Ho letto con attenzione la spiegazione dello stemma nel sito della Diocesi di Noto e mi congratulo davvero sia con te che con S.E. mons. Staglianò per la pregnanza dei simboli scelti.
Mi ha molto colpito il rivolo di sangue che parte dal cerchio del figlio che, essendo disposto al centro, ha dato modo al rivolo di costituire anche una sorta di linea di partizione.
La figura dei cerchi trinitari è la più nota tra quelle del
Liber figurarum gioachimita, alla quale si si lega la concezione della storia dell'abate florense: la sua visione profetica, infatti, prevede l'avvento della terza Età della storia, cioè quella dello Spirito. E tutta questa visione trinitaria, si riflette in molti punti della costruzione retorica e dottrinaria dantesca.
Anche le lettere con cui si indicano le Persone della Trinità, sono riprese da Dante in modo esplicito:
I s'appellava in terra il sommo bene, dice Adamo nel Canto XXVI, v. 134, correggendo la lezione Biblica
El , uno dei nomi di Dio in ebraico (prima parola pronunciata da Adamo). Questo verso per molti critici è oscuro, tanto che i commentatori più insigni di Dante ritengono la lettera usata per definire Dio, "una probabile invenzione di Dante, una scelta forse suggerita dal concetto di unità che l'analogo segno grafico della numerazione romana esprime.." (
Paradiso, a cura di U. Bosco e G. Reggio, Le Monnier).
Invece l'uso della
I, va ricercato in questa figura dei Cerchi Trinitari...
Ma tutta l'opera del
Liber Figurarum è una vera miniera iconografica, e il sommo poeta non riprende soltanto questa dei Cerchi trinitari: l'aquila ingigliata del Cielo di Giove, lo
Psalterium decem cordarum, i cori angelici, ed altre figure, sono direttamente riprese dalle splendide tavole miniate dell'opera gioachimita.
Sono figure molto importanti nel complesso mondo dell'iconologia medievale, che hanno avuto una grandissima fortuna, con uno strano destino: quello di essere note più dalle repliche e reinterpretazioni, che non dalle originali...

Carmina litterae non dant panem...
...sed...
Deus nobis haec otia fecit (Verg. Buc. I)