. Onorati » domenica 20 settembre 2009, 2:25
Gentili forumisti,
visto che questo è diventato un processo e che in un giudizio "ei incumbit probatio qui dicit non qui negat", vi sottopongo una prova, a mio avviso, schiacciante, la dichiarazione di un testimone oculare dei fatti, quel Matteo Mureddu a cui ho solo accennato più sopra. Costui, lo ricordo, nato a Nuoro nel 1907, entrò nel 1935 come funzionario del Ministero della Real Casa; fu segretario particolare di Alessandro Mattioli Pasqualini, ministro della Real Casa dal 1910 al 1938, e successivamente addetto all'ufficio del Primo aiutante di campo di S. M. Vittorio Emanuele III e dopo di S. M. Umberto II. Infine dal 1948 al 1970 fu funzionario di ruolo della Presidenza della Repubblica. Ecco cosa affermò:
Uno strumento formidabile di propaganda monarchica sono le onorificenze degli Ordini della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro, che vengono profuse a piene mani. Quanti ne saranno insigniti terranno a conservarle e quindi dovranno concorrere a mantenere in piedi la monarchia, dando a essa il voto e procurandone altri, almeno quelli dei familiari, i quali saranno orgogliosi di avere in casa “il cavaliere”.
L’ufficio che le sforna a getto continuo è al ministero [della Real Casa ndr] ed è diretto da Vitale Cao di San Marco [direttore generale della stessa ndr].
Diverrà presto una babele e non sarà più possibile mettervi ordine. Impiegatucci di pochi scrupoli e galoppini esterni, che vi hanno libero accesso, imbastiranno imbrogli e speculazioni, che si protrarranno anche dopo l’avvento della repubblica.
Una succursale dell’ufficio è dislocata nella Casa Militare [dove lavora Mureddu ndr] e si specializzerà nel conferimento di croci e di commende agli americani.
Dai centri monarchici di tutta Italia, dai devoti di Casa Savoia, da monsignori, strenui difensori della conservazione, pervengono lunghissimi elenchi di aspiranti o presunti tali, giacchè succede talvolta che qualcuno, ricevute le insegne cavalleresche, le respinga siccome non richieste e tanto meno gradite.
E’ un’alluvione che raggiunge ogni angolo del paese, soprattutto da Roma in giù, dove l’avidità di onorificenze è molto radicata.
Negli scaffali, negli armadi, sui tavoli si accatastano migliaia e migliaia di promemoria e di segnalazioni e anche di autoproposte, bene accette anch’esse. A un certo momento non si riesce più a sbrigare il lavoro di copia, si omette di chiedere le consuete informazioni sul conto dei decorandi, che dovrebbero essere senza precedenti penali e di specchiata moralità e a Lucifero [ministro della Real Casa ndr] manca il tempo di firmare le montagne di partecipazioni di nomina. Si allestiscono, allora, lettere a stampa, su cui è riprodotta a cliché la firma del ministro. Al servizio copia non rimane altro che scrivervi gli indirizzi degli interessati e le date. Si allegano poi dei questionari, color rosa per la Corona di Italia e verde per i Santi Maurizio e Lazzaro, che gli interessati devono riempire e restituire.
In tal modo l’opera degli impiegati è ridotta al minimo e il numero dei cavalieri e dei commendatori aumenta in proporzione geometrica.
Cao non sa più dove mettere le mani ed è disorientato.
Quando ritornano al ministero, i questionari compilati sono affastellati e rimessi, ogni giorno, al Gran Magistero degli ordini equestri. Negli uffici del primo segretario e cancelliere Paolo Thaon di Revel, si lavora febbrilmente: si preparano, per la firma di Umberto, decreti comprendenti ognuno centinaia di nomi e, dopo la firma, bravi calligrafi appresteranno i diplomi, che verranno finalmente inviati, dentro tubi di cartone, a coloro che ansiosamente li attendono.
Ma saranno in pochi coloro che riceveranno il diploma, l’unico documento valido a comprovare la nomina, poiché gli avvenimenti precipiteranno e, con la proclamazione della repubblica, la straordinaria macchina che appaga i vanesi e genera voti, si arresterà.
Intanto, migliaia di lettere concessive, con la firma di Lucifero, ma con l’indirizzo e la data in bianco, sono state trafugate e, per lungo tempo, circoleranno in Italia, e con esse, saranno turlupinati molti idioti.
Quante sono state le onorificenze distribuite durante la luogotenenza e il regno di Umberto? E’ impossibile accertarlo. Il giornale “L’Unità” del 26 giugno 1946, sostiene che, in un solo mese, ne siano state conferite 27.000.
Le insegne, per ragioni di economia, non vengono offerte a tutti, ma solo alle persone altolocate e agli stranieri.
Nel corso della campagna di seminagione di croci e commende, gli addetti ai lavori sono incorsi in “gaffes” strabilianti. Un bambino di 9 anni e un altro di 10, dei quali era stato chiesto il ricovero in un istituto, per un disguido nel passaggio di carte da un ufficio all’altro, ebbero la notizia di essere stati elevati alla dignità di cavalieri. Alcuni valentuomini, nel giro di pochi giorni, si videro arrivare, due e anche tre lettere di nomina a commendatore. Un propagandista, imparentato con un funzionario pensionato di Casa Reale, che era solito far visite a Cao, si autonominò prima commendatore e poi cavaliere di gran croce della Corona d’Italia e infine grande ufficiale di SS. Maurizio e Lazzaro.
Non meno macroscopica è stata qualche corbelleria combinata dalla succursale di Infante [aiutante di campo di S.M. Umberto II].
L’ammiraglio Garofalo parte per la Svizzera e porta al nunzio apostolico a Berna il gran cordone della Corona d’Italia. Al momento della consegna, il prelato ringrazia e afferma che ne è già decorato da tempo. L’ammiraglio rimane impacciato, si scusa, ma non si perde d’animo. Bisogna rimediare a tutti i costi. Telefona a Roma e si fa mandare d’urgenza un gran cordone mauriziano, che il Nunzio accetta di buon grado.
Un uomo di 80 anni, tale Pacitti, spazzino capo del comune di Roma a riposo, chiede che gli venga assegnata la Stella al Merito del Lavoro, con la quale il ministero fascista delle corporazioni premiava i lavoratori che si erano dimostrati per lunghi anni fedeli alle aziende da cui dipendevano.
Dopo la caduta del Fascismo, questa speciale onorificenza è rimasta congelata e il colonnello Ruggeri Laderchi pensa di conferire al vecchietto la croce di cavaliere della Corona d’Italia. Quando la pratica è portata a termine, lo manda a chiamare e gli mette in mano l’insegna. Pacetti esclama: “Ma io sono già cavaliere!” E allora Ruggeri Laderchi, con un gioco di bussolotti, seduta stante, sostituisce la croce di cavaliere con quella di cavaliere ufficiale e l’ex spazzino è più che soddisfatto.
I militari statunitensi hanno un gran debole: amano fregiarsi di medaglie, di croci e di nastrini, guiderdoni che porteranno in patria, per mostrarli alteramente a parenti e amici. Essi si ingegnano a procurarseli e Casa Reale è lieta di accontentarne quanti è più possibile. Hanno anche imparato a distinguere, in quanto all’importanza, gli ordini cavallereschi.
Un tenentino si raccomanda a Luca Dainelli scrivendogli: “My dear Luca, remember the colour I prefer is green,” ricorda che il colore da me preferito è il verde e cioè quello dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Gli ufficiali americani vengono a frotte al Quirinale per essere decorati. Sovente li accompagna l’onorevole Biagio Borriello, napoletano, già consigliere nazionale della camera dei fasci e delle corporazioni [e già vicepresidente internazionale del Rotary negli anni 1931-33 ndr]. Egli è ora alle prese con l’alto commissariato per i profitti del regime, che gli ha confiscato alcuni beni. Siccome conosce la lingua inglese, collabora con i comandi alleati. E’ monarchico e ogni volta che entra in Palazzo per condurvi i suoi bravi ragazzi, reca con sé una valigetta colma di cioccolata, di caffè e di stecche di sigarette, “gifts” per Infante e Ruggeri Laderchi. Poi gli americani salgono allo studio di Umberto e insieme con lui si fanno ritrarre sorridenti, i ciondoli appesi al petto o al collo. Dopo mandano le fotografie a Infante per farle fregiare dell’augusta dedica.
Agli uomini di truppa, di norma, si assegna la croce al merito di guerra.
Il generale McNarney, comandante del Mediterranean Theatre of Operations, si preoccupa dell’estendersi di questi contatti ufficiali o ufficiosi fra i suoi uomini e le autorità italiane e dispone che nessuna proposta di decorazioni straniere sia inoltrata senza il suo parere o quello dell’ammiraglio Stone, capo della commissione alleata. Infante deve abbassare la cresta e, per salvare il prestigio, aggiunge, che a quello degli americani, sia associato il parere dei comandi o degli uffici italiani con i quali gli aspiranti alle “patacche” mantengono relazioni di servizio.
Il governo inglese, invece, ha vietato drasticamente ai suoi soldati di accettare le onorificenze dei vinti.
Una decorazione fa piacere anche agli uomini politici nostrani e Lucifero, non appena avverte il più lieve indizio che essa possa essere gradita, si affretta a conferirla, nella forma del “motu proprio”, s’intende. E così viene appioppata la commenda della Corona d’Italia anche al democristiano Giulio Andreotti.
Questi ringrazia con una lettera che è un saggio singolare di ermetismo: disquisisce sul concetto di autorità, ma nessuno, alla segreteria reale, riesce a ravvisare la forma istituzionale dello Stato da lui preferita (cfr. Matteo Mureddu, Il Quirinale del Re, Milano 1978, pp 235 ss).
Fin qui la lunga testimonianza di Matteo Mureddu che evito di commentare per lasciare spazio agli altri forumisti.
Grazie per l’attenzione.
PMMO
Fructum affert in patientia