Sindaco dei nobili

Per discutere, di tutto un po' sulle nostre materie / Discussions of a general nature on our topics

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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 14 gennaio 2007, 13:31

Concordo ovviamente molto con l'intervento di Marilisa. Vorrei spiegare meglio il termine "autoreferenziale" che comprendo non essere forse il piu appropriato.

Questo non indicava l'assenza di regole della serie "E' nobile chi ci pare", ma piuttosto uno stretto controllo delle "regole" da parte della nobiltà stessa.

In fondo se ci pensiamo bene è anche naturale che la nobiltà dell'epoca riconoscesse come suo pari solo e soltanto chi rispondesse ai canoni illustrati da Marilisa.

Per quanto riguarda il manoscritto Correale pure concordo con Marilisa. Indubbiamente si tratta di una fonte volontaria e per tale motivo va depurata dagli intenti "diffamatori" ma resta comunque una fonte molto interessante, tanto piu che le parti che ho potuto verificare sono molto precise :wink:
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Messaggioda Fratg » domenica 14 gennaio 2007, 14:54

Gentile Marilisa, mi permetta di essere in disaccordo con alcune sue affermazioni:
Prima di tutto a quanto ne so io la nobiltà calabrese era abbastanza serrata, al contrario di quanto potesse essere in altri paesi dell'italia stessa, infatti studiando le cittadine di questa regione si trovano famiglie che hanno dominato per interi secoli senza interruzione o cambiamenti sono poche le occasioni in cui una famiglia del volgo è riuscita ad arrivare alla scalata sociale o addirittura a d acquistare un feudo ( solo nel 1500 si è verificato questo fenomeno massicciamente a causa della forte inflazione che investì l'europa), la nobiltà calabrese aveva forti regole da napoli e molti vincoli oltre ad avere benefici ( spesso differenti da regione a regione nel solo regno di napoli). Per cui non sono sicuro di poter affermare che vi siano molte famiglie calabresi nobili con origini plebee se non risaliamo a prima del 1500.
Concordo con lei nel dire che molte dinastie di laureati con importanti professioni o alte cariche non hanno mai beneficiato di nessun titolo nobiliare, ma mi permetto di affermare che questo avveniva di rado a forza di ciò ricordo la composizione econmica del territorio calabrese che era formato da pochi possidenti molto ricchi e da una povertà e miseria che non è cambiata negli anni, le cito solo un dato all'inizio del 900 la calabria aveva oltre l'80% di analfabetizzazaione... Giungo quindi alla mia conclusione nel dire che sì è vero che molto famiglie di ingegneri o notai non erano nobili (anche se prima dell'800 dubito che un laureato non fosse nobile), è vero anche che in calabria non c'erano università e per fare studiare un figlio una famiglia lo doveva mandare fuori es Napoli... quest'ultima affermazione mi porta a dire che spesso quelle stesse famiglie erano nobili da prima della laurea, poichè solo i nobili avevano le possibilità di mandare a studiare un figlio( visto che in calabria non esistevano classi medie)..... le famiglie di laureati sono spesso l'evoluzione di famiglie nobili..... non è sempre così ma per quella che è la mia modesta esperienza, la maggiorparte dei casi...
Riporto un ultima dato: non conosco le leggi di allora ma lei è sicura che i notai non fossero laureati???? La mia famiglia ne vanta davvero tanti e posso dirle che sono in possesso di una laure di notaio che è datata con data anteriore al 1500 ed inoltre posseggo libri di giurisprudenza dal 1700 in poi e questo significa che i miei avi erano tutti laureati in giurisprudenza e non vi è alcun dubbio che fossero stati notai ...... questo mi fa pensare che forse una laurea ci voleva e d'altraparte per entrare in una casta come quella (all'epoca costituiva in importante ceto con molti privileggi) penso fosse il minimo la laurea...
Queste non vogliono essere critiche alle sue certamente motivate affermazioni, ma semplicemete un mio contributo a precisazione ed ampliamento delle sue tesi che ripeto trovo per tutti gli altri versi esatte ....
A questo punto chiedo a gli altri lettori del forum cosa pensano ....

Saluti
Francesco
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 14 gennaio 2007, 15:27

Fratg ha scritto:Gentile Marilisa, mi permetta di essere in disaccordo con alcune sue affermazioni:
Prima di tutto a quanto ne so io la nobiltà calabrese era abbastanza serrata, al contrario di quanto potesse essere in altri paesi dell'italia stessa, infatti studiando le cittadine di questa regione si trovano famiglie che hanno dominato per interi secoli senza interruzione o cambiamenti sono poche le occasioni in cui una famiglia del volgo è riuscita ad arrivare alla scalata sociale o addirittura a d acquistare un feudo ( solo nel 1500 si è verificato questo fenomeno massicciamente a causa della forte inflazione che investì l'europa), la nobiltà calabrese aveva forti regole da napoli e molti vincoli oltre ad avere benefici ( spesso differenti da regione a regione nel solo regno di napoli). Per cui non sono sicuro di poter affermare che vi siano molte famiglie calabresi nobili con origini plebee se non risaliamo a prima del 1500.

Credo che non siano ben chiari i vari tipi di nobiltà che esistevano all'epoca. Il discorso è complesso e naturalmente come affermato piu volte non si puo generalizare ma cercherò di fare un piccolo schema. Tutto dipendeva dalla fons, cioè da chi aveva concesso la nobiltà:

1) Nobiltà concessa dal re (in genere nobiltà feudale o similia)
2) Nobiltà riconosciuta dalle città "serrate" ovvero dalle città cui era stato concesso questo privilegio dal re
3) Nobiltà non riconosciuta da alcuna fons ma "di fatto"

Dei tre tipi naturalmente la piu diffusa era il terzo tipo che non è escluso abbia poi ottenuto anche riconoscimenti di primo e secondo tipo. Detto questo si capirà come le scalate sociali se non di per se semplici era possibile eccome! E di questo come detto in messaggi precedenti ne abbiamo diversi esempi nel corso del '600 e '700.


Concordo con lei nel dire che molte dinastie di laureati con importanti professioni o alte cariche non hanno mai beneficiato di nessun titolo nobiliare, ma mi permetto di affermare che questo avveniva di rado a forza di ciò ricordo la composizione econmica del territorio calabrese che era formato da pochi possidenti molto ricchi e da una povertà e miseria che non è cambiata negli anni, le cito solo un dato all'inizio del 900 la calabria aveva oltre l'80% di analfabetizzazaione...

E' sbagliato giudicare il tessuto socio-economico del '600 o '700 sulle nostre o sulle conoscenze dei nostri genitori. La questione è molto molto piu complessa e lagata a fattori che nella nostra epoca non esistono.

Giungo quindi alla mia conclusione nel dire che sì è vero che molto famiglie di ingegneri o notai non erano nobili (anche se prima dell'800 dubito che un laureato non fosse nobile), è vero anche che in calabria non c'erano università e per fare studiare un figlio una famiglia lo doveva mandare fuori es Napoli... quest'ultima affermazione mi porta a dire che spesso quelle stesse famiglie erano nobili da prima della laurea, poichè solo i nobili avevano le possibilità di mandare a studiare un figlio( visto che in calabria non esistevano classi medie)..... le famiglie di laureati sono spesso l'evoluzione di famiglie nobili..... non è sempre così ma per quella che è la mia modesta esperienza, la maggiorparte dei casi...

Quest'affermazione non è esatta, anzi. A parte il fatto che non serviva laurea per fare il notaio ma i nobili mai (almeno per la zona della locride) hanno svolto la professione di notai .. :roll:

Riporto un ultima dato: non conosco le leggi di allora ma lei è sicura che i notai non fossero laureati???? La mia famiglia ne vanta davvero tanti e posso dirle che sono in possesso di una laure di notaio che è datata con data anteriore al 1500 ed inoltre posseggo libri di giurisprudenza dal 1700 in poi e questo significa che i miei avi erano tutti laureati in giurisprudenza e non vi è alcun dubbio che fossero stati notai ...... questo mi fa pensare che forse una laurea ci voleva e d'altraparte per entrare in una casta come quella (all'epoca costituiva in importante ceto con molti privileggi) penso fosse il minimo la laurea...

Sicurissimo che non serviva la laurea. Oltretutto non ho mai sentito chiamare un notaio UJD, cosa che mi sembra alquanto esplicativa..

Queste non vogliono essere critiche alle sue certamente motivate affermazioni, ma semplicemete un mio contributo a precisazione ed ampliamento delle sue tesi che ripeto trovo per tutti gli altri versi esatte ....
A questo punto chiedo a gli altri lettori del forum cosa pensano ....

Spero di essere stato chiaro nell'esporre il mio pensiero :wink:

Saluti
Francesco
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Messaggioda Fratg » domenica 14 gennaio 2007, 17:46

Mi permetta di insistere, non voglio essere assillante, ma sono convinto cheil tessuto socio-culturale del territorio è l'unico mezzo in grado di spiegare certi fenomeni come il fatto che i laureati in calabria fossero davvero pochi e spesso apparteneti ad importanti famiglie ...... Tali conoscenze non sono reminescenze di vecchi studi o racconti ma il sunto di studi su libri storici calabresi......
Inoltre aggiungo che conosco di persona esempi proprio nella locride di baroni che svolgevano professioni di notai o speziali, tuttora farmacisti (io sono di reggio calabria).....
Trascurando questi punti sui quali non mi trova perfettamente d'accordo Mi incuriosisce il fatto che i notai non fossero laureati...... ha qualche inforazione al rigardo, che possa spiegarmi meglio tale situazione ??

Grazie anticipatamente per la risposta....
Francesco
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Messaggioda Gallicianus Scriptor » domenica 14 gennaio 2007, 19:01

Saluto tutti i partecipanti a questo interessante forum giacché questo è il mio primo intervento.

Mi permetto di inserirmi nella discussione giacché si tocca un argomento che ho studiato a fondo.

I notai del regno di Napoli e Sicilia fin dai tempi di Federico II non erano dottori in legge e non possedevano lauree. Essi venivano nominati dalle autorità statali, dopo aver superato un esame pratico. Dopo il superamento dello stesso essi ricevevano un privilegio di nomina che veniva inviato da Napoli (probabilmente come quello che Lei menziona e possiede per il XV secolo), ma non si trattava di una laurea. Le norme che regolavano l’accesso al notariato si ritrovano disposte nelle costituzioni di Melfi di Federico II, mantenute e riprese nella legislazione dei successivi sovrani fino alla fine dell'età moderna, anche dopo l'età napoleonica (Sull'argomento cfr. M. CARAVALE, La legislazione del Regno di Sicilia sul notariato durante il medioevo, in AA. VV., Per una storia del notariato meridionale, Roma 1982, pp. 223-297).
Pertanto la preparazione era curata privatamente a spese dell’aspirante o della sua famiglia. L’obbligo di possedere la laurea in giurisprudenza sarà introdotto in Italia soltanto dopo l’unità, a partire dal 1913; sull’argomento cfr. G. ANCARANI – F. MAZZANTI – G. PEPE, Il notariato in Italia dall’età napoleonica all’Unità, Roma 1983.

Riguardo alla nobiltà dei notai Federico II aveva stabilito che essi dovessero essere esclusivamente nobili ed effettivamente fino a tutto il Quattrocento essi furono quasi sempre reclutati in questa classe. Tuttavia, successive disposizioni allargarono il reclutamento anche al ceto medio, fascia sociale come è noto, in forte espansione in età moderna. In effetti in Calabria si ritrovano notai nobili fino alla fine del Cinquecento (Luca Fonte di famiglia suffeudataria a Castelvetere fra Quattro e Cinquecento, Troilo Gagliardi a Gerace nel 1541, cfr. SASL, fondo Gerace, vol. 1 visita pastorale di Mons. Tiberio Muti, f. 1r, ed altri); successivamente (dal Seicento in poi) il reclutamento dei medesimi avvenne (come il Sig. Bedini correttamente sottolinea) quasi esclusivamente nel ceto medio che era tutt'altro che inconsistente nella regione. Nuove ricerche su fonti primarie, infatti, attestano per i secoli dal XVI al XVIII una presenza ed un ruolo di non secondaria importanza di questo ceto in seno alla società, contrariamente a quanto ritetuno da certa datata storiografia di matrice idealistica.
Riguardo all'alfabetizzazione, le ricerche andrebbero condotte sui secoli che ci interessano e per i quali le statistiche risultano assai complesse da realizzare e non su statistiche post-unitarie. Segnalo soltanto che fra cinque e settecento una buon numero di artigiani (calzolai, fabbri, conciapelli, fabbricatori, ecc. nella Locride o in altre aree della regione sapeva leggere o quantomento apporre la propria firma) fatto non trascurabile considerando le possibilità di istruirsi dell’etpoca (cfr. SASL, fondo notarile, obblighi, testamenti e alberani).
Infine, per quanto possa apparire inconsueto, non è affatto vero che un artigiano non potesse mantenere agli studi universitari un proprio figlio nella capitale. Come giustamente segnala Bedini che, i documenti li ha consultati davvero, ciò avveniva molto più spesso di quanto si possa immaginare.
Saluti
G.S.
Venit tempus ut vadam ad eum qui misit me! Cinis sum, in cinerem revertar: cupio dissolvi et esse cum Christo!
Gallicianus Scriptor
 
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Messaggioda Fratg » domenica 14 gennaio 2007, 20:03

Ringrazio Gallicianus per il suo più che esauriente intervento ......e per i chiarimenti datami.... e non insisto con le tesi anche se continuo a ritenerle nonostante tutto non sbagliate......credo in realtà vero che ci fosse qualcuno che potesse permettersi di studiare ma ripeto erano davvero pochi per la povertà del territorio..... leggendo libri sulla mia terra (che non sono libri che trattano di nobiltà ma di storie vere di paesi e di gente) ho spesso riscontrato la povertà che opprimeva queste zone (tuttora vivendocci ho giornallmente conferma di ciò) in particolare la zona di cui tanto si parla la locride era una zona che ha subito fino all'ottocento incursioni, basta leggere la storia di città sullo ionio quali africo, ardore o altre per capire realmente le condizioni di vita di questa gente, ma basta leggere la storia di Annà per capire come fosse difficile anche solo lavorare ...... ancora basta leggere le dissertazioni dei visitatori in calabria per capire come fosse difficile anche solo spostarsi figuriamoci andare fuori per studiare....... l'emigrazione che spesso ha caratterizzato alcune zone non va considerata, a mio avviso, come un viaggio di studio.....
non voglio andare oltre, perchè sembro già troppo presuntuoso così, ma vi assicuro che ho anche io le mie fonti che sono libri e documenti più o meno famosi (spesso presi da privati) che sono a testimonianza di ciò che dico .......
Con questo giuro che non insisterò più e spero solo di non avervi fin troppo annoiato.......
Ringrazio il professore Bedini per le nozioni che ha voluto insegnarmi (oltre che per avermi sopportato :wink: ) e tutti quelli che hanno contribuito...

Saluti a presto.....
Francesco
Fratg
 
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 14 gennaio 2007, 20:53

Caro Gallicianus Scriptor benvenuto nel forum :D e grazie per l'alta qualità del tuo intervento :wink: in cui hai anche riportato le fonti, cosa che io ogni tanto non faccio per pigrizia :roll:

Caro Fratg grazie anche a te per l'interessantissimo argomento proposto che effettivamente ha ancora lati oscuri per molti studiosi :wink:

La questione nobiltà credo possa essere conclusa cosi come era iniziata, con l'asserzione che, sebbene esistessero delle regole e leggi scritte e non (di cui alcune abbiamo anche elencato), la storia di ogni università vada analizzata caso per caso in base alle sue peculiarità.

Per quanto riguarda la questione "Sindaco dei nobili" in senso stretto restano, invece, ancora alcuni interrogativi:

1) Per avere un sindaco dei nobili una università doveva ricevere una autorizzazione o poteva autonomamente dotarsene?

2) Nel caso servisse un'autorizzazione ci voleva il regio assenso o bastava una concessione del feudatario?

3) Quali caratteristiche doveva avere una università per avere sindaco dei nobili?
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Messaggioda Carnelevario » domenica 14 gennaio 2007, 21:08

Riguardo la mobilità economica e sociale della popolazione calabrese nei secoli passati, la distinzione dei ceti si concretizzò nel XV secolo a seguito dell’affermazione a livello locale di una classe di nobiltà non feudale, che trasse le proprie origini da attività diverse da quelle economiche e finanziarie, ma in epoca posteriore alla formazione unitaria del popolus. La formazione di questa classe fu favorita dal vuoto di potere e di controllo diretto sulle attività economiche lasciato dalle famiglie dei feudatari trasferitesi nelle grandi città (Cfr. G. GALASSO, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, Napoli 1967, pp. 107-9).
Con il crescere del suo peso economico e sociale, la borghesia infatti formò un proprio distinto ceto, con possibilità anche per i migliori e più facoltosi elementi di una successiva elevazione al primo ceto. In proposito Giuseppe Galasso scrive:
Nella seconda metà del secolo XV le nobiltà locali debbono far fronte ad un’avanzata dei ceti medi e popolari che si manifesta in tutta la regione e che porta in genere ad un’amministrazione bipartita dei municipi, dove (ed è il caso più frequente) a prevalenza nobiliare, dove a prevalenza popolare (Catanzaro), dove, infine, su base paritetica. L’avanzata di questi ceti è, in parte, un effetto ed una prosecuzione sul terreno amministrativo di quel secolare processo di liberazione delle plebi rurali […]. In altra parte, invece, è un effetto ed una manifestazione dell’incipiente affermarsi di ceti manifatturieri e mercantili e di strati di massari, fittavoli e imprenditori agricoli (Ibidem, pp. 110, 323).

Per meglio comprendere il problema, riporto la normativa allora in vigore chiedendo preventivamente scusa per eventuali miei errori di trascrizione:

Reale Dispaccio del 25 GENNAIO 1756
“Per l’ammissione de Cadetti nelle Truppe per incontrastabile principio ne’ domini di S.M., la Nobiltà si distingua in tre classi.
La prima di Nobiltà Generosa, si verifichi col possesso di un feudo nobile nella continuata serie di secoli, con le pruove legittime di aggregazione tra Nobili di Città regia, nella quale sia una versa Separazione, o con l’origine d’ascendente, che per la gloriosa carriera delle Armi, della Toga, della Chiesa, o della Corte abbia ottenuto distinto, e superior Impiego, o Dignità, e che i suoi Discendenti per lo corso di lunghissimo tempo si sian mantenuti nobilmente, facendo onorati Parentati, senza mai discendere ad Ufizj vili, e populari, né ad arti meccaniche, ed ignobili.
La seconda detta di Privilegio, comprenda tutti Coloro, che per meriti, e servizj personali prestati alla Corona e allo Stato, giungono ad essere promossi a gradi maggiori, ed onorifici della Milizia, della Toga, e della Corte. E tutti coloro, che nelle dette, ed altri Classi di real servizio, e dello Stato giungono ad ottenere decorosi impieghi, i quali imprimono carattere.
La terza chiamata Legale, o sia Civile comprenda quelli, i quali facciano costare avere così essi, che il loro Padre, ed Avo vissuto in Città demaniale, e regia, escluse le baronali, sempre civilmente con decoro, e comodità, senza esercitare carica, e impiego basso, e popolare, e sono sempre stati riputati dal Pubblico Uomini onorati, e dabbene.
La Nobiltà della prima Classe, si esigge per chi aspiri a servir da Cadetto ne’ Regimenti provinciali.
Quella della seconda basti per entrare a servir da Cadetto ne’ Regimenti, o altri Corpi delle Reali Truppe. Comprenda i Figli de’ Capitani inclusivamente, e sopra, de’ Ministri togati de’ Domini di S.M., de’ Presidenti di Spada, e Cappa, della Sommaria, de’ Presidi delle Provincie, de’ Tesorieri generali di ambedue i Regni, e con dispensa della minor età, incomincino a fare il servizio giunti alli anni 14. Quella della terza equivalga alla seconda, e comprenda anche i Negozianti di Cambio, o sia di Ragione, i di cui Padre, ed Avo abbiano esercitato lo stesso impiego, e non altro d’inferior condizione.
Con i Figli delli Ufiziali Subalterni si abilitano ancora quelli degli Uditori di Provincia, e di Governatori Regj: i primi all’età di 16 anni, i secondi in quella di anni 18.
E finalmente i Figli de’ Mercanti di lana, e di seta, de’ quali il Padre, ed Avo abbiano fatto ugual negozio, possian essere aggraziati a servire da Cadetti solamente nell’età di anni 18”.

Reale Dispaccio di Ferdinando IV del 24 DICEMBRE 1774:
«Si faccia costà la divisione dei ceti in tre classi. Una cioè delle famiglie nobili, la quale comprender debba tutti coloro che vivono nobilmente e che li di loro maggiori così parimenti hanno vissuto; con includersi in detta classe li nobili di privilegio, cioè, li dottori di legge, li dottori di medicina, in quanto però alle persone non già alle famiglie. Ben inteso che li dottori di legge, subito avranno da padre in figlio acquistato lo stesso onore, debbono essere ascritte le famiglie delli medesimi al primo ceto, purché non si esercitino i mestieri vili e servili. Non così per li medici, l’ascrizione dei quali alla prima classe sarà sempre delle persone tantum, e con condizione espressamente richiesta in detta Real Carta, che non possano essi giammai essere eletti per individui del Decurionato o per annuali amministratori dell'Università. Nella seconda classe vuole il Re che vi siano ascritte le famiglie di coloro che vivono civilmente, come ancora li notari, li mercanti, li cerusici e gli speziali; e nella terza finalmente gli artisti e li bracciali».

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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 14 gennaio 2007, 21:10

Caro Carnevalario complimenti per l'intervento :D . I testi riportati sono davvero interessanti :wink:
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Messaggioda Carnelevario » domenica 14 gennaio 2007, 21:56

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Caro Carnevalario complimenti per l'intervento :D . I testi riportati sono davvero interessanti :wink:


Caro Bedini, più che mai qui bisogna... contestualizzare :wink: ! Un conto è il '500, un altro il 1756 e il 1774. Il dispaccio del 1756 sembra scritto per invogliare i figli cadetti all'arruolamento. Chissà, forse era un periodo di "magra". Quello del 1774 potrebbe essere una ufficializzazione di una situazione ormai "di fatto". Però quest'ultimo è interessante per quanto dice dei notai, ascritti alla seconda classe dei civili e non alla prima.
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Messaggioda da Fiore » lunedì 15 gennaio 2007, 19:42

Direi che dopo i più che esaustivi interventi di Alessio, dello Scriptor Gallicianus e di Carnevalario, la mia risposta sia del tutto ininfluente. Tuttavia vorrei segnalare alcune cose:
1) un passaggio del testo postato da Carnelevario circa i dottori:

che per la gloriosa carriera delle Armi, della Toga, della Chiesa, o della Corte abbia ottenuto distinto, e superior Impiego, o Dignità, e che i suoi Discendenti per lo corso di lunghissimo tempo si sian mantenuti nobilmente, facendo onorati Parentati, senza mai discendere ad Ufizj vili, e populari, né ad arti meccaniche, ed ignobili.

Questo passaggio mi pare confermi quanto avevo scritto circa l'ascesa dei laureati:
non è automatico che le famiglie dei Dottori diventino nobili solo per una Laurea che hanno conseguito, lo diventano quelle di quei Dottori che al titolo di studio accompagnano l’acquisto di un feudo o di un suffeudo, un bel matrimonio con una nobildonna, possibilmente ben dotata, e una discendenza che mantenga alto il prestigio conquistato e contragga alleanze matrimoniali adeguate


Quanto all'esistenza di un ceto medio o borghese che dir si voglia, riconosciuto come tale, bastino gli atti dei pubblici parlamenti nei quali esso è presente con i suoi rappresentanti (i cosiddetti Honorati).

Per i quesiti posti da Alessio
) Per avere un sindaco dei nobili una università doveva ricevere una autorizzazione o poteva autonomamente dotarsene?

2) Nel caso servisse un'autorizzazione ci voleva il regio assenso o bastava una concessione del feudatario?

3) Quali caratteristiche doveva avere una università per avere sindaco dei nobili?


essi si riallacciano quanto avevo prima espresso:
l’esistenza di Sindaci di ceto separato anche in centri dove non c’era Seggio, testimonia l’ufficialità o, se vogliamo, il riconoscimento dello status di “Nobile” da parte dello Stato, forse con modalità che alle nostre attuali conoscenze ancora sfugge;


Insomma, mi sembra che per rispondere ad essi, dovremo aspettare ancora l'emergere dei dati dai numerosi documenti che apettano di essere consultati.

Saluti a tutti

Marilisa
da Fiore
 
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Messaggioda Carnelevario » mercoledì 17 gennaio 2007, 15:26

da Fiore ha scritto:non è automatico che le famiglie dei Dottori diventino nobili solo per una Laurea che hanno conseguito, lo diventano quelle di quei Dottori che al titolo di studio accompagnano l’acquisto di un feudo o di un suffeudo, un bel matrimonio con una nobildonna, possibilmente ben dotata, e una discendenza che mantenga alto il prestigio conquistato e contragga alleanze matrimoniali adeguate


Ad integrazione di quanto sopra detto dalla gentile Marilisa, un certo travaso di elementi borghesi nella nobiltà iniziò a cavallo dei secoli XVI e XVII, molteplici sono le attestazioni della concessione di nobiltà personale per i “dottori” ad iniziare da questo periodo. A Cosenza, già dal 1558, ai dottori ed alle loro famiglie, per ricompensarli della perdita della carica di avvocato della città, furono riconosciuti tutti i privilegi spettanti alla nobiltà cittadina [cfr. G. Galasso, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, pag. 323].
Nella costituzione di Monteleone fu riconosciuto il diritto ai dottori di legge e ai medici, che vivessero nobilmente e i cui padri avessero vissuto nobilmente, nonché ai loro discendenti che continuassero a vivere nobilmente, di essere ammessi a godere la nobiltà [cfr. G. Galasso, ibidem, pag. 325].
Per la città di Catanzaro, nel 1647 i borghesi più distinti nelle professioni, nella fattispecie i dottori fisici, furono ammessi a godere delle prerogative della nobiltà [A. Placanica, Uomini strutture economia in Calabria nei secoli XVI – XVII, Vol. I, “Demografia e società”, pag. 161].

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Messaggioda FP » domenica 24 giugno 2007, 10:32

Salve,
esistono (o esistevano) Canoni ecclesiastici simili ai Real Dispacci sopra presentati, che cioè dividevano la nobiltà in:
1) generosa
2) di privilegio
3) legale
Se si, sono stati abrogati o tuttora sono vigenti? Oppure esistono ma sono obliati?
Grazie,
Francesco
~ Tua vivimus luce ~
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Messaggioda L.de Bellis » domenica 24 giugno 2007, 16:39

Carissimi,

Nel rinnovare già quanto da me detto in un altro intervento ,vi invio alcune note storiche circa l'organizzazione della Città di Bari e dei suoi cittadini.

....L'organizzazione giuridica della popolazione di Bari era derivata da quella del municipium romano e si era trasformata profondamente durante il Medioevo.
Le consuetudini per diversi secoli costituirono le regole alle quali si conformò la comunità barese; esse, chiamate "Consuetudines barenses", furono ordinate in rubriche ad opera dei giureconsulti Andrea e Sparano da Bari.
In base alle Consuetudines era considerato cittadino barese chiunque si recasse in città ad abitarvi e vi stabilisse dimora ed averi.

Dal Quattrocento al Seicento il patrimonio di consuetudini della città di Bari andò progressivamente arricchendosi di privilegi concessi dai sovrani del Regno di Napoli e gli atti che facevano fede della loro concessione furono raccolti nel libro intitolato "Privilegi e Provvisioni per la città di Bari", più comunemente conosciuto con il nome di "Libro Rosso" o "Messaletto" o "Libro Magno" dei privilegi della città di Bari.

I privilegi più antichi risalgono al tempo di Roberto e Carlo II d'Angiò, di Ferdinando I d'Aragona, di Carlo V d'Asburgo, ma decisamente significativi sono i 46 capitoli approvati da Bona Sforza, duchessa di Bari, che dettero assetto all'amministrazione dell'Università e permisero alla città di formare statuti e leggi municipali senza che nessun cittadino napoletano potesse assumere alcuna carica o ufficio nella città di Bari, Castello compreso.
Poiché andavano orgogliosi di questi privilegi che ampliavano l'autonomia comunale e conferivano ad essi prestigio, ad ogni successione di re i Baresi si affrettavano a chiederne la riconferma e i sindaci, ad ogni successione di archivista cittadino, curavano le consegne dei relativi documenti.

Organi di governo della città

La città era retta da un Regimento, composto dai Sindaci e dal Consiglio decurionale il quale, a sua volta, era costituito dai rappresentanti delle Piazze della Nobiltà (costituita da nobili di stirpe detti anche nobiltà generosa) e del Popolo grasso o Primario (costituito dagli esercenti le libere professioni curiali e mediche, dai mercanti e dai possidenti, detti anche <<civili>>). Spesso le due Piazze erano in continuo contrasto tra di loro per avere il sopravvento nel governo dell'Università. La Piazza non corrispondeva al ceto: non tutti coloro i quali appartenevano ad un dato ceto facevano parte automaticamente della Piazza del proprio rango. Occorreva l'aggregazione fatta dalla stessa Piazza o dal re. Inoltre, per conservare il proprio potere oligarchico, le Piazze erano <<chiuse>> e avevano diritto di aggregare altre famiglie con prerogativa esclusiva.
Pur se era prevista una "democratica" rappresentanza dei ceti abbienti, gli atti di amministrazione dell'Università mostrano che soltanto il primo ceto, per la posizione privilegiata dei nobili, era attore principale delle vicissitudini amministrative della città.
Al popolo minuto per più secoli fu riservata una parte passiva e marginale.
Soltanto nel 1797, con Reale Dispaccio di Ferdinando IV di Borbone, ad esso fu concessa una propria rappresentanza in seno al Consiglio dei Decurioni. Da quell'anno il Consiglio decurionale fu costituito da 10 consiglieri nobili, 10 del secondo ceto e 10 del terzo. Fino al 1797, il Consiglio dell'Università fu composto da trenta deputati, quindici per la Piazza dei Nobili e quindici per la Piazza del Popolo primario, che restavano in carica tre anni. Esso veniva modificato ogni anno con la sostituzione di cinque membri, in modo che allo spirare del triennio fosse completato l'avvicendamento.

La suddivisione dei seggi del Consiglio della città di Bari fra i ceti della nobiltà e del Popolo Primario è documentata fin dal Quattrocento.

Cariche cittadine

La sede delle riunioni delle due Piazze era chiamata "Sedile"; era qui che si svolgeva la vita pubblica della città. Ogni Piazza eleggeva nel suo seno, il Sindaco, il Deputato della salute, il Catapano, il Munizioniere, il Capo bagliva, il Giudice della bagliva, il Deputato delle fabbriche, il Protettore dei monasteri, l'Archiviario, due Assistenti alla revisione dei conti e due Firmatari dei mandati.
Il Consiglio decurionale eleggeva pure il Mastro giurato, il Cassiere, il Procuratore della città, il Razionale, l'Avvocato della Città e dei poveri ed il Cancelliere.
Questi ultimi incarichi avevano durata annuale e venivano assolti alternativamente da rappresentanti della Piazza dei Nobili e della Piazza del Popolo.
Tutti gli eletti rimanevano in carica un anno, ad eccezione dei Catapani che venivano eletti ogni sei mesi.
I Sindaci rappresentavano l'Università presso il potere centrale, presentavano al Re le richieste deliberate dal Parlamento cittadino e ne illustravano le ragioni, tutelavano i diritti della città, rivendicavano i beni pubblici che venivano usurpati, soprintendevano alle fortificazioni della città e alla manutenzione delle strade, vigilavano sui pesi e le misure di cui custodivano gli esemplari, ed avevano l'ufficio di provvedere ad una equa ripartizione dei tributi che servivano a far fronte alle raccolte di denaro della Corte regia ed ai bisogni della città. Durante il loro mandato non potevano assumere arrendamenti (concessioni della produzione o della vendita in esclusiva di un certo prodotto) dell'Università.
Il Mastro giurato sovrintendeva all'ordine pubblico e alla sicurezza notturna del Borgo; aveva l'incarico di custodire la città durante la notte e tenere presso di sé le chiavi delle porte.
Per questo incarico disponeva di armigeri con i quali costituiva la ronda di notte. Oltre al servizio di ronda, era previsto un servizio di sentinelle poste sui campanili più alti della città. Una di esse era in postazione sul campanile di San Giacomo.
I Deputati della salute avevano l'incarico di vigilare sulle navi e le barche che approdavano in porto e sugli stranieri che entravano in città per assicurarsi che non fossero portatori di malattie contagiose. Essi avevano la propria sede fuori delle mura, presso la Porta di Mare.
I Catapani erano delegati a vigilare sul rispetto dei prezzi fissati nelle assise e sulle frodi dei venditori di derrate alimentari.
Tra Seicento e Settecento diverse magistrature cittadine presentarono cambiamenti nelle loro attribuzioni.
I Capi Bagliva o Baiuli erano preposti a quella che oggi diremmo la polizia urbana. La loro funzione consisteva nel vigilare sul regolare svolgimento dell'attività mercantile e, soprattutto, sui comportamenti della popolazione del Borgo. Essi dovevano far rispettare dai cittadini alcune norme igieniche e di comportamento, controllando che non gettassero letame, acqua sporca ed ogni altro tipo di sporcizia nelle strade e nei fossati delle mura della città, ma che procurassero di portarli fuori di essa. Dovevano assicurassi che conciatori, beccai, barbieri, bottai e tutti gli altri artigiani scopassero e nettassero periodicamente il tratto di strada situato avanti alla loro bottega; dovevano far rispettare dagli ortolani e dagli erbivendoli il divieto di gettare nel porto e nel fossato posto sotto le Mura della città i residui della vendita giornaliera e ai bastasi l'obbligo di scopare ogni settimana la pubblica Piazza.
Là dove muratori provvedevano ai lavori di costruzione o di ristrutturazione, dovevano assicurarsi che essi non lasciassero per più di tre giorni sulla pubblica strada il materiale edilizio di demolizione. Era pure compito della Bagliva controllare che fossero praticati, nei negozi dei generi alimentari, nei molini e nei trappeti, i prezzi fissati nelle assise e vigilare sulla qualità e sul peso degli alimenti venduti. Anche i rapporti di lavoro tra proprietari di terre e gli operai agricoli - massaro, gualano, consiero, trappetaro - ricadevano sotto la loro giurisdizione. Dovevano vigilare sul rispetto di quanto fra le parti era stato convenuto, ossia che i lavoratori mantenessero l'obbligo assunto di prestare opera per un determinato periodo di tempo ed i proprietari quello di corrispondere puntualmente la pattuita mercede.
Tutte le infrazioni commesse dovevano essere dalla Bagliva immediatamente contestate e dovevano essere giudicate dai Giudici della Bagliva o dai Gabelloti (Gabellieri) entro otto giorni dal dì in cui era stato commesso l'illecito; trascorso tale tempo le infrazioni cadevano in prescrizione.
I Giudici della Bagliva non avevano facoltà di citare le parti, giudicare e carcerare, né esigere le pene senza l'iniziativa del Baglivo.
Il Cancelliere era il segretario del Consiglio dei Decurioni ed aveva l'onere di redigere i verbali delle sedute. Spesso a ricoprire questo incarico venivano chiamati i notai, persone esperte nelle lettere e nel diritto, aduse a compulsare pandette e stendere strumenti.
Il Cassiere aveva il compito di custodire la cassa dell'Università mentre gli Archiviari erano incaricati di conservare la documentazione comprovante la concessione o la conferma alla città di privilegi, capitoli e grazie da parte dei Re di Napoli. Alla custodia di carte così preziose era ovvio che fossero incaricate due persone, una per ogni Piazza.
I Munizionieri curavano e vigilavano sulla consistenza delle polveri accumulate per la difesa della città.
Il Gonfaloniere o Giudice esercitava su tutti gli abitanti della città, fossero essi cittadini baresi o forestieri, la giurisdizione civile, aveva competenza criminale su tutti i reati minori contemplati dagli statuti cittadini ed interveniva nella stesura dei contratti e dei testamenti da parte dei Notai. Per i contratti nei quali comparivano le donne come contraenti svolgeva la funzione di giudice mundio.
Altri Officiali svolgevano funzioni amministrative e giudiziarie di minore importanza o di semplice ordine. Anche questi venivano eletti ogni anno e le loro provisioni erano a carico del bilancio dell'Università.
Erano nominati il Capitano delle artiglierie, alcuni Medici, il Giudice ai contratti, l'Apprezzator delle vigne, l'Apprezzator delle olive, il Trombetta, il Capo Artigliere, i Bombardieri, i Guardiani delle porte della città oltre a Corrieri, Cavallari, Torrieri e Campanilieri.

Durata degli incarichi e loro controllo

I Sindaci, il Mastro giurato, i Catapani ed i Giudici della bagliva, il Cassiere al termine del loro mandato erano soggetti a sindacato. Essi dovevano rendere conto delle somme incassate e spese. Incaricato dell'attività di revisione era il Razionale il quale veniva affiancato per l'occasione da due Assistenti eletti dalla Piazza dei Nobili e da altri due dalla Piazza del Popolo.

Le elezioni

L'elezione degli amministratori avveniva all'interno del Consiglio dei decurioni con il sistema delle ballotte.
Questo consisteva nell'immettere in una cassetta tante palline nere quanti erano i votanti ad eccezione di alcune, di numero pari a quello delle cariche da eleggere, che erano di colore rosso. Chi estraeva la ballotta rossa aveva il diritto di indicare il nome dell'eletto che veniva poi sottoposto a votazione da parte dei membri della sua Piazza.
L'elezione delle massime magistrature cittadine si svolgeva secondo una prassi consolidatasi nel tempo. Essa prevedeva due fasi, la prima ,che comportava la scelta a mezzo di votazioni delle terne dei nomi dei candidati sindaci e dei candidati mastri giurati oltre alla elezione degli altri "Offiziali" cittadini minori, ed una seconda nella elezione vera e propria dei sindaci e del mastro giurato. Questa seconda, nella parte finale, col canto del Veni Creator Spiritus, presentava momenti di toccante suggestione.

La proclamazione dei risultati e le visite di cortesia degli eletti
Ad avvenuta elezione un banditore divulgava la notizia per le strade del Borgo. A partire dal 1743, come ricorda il Melchiorre, dopo l'elezione ed il loro insediamento, i sindaci dovevano sottoporsi ad un articolato cerimoniale. Questo prevedeva che il Castellano della città, a mezzo di un suo aiutante, facesse pervenire loro le proprie felicitazioni. I sindaci ricambiavano la cortesia, andando a ringraziarlo nel Castello, dove il Castellano li attendeva circondato dalle autorità cittadine e dai rappresentanti della piazza dei nobili. Lì venivano rinnovate le felicitazioni e offerti rinfreschi.

Certo di fare cosa gradita rendo ancora una volta la nota.

Lorenzo Longo de Bellis
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L.de Bellis
 
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Messaggioda FP » domenica 24 giugno 2007, 18:27

Grazie mille, però resta pendente il mio quesito circa lo Stato Pontificio... :wink:
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