contadini e galantuomini

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contadini e galantuomini

Messaggioda L.de Bellis » sabato 25 agosto 2007, 9:13

Ill.mi Studiosi, Carissimi forumisti,

apro questo topic raccogliendo alcuni brevi appunti circa la storia del Ceto contadino e dei galantuomini in Puglia, desidererei sapere come sono andate le cose nelle altre Regioni al fine di raccogliere significative testimonianze del mondo rurale, ringrazio tutti coloro che vorranno contribuire con un loro segno.

In Provincia di Bari, ma anche in Puglia il ceto contadino fu rappresentato da gli Ummene de fore,ceto agricolo consolidatosi a partire dagli anni della dominazione francese,vedendo nel vigneto una attività primaria e non una forma di redddito integrativo.

Questo ceto si contrappose e assorbì quello più antico dei Comunanzieri. Questi ultimi erano concessionari senza assoluto dominio di Terre appartenenti all’Universitas Civium,che usavano pratiche zootecniche,esercitando i diritti civili sul demanio comunale e gli usi civici su quello feudale o regio.

Dopo l’appadronamento delle Terre Universali,il termine comunanziere passò poi ad indicare un lavoratore agricolo sottoposto a contratto stagionale e che veniva pagato con i prodotti della terra.
Il termine fore,in dialetto locale,indica sia la qualifica del lavoratore agricolo di un fondo appoderato,che la terra sul quale esercita il proprio diritto di trasformazione, fore o mi, per me esso certamente deriva da un contratto di affitto di origine medioevale tipico della Galizia, detto Fuero ,oggi invece, erroneamente si crede voglia dire fuori,extra-moenia,terre fuori la città.

A questo contratto ben definito nel diritto spagnolo ricorreva la Chiesa che concedeva ben definiti lotti di terreno,in possesso a piccoli coltivatori diretti, in una forma di enfiteusi ereditaria.

Anche i nostri foreros, ebbero in concessione dalle Enti ecclesiastici e dagli Ordini cavallereschi,la Terra,solo successivamente, nei secoli stipularono contratti ad meliorandum con i Galantuomini ,obligandosi a pagare l’annuo estaglio,quest’ultimi non disponevano di capitali da investire nelle trasformazioni colturali, poi nel tempo si passò alla mezzadria.In merito ai Galantuomini una precisazione, essi venivano divisi dal popolino in vecchie sciammerghe e prime sciammerghe, detti così perchè indossavano un abito caratteristico della nobiltà locale detto giamberga, i primi rappresentavano la nobiltà antica i secondi la gente nuova fornita di capacità imprenditoriali che aveva scalato i primi gradini della scala sociale.

I Braccianti agricoli o bracciali, ovvero i giornalieri o avventizi, in Puglia nei tempi antichi furono anche detti villani, termine derivato dalla antica villa rustica, di romana memoria,poi appellati cafoni ovvero operai agricoli che si reggevano i pantaloni ca'-fune( con la fune o spago)e in ultimo in periodo spagnolo vennero anche detti in dialetto barese cozzali, non perché mangiassero... le ottime cozze, ma perché questi lavoratori della terra portavano un caratteristico copricapo dell'epoca detto in spagnolo cociales.

All'interno della classe bracciantile c'erano delle specificità legate al lavoro u r'mnatore( potatore )u vignarul ( vignarolo),u zappator ecc

Sottoposti a questi ancora c’erano i ualani ,ovvero mozzi di stalla addetti al governo del bestiame, e le donne dette in dialetto locale i femene, ragazze o donne adulte sottopagate, adoperate in campagna per la raccolta del grano ,delle olive e dell'uva, invece sopra tutti la figura du 'Massar, ovvero il fiduciario del padrone ed amministratore della proprietà avita, in seguito furono questi ad acquistare i fondi rustici dai Galantuomi e a costituire la nuova borghesia rurale.

Lorenzo Longo de Bellis
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » sabato 25 agosto 2007, 11:10

Il discorso pur interessantissimo non è semplicissimo e andrebbe meglio circoscritto nel tempo.

Difatti ad esempio molti considerano come data cruciale il 1590 (l'anno della grande carestia) come spartiacque tra due mondi.

Facendo un discorso in generale comunque, per quanto riguarda le classi sociali, è indubbio che più piccolo è il paese e minori saranno le distinzioni tra persone e piu semplice sarà la scalata sociale.
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Messaggioda vdaurelio » mercoledì 29 agosto 2007, 15:48

Caro sig. De Bellis,
mi permetto di completare, con una estensione nel settore economico, una frase dei suoi appunti.
"... In Provincia di Bari, ma anche in Puglia il ceto contadino fu rappresentato da gli Ummene de fore,ceto agricolo consolidatosi a partire dagli anni della dominazione francese,vedendo nel vigneto una attività primaria e non una forma di redddito integrativo..."
A completamento della frase mi piacerebbe aggiungere "La Francia si ritrovò in questo periodo a dover combattere contro l'attacco parassitario dei vigneti che determinò il crollo della viticoltura nel paese. Di conseguenza, nello stesso periodo, la concorrenza dei grani statunitensi determinò la crisi delle attività cerealicole meridionali. I contadini meridionali trovarono la svolta nell'incremento della viticoltura e nella totale conversione del seminativo in colture arbustizie come per l'appunto il vigneto e l'oliveto".
segue:
"... Anche i nostri foreros, ebbero in concessione dalle Enti ecclesiastici e dagli Ordini cavallereschi,la Terra,solo successivamente, nei secoli stipularono contratti ad meliorandum con i Galantuomini ,obligandosi a pagare l’annuo estaglio,quest’ultimi non disponevano di capitali da investire nelle trasformazioni colturali, poi nel tempo si passò alla mezzadria". Credo che in questo caso si riferisca al cosiddetto <contratto di miglioria> . Elementi costitutivi della prevalente economia agricola continuano ad essere nel secondo Ottocento la masseria ed il latifondo, attorno a cui ruotano minuscoli appezzamenti fondiari di contadini precari sempre sull ’ orlo di una definitiva proletarizzazione. Come detto la concorrenza dei grani statunitensi e la crisi della viticoltura francese, stimolarono la trasformazione del seminativo e dell ’ incolto in vigneto. Il contratto di miglioria fu lo strumento di questa trasformazione che può così riassumersi: al colono era assegnato per una durata variabile tra i dieci e i venticinque anni uno dei tanti lotti di terreno derivanti dalla frammentazione dei grandi latifondi incolti. Il conduttore si impegnava ad introdurre nuove colture arboree o arbustive, dei cui frutti, però, molto difficilmente avrebbe potuto goderne a lungo sia per il canone molto elevato e sia per la possibilità riconosciuta al proprietario di rescindere il contratto e scacciare il colono senza risarcimento alcuno per le migliorie apportate nel caso di mancato pagamento per un anno del canone fissato. Il contratto già di per sé oppressivo diventa clamorosamente vessatorio e contribuì all ’ inizio della crisi agraria che colpì pienamente la Puglia nel 1880. La concorrenza con i vigneti francesi e le malattie parassitarie delle vigne segnarono la rovina definitiva della maggior parte dei contadini. Ben presto i proprietari scacciarono dai fondi i coloni indebitati non più capaci di pagare il canone pattuito riappropriandosi in pieno senza alcuna spesa di terreni messi a coltura e profondamente trasformati grazie ad una mole immensa di duro lavoro contadino non retribuito.

La fonte di queste infomazioni è un link internet che in questo momento non trovo. Se ti interessa te lo posso postare dopo.

Scusa il testo lungo ma questa è una materia che tengo a cuore per la fierezza del mio essere MERIDIONALE, CAMPAGNOLO E ILLITTERATO.
Saluti
Vincenzo DAurelio
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Messaggioda RFVS » mercoledì 29 agosto 2007, 16:02

La concorrenza con i vigneti francesi e le malattie parassitarie delle vigne segnarono la rovina definitiva della maggior parte dei contadini.


Niente di più vero. Dopo la metà del 1800 l'Europa intera (e soprattutto le nazioni viticole per eccellenza: Italia, Francia, Spagna e Germania) fu flagellata da un acaro chiamato viteus vitifoliae o più comunemente Fillossera. Originario degli USA giunse da noi con gli scambi commerciali di materiale viticolo e mentre le varietà d'uva americana erano resistenti o tolleranti, quelle nostrane si scoprirono altamente sensibili. Fu un disastro.

Da allora, dopo decine d'anni di sperimentazioni ed incroci, la viticoltura esiste solo grazie ai portinnesti americo-europei sui quali vengono innestate le verietà di vite europee.

perdonate la digressione vitivinicola...ma per un enologo astenersi da un tale argomento è impossibile.. :wink:
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Messaggioda Gian » mercoledì 29 agosto 2007, 16:50

RFVS ha scritto:
La concorrenza con i vigneti francesi e le malattie parassitarie delle vigne segnarono la rovina definitiva della maggior parte dei contadini.


Niente di più vero. Dopo la metà del 1800 l'Europa intera (e soprattutto le nazioni viticole per eccellenza: Italia, Francia, Spagna e Germania) fu flagellata da un acaro chiamato viteus vitifoliae o più comunemente Fillossera. Originario degli USA giunse da noi con gli scambi commerciali di materiale viticolo e mentre le varietà d'uva americana erano resistenti o tolleranti, quelle nostrane si scoprirono altamente sensibili. Fu un disastro.

Da allora, dopo decine d'anni di sperimentazioni ed incroci, la viticoltura esiste solo grazie ai portinnesti americo-europei sui quali vengono innestate le verietà di vite europee.

perdonate la digressione vitivinicola...ma per un enologo astenersi da un tale argomento è impossibile.. :wink:

tutto correttissimo...
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Messaggioda L.de Bellis » mercoledì 29 agosto 2007, 16:51

Preg.mi D'Aurelio e Francalancia,

vi ringrazio per cortese attenzione e ulteriore contributo per le approfondite conoscenze storiche degli eventi della nostra Terra, approfondisco la materia come viticoltore di professione e appassionato di storia locale con una piccola precisazione per il gent.mo Enologo..

In passato la riproduzione delle viti con sistema artificiale a talea era l'unica consuetudine praticata fino ai primi del XX sec, bastava procurarsi dei sarmenti di vite dei vitigni nostrali metterli a dimora senza alcun innesto.Solo a partire dal primo decennio del XX sec.in Puglia, a seguito della fillossera causò la sistematica morte delle piante.
Dopo, si riprodusse la vite per piantine in vivaio dette barbatelle o americano come ricordato e si dovette succesivamente provvedere all'innesto della varietà voluta.

Grazie..e in attesa dialtri contributi da altre Regioni, porgo un cordiale saluto.

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Messaggioda RFVS » mercoledì 29 agosto 2007, 17:04

certamente, oggi purtroppo di viti "franche di piede" non se ne vedono praticamente più...e la selezione delle cultivar è talmente forte che anche le viti innestate, in età avanzata, cominciano ad essere colpite dalla fillossera...

...non avrei mai pensato di trovare un viticoltore come me in forum!! :D
in che cosa ti diletti, se posso?
specifico che ho usato il termine "diletti" perchè la viticoltura per me è soprattutto un piacere ed una goduria per l'animo. :D ...quando poi il prodotto è pronto la goduria si espande anche al naso ed alla bocca! :wink:

tu mi capirai bene...
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Messaggioda L.de Bellis » mercoledì 29 agosto 2007, 17:37

Gent.mo Francalancia,

le barbatelle innestate...stanno ancora bene.

Da sempre in famiglia anche se professionisti non abbiamo mai abbandonato la Terra, anche se essa non ci ha mai ripagato,delle vessazioni commercali che abbiamo subito nei secoli, l'amore per la campagna ci ha fatto custodi delle tradizioni e della cultura di un mondo che altri avrebbero voluto sotterrare da un pezzo, ma noi forti nell'animo e nelle armi che custodiamo, tenteremo di tramandare tutto ai nostri figli.

La mia generazione si dedica alla coltivazione dell'uva da tavola di Puglia e alla coltivazione dell'Olivo, mio padre medico aveva inziato questa attività con le varietà da tavola, mio nonno medico coltivava la vite di Primitivo ed aveva un antico stabilimennto enologico in masseria e conservava l'attività cerealicolo-zootecnica , il mio bisnonno agricoltore apprezzava i fondi rustici e svolgeva l'attività cerealicola anche se non disdegnava già l'uva di Troia, il trisavolo allevava la podolica pugliese ed il murgese, il quiadrisavolo.......

Certo di fare cosa a te gradita, porgo le dolorose note.

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Messaggioda RFVS » mercoledì 29 agosto 2007, 17:43

anche voi di datata tradizione...mi fa piacere
Anche noi abbiamo una certa tradizione agricola...all'incirca dalla fine del '700...ed al vostro stesso modo gli abbiamo sempre abbinato altre professioni. Io però sono agricoltore nell'animo e di ciò ho fatto il mio piacere ed il mio lavoro.

mi inchino a chi, come me, scrive Terra con T maiuscola! :D
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Messaggioda L.de Bellis » mercoledì 29 agosto 2007, 17:52

Noi dal 1300, non l'abbiamo mai abbandonata, io l'agricoltore lo faccio per mestiere e dovere, se trovi i miei interventi lin questo forum la troverai sempre con la maiuscola.

Con affetto

Lorenzo
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Messaggioda RFVS » mercoledì 29 agosto 2007, 17:56

ossequi all'antichità di stirpe e di tradizione.

...sempre con la T maiuscola!!!! ...dalla Madre Terra viene tutto, bene e male.
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Messaggioda Lord Acton » giovedì 30 agosto 2007, 0:08

Grazie a tutti per questa bella discussione che mi stà facendo imparare una enormità di cose interessanti.

E' con queste piccole notizie che si ricostruisce la grande storia.

Lord Acton
Amiamo il servizio straordinario... le imprese giudicate assurde o impossibili (A. Dumas)
Lord Acton
 
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Messaggioda L.de Bellis » giovedì 30 agosto 2007, 5:08

Lord Acton ha scritto:Grazie a tutti per questa bella discussione che mi stà facendo imparare una enormità di cose interessanti.

E' con queste piccole notizie che si ricostruisce la grande storia.

Lord Acton


Gent.mo Lord Acton,

la ringrazio per la cortese attenzione al topic da me proposto, la conversazione ricostruisce una microstoria dimenticata, ma che in queste pagine che adesso ancora proporrò,sperando di non tediarvi, ci arricchirà di quella cultura agraria che per secoli è stata l'attività primaria di questa nostra Terra.
Riprendo la conversazione parlando di Masserie del mio territorio, ma con una storia comune atutte quelle del Meridione d'Italia,con l'aiuto di altri autorevoli Autori e di non poche mie considerazioni.

La Masseria : Origine e importanza

La masseria (massa) costituisce la struttura agraria più importante della campagna moderna.

Con questo termine si intende propriamente un centro di produzione ed organizzazione del lavoro agricolo (Licinio) inserita all’interno della grande proprietà fondiaria di Età Moderna (ed in parte medievale), dominata dal latifondo cerealicolo-pastorale.

Il loro interesse, oltre che storico ed architettonico, è anche culturale, costituendo degli autentici crocevia multidisciplinari fra storia, economia, diritto, demografia, agronomia, antropologia culturale, ecologia, architettura ed urbanistica la comprensione del quale richiede lo sviluppo di un approccio conoscitivo complesso.

I precedenti

La masseria come emergenza paesaggistica non sorge improvvisamente nel passaggio fra tardo Medioevo ed Età Moderna, ma costituisce il più delle volte l'evento terminale di un lungo processo evolutivo delle strutture agrarie succedutesi nell'arco di millenni.

Essa stessa ha affrontato nel corso della sua plurisecolare vita notevoli mutamenti, sia edilizi che organizzativi che gestionali.
Il precedente più interessante della masseria è rappresentato certamente dalla villa rustica romana, rispetto alla quale non mancano analogie, ma anche differenze essenziali.
Le prime si basano sul fatto che molte masserie sorgono su siti occupati a suo tempo da villae, come testimoniato da riscontri archeologici particolarmente significativi quelli relativi alla Masseria Purgatorio ( villae que vocatur Bigetti) e toponomastici, in primo luogo i prediali in -ano (come Rutigliano e molte altre) o le denominazioni contenenti Villa (Villanova).
Le differenze sono stigmatizzate invece dal diverso indirizzo colturale (la villa privilegiava infatti la coltura specializzata della vite e dell’ olivo) e dal ricorso alla manodopera schiavile.
Le prime strutture produttive denominate Maxariae di cui si ha notizia nel Barese risalgono al Medio Evo; si tratta di masserie regie, aziende pubbliche specializzate nella cerealicoltura, insistenti su territorio demaniale e gestite da un complesso e pletorico apparato burocratico.
Fu proprio la presenza di tali strutture ad impedire per lungo tempo la creazione di analoghe strutture gestite da imprenditori privati.

Nascita di un sistema

La nascita di un sistema territoriale centrato sulle masserie trova la sua ragione storica più profonda nel profilarsi all'orizzonte socio-economico mediterraneo di una nuova cultura economica, mercantile e proto-capitalistica, se non, modernisticamente, globalizzata, come chiaro superamento dell'angustia dell'ideale, tutto medievale, dell'autarchia e dell'autosufficienza.

I protagonisti di questa profonda innovazione furono, in prima fila, le classi egemoni cittadine,di estrazione per lo più nobiliare. I nuovi signori della terra si rivolsero con più o meno cospicui investimenti prevalentemente alla cerealicoltura ed all’allevamento ovino.
Il ritorno alla terra tardo-medievale fu agevolato e reso più vantaggioso dal concorrere di molteplici fattori. In primo luogo l'ampia disponibilità di terra, come conseguenza della grave crisi del ‘300, con il conseguente spopolamento di molti feudi, casali e chiese rurali.
Altra terra fu immessa nel mercato fondiario a seguito della frammentazione dei grandi latifondi feudali ed ecclesiastici, dalla illecita occupazione delle terre demaniali e dall’accorpamento di tanti microfondi contadini, incapaci di star dietro al nuovo trend.
Nascevano così, a partire dal ‘400, le prime vere e proprie masserie, avviate a divenire le strutture portanti della agricoltura mediterranea mercantilizzata.
I siti prescelti per l'erezione delle strutture edilizie delle masserie coincisero spesso con i resti di antichi casali, insediamenti rupestri e chiese rurali e comunque lungo le Lame e l’Acqua.
Da un punto di vista sociale l'affermazione del sistema masseria coincise con il consolidamento di distinte élite aristocratiche all'interno dei principali centri abitati, con la crescita smisurata della proprietà del clero (sia secolare che regolare) e con la commercializzazione dei feudi.

Strutture e funzioni

In un primo momento l’indirizzo gestionale delle masserie era molto diversificato. Alcune avevano una preminente vocazione zootecnica, in relazione anche ai crescenti flussi di bestiame transumante, richiamato nel Barese, nel Foggiano e nel Tarantino dalla istituzione della Dogana della Mena delle Pecore, voluta dal Re aragonese Alfonso il Magnanimo . Nacquero così le Masserie di Pecore, ma anche di vacche e di maiali.
Un discorso a parte meritano le masserie equine, gestite in regime di monopolio dallo Stato.

Infatti in un primo momento l’indirizzo gestionale delle Masserie era molto diversificato,alcune avevano come tipologia una vocazione esclusivamente zootecnica(della Madonna,di S. Martino ,di Pagnotta, del Purgatorio) dette Masserie di Pecore (si allevava la Pecora Gentile di Puglia) per la lavorazione casearia e la produzione di carne e lana, ma anche di vacche e maiali.

In altre Masserie dette Regie (M. del Regio, M. S. Nicola),già ai tempi di Federico II,con amministrazione e governo proprio ,erano aziende statali specializzate finalizzate all’inserimento dello Stato nella rete dei commerci internazionali, si selezionava la razza bovina podolica oppure si selezionavano le sementi.

Molte masserie divengono di proprietà regia, regolate da particolari statuti (fra cui la "Costitutio...super massariis curiae" di Federico II e lo "Statutum massariarum" di Manfredi). Nel 1443, con la riorganizzazione della "Dohana Menae Pecudum" voluta dal re Alfonso d'Aragona, le masserie divengono punti strategici per la gestione della produzione agricola, ma soprattutto del traffico del bestiame soggetto a transumanza.

Istituite dette aziende agricole nelle Difese, aree escluse dalla fruzione pubblica, site una volta nelle Terre Universali, si allevavano anche vacche ,tori e buoi di razza,utilizzati in agricoltura anche per arare in coppia (il paricchio),spesso usati anche come unità di misura.

Una menzione a parte merita la Masseria Regia Equina detta Cavallerizza o Aratia, gestita dal Monopolio di Stato in periodo Aragonese,ove si selezionavano le razze equine per uso militare e da lavoro,vedi la nascita del Cavallo delle Murge, dal cavallo denominato Conversano o Napolitano.

IConti di Conversano dedicarono passione e competenza nell’allevamento di dette razze equine.

Altre ancora dette Masserie da Campo, avevano l’indirizzo cerealicolo-zootecnico (di de Bellis,di Poli,di Ciacci,di Panicelli ecc.) ove la coltivazione di cereali e leguminose nei parchi, e di olive e mandorle nelle chiusure e nei chiusi, ove una adeguata recinzione di muretti a secco impediva l’ingresso di pecore e di cinghiali. Le coltivazioni servivano al diretto sostentamento delle famiglie coltivatrici e del popolo,ma non si disdegnava l’allevamento di api e colombi .

Le altre colture

A partire dal ‘700 la presenza ed il peso economico della olivicoltura crebbe in maniera esponenziale anche in seno alla masseria, occupando sia i seminativi sia le aree via via conquistate alla macchia mediterranea. Ruolo sempre marginale vi ebbe invece la viticoltura, che presupponeva una diversa organizzazione del lavoro ed interessava contesti territoriali differenti.
Anche se occupava fisicamente uno spazio in genere ridotto, il giardino, area, in genere murata, riservata alla frutticoltura ed alla orticoltura, divenne un componente costante; a seconda della sua grandezza poteva essere riservato al sostentamento dei lavoratori ospitati nella stessa, oppure costituire un distinto e alquanto remunerativo indirizzo colturale, gestionalmente separato dalle altre componenti della masseria.

La crisi

Nel corso dell’800, con la perdita dei tradizionali mercati di riferimento, inizia per la masseria di Puglia un lento ma progressivo declino.
La cerealicultura, in particolare, sottoposta alla concorrenza spietata delle soverchianti produzioni di oltreoceano, non fu più remunerativa; lo stesso accadde anche per la produzione olearia, da sempre qualitativamente inferiore rispetto a quella del Barese.

La pastorizia infine accelerò il suo declino specie a seguito delle bonifiche di fine secolo.
Ciò che condusse, tuttavia, a cavallo fra ‘800 e ‘900, alla completa dismissione di moltissime masserie fu la grande diffusione della viticoltura, che concesse ai contadini una stagione di relativa agiatezza tanto insperata quanto effimera.

Masserie e Galantuomini

L'Ottocento consacrò il predominio incontrastato della nuova borghesia agraria, personificata da una nuova figura di signore terriero, il Galantuomo.Agevolati da una legislazione forestale molto più permissiva, i nuovi galantuomini intensificarono le tradizionali colture a danno dell' ancora ampia superficie boschiva; nel contempo prestarono una particolare cura anche alla facies architettonica degli edifici, per renderle armoniche con le nuove funzioni di rappresentanza che queste erano chiamate a svolgere.
La stagione postunitaria rappresenta il massimo sviluppo edilizio della masseria storica, che ha visto quelle che erano state, per secoli, semplici, e spesso trascurate, strutture di servizio, trasformarsi in prestigiose dimore signorili : il Casino di Campagna. Ciò in contrappunto con imminenti segnali di crisi, che minavano le basi della loro esistenza.


Le Prospettive

La moderna agricoltura industriale non ha più bisogno di una struttura fisica di coordinamento territoriale, ruolo-funzione storicamente svolto dalla masseria. Questa constatazione offre una buona chiave di lettura per comprendere l'attuale stato di salute delle masserie del Barese.

Poche, troppo poche, costituiscono ancora quelle strutture vitali che la tradizione ci ha tramandato; alcune resistono (spesso stravolte) negli edifici, ma la loro funzione è completamente mutata, in senso residenziale-ricreativa, il casino di campagna, o agrituristica. Molte, certamente troppe, giacciono in situazioni di staticità sempre più precaria sia per l'ingiuria del tempo sia per la deprecabile attività di assassini della storia che le stanno letteralmente smantellando per rivenderne mattoni, pile e chianche a complici amanti del cosiddetto rustico.

Con la speranza di aver meglio reso il dovuto alla Storia rendo la nota.

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Messaggioda AndreaSperelli » giovedì 30 agosto 2007, 10:05

L.de Bellis ha scritto:
[...]

Poche, troppo poche, costituiscono ancora quelle strutture vitali che la tradizione ci ha tramandato; alcune resistono (spesso stravolte) negli edifici, ma la loro funzione è completamente mutata, in senso residenziale-ricreativa, il casino di campagna, o agrituristica. Molte, certamente troppe, giacciono in situazioni di staticità sempre più precaria sia per l'ingiuria del tempo sia per la deprecabile attività di assassini della storia che le stanno letteralmente smantellando per rivenderne mattoni, pile e chianche a complici amanti del cosiddetto rustico.

[...]

Lorenzo Longo de Bellis

Detesto il totale disinteresse verso la storia dell’imprenditoria moderna, antiche e prestigiose dimore oggi non vengono più acquistate per renderle nuovamente accoglienti abitazioni, ma per rovinarle definitivamente. Due esempi che ho notato ultimamente sono i seguenti:

1. Acquisto di una villa che fu dei Rangoni (feudatari e in seguito, se non ricordo male, marchesi di Spilamberto – Modena) per trasformarla in un albergo.

2. Acquisto di una enorme villa appena fuori Modena che fu una residenze estiva degli estensi per smembrarla internamente e creare tanti appartamenti e negozi.

Perché nessuno decide più di investire in queste meravigliosi manieri ? Abitare in una di quelle residenze non ha forse un valore aggiunto ? un “nonsocchè” che solo la storia ci può fornire!
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Messaggioda RFVS » giovedì 30 agosto 2007, 10:20

Perché nessuno decide più di investire in queste meravigliosi manieri ? Abitare in una di quelle residenze non ha forse un valore aggiunto ? un “nonsocchè” che solo la storia ci può fornire!



Perchè queste magnifiche dimore sono strutturalmente inadatte alla vita ed al modus habitandi dei nostri giorni.
Si vende e si compra meglio un piccolo appartamento, possibilmente ai piani alti, piuttosto che una bella villa antica.

esempi di riutilizzi turistici, ma con criterio e buon senso:

Castello di Antognolla (PG)
Castello di Montesperello (Magione, PG)
Villa Baldeschi o in gergo comune Palazzo Grande (Corciano, PG)
Castello di Mongiovino (Tavernelle, PG)
Castello di Monte Vibiano (PG)

con meno buon senso, ma sempre nel rispetto dell'antico:

Castello di Montepò (Scansano, GR)
Castello di Colle Massari (Cinigiano, GR)

con poco buon senso:

Castello di Cenerente o dell'Oscano (Magione, PG)
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