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QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a) 

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Descrizione araldica
Inquartato, d’azzurro e d’argento: nel 1° all’agnello pasquale con la testa rivolta, nimbato d’oro e tenente in sbarra con la zampa anteriore destra l’asta crociata dello stesso di un vessillo bifido d’argento alla croce di rosso, sostenuto da tre colli addossati verdeggianti; nel 2° al Palazzo Ducale di Urbino dei suoi colori al naturale, sormontato da una stella di sette raggi d’azzurro; nel 3° al gonfalone pontificio astato e cimato da un pomo crocettato d’oro, e gheronato di sette pezzi di rosso e d’oro; nel 4° alla colomba d’argento al volo spiegato, posta in maestà e nimbata d’oro, sormontante il mare fasciato ondato d’argento e del campo.
Lo scudo accollato ad una croce astile doppia trifogliata d’oro e gemmata di sette pezzi d’azzurro, e timbrato da un cappello prelatizio a dieci nappe per lato, il tutto di verde.
Motto: IN UNITATE SPIRITUS SANCTI.



e capisco che la necessità di raccogliere in pochi centimetri quadrati tutto quanto si è inteso rappresentare era un’impresa ardua, figuriamoci con solo sette smalti a disposizione…
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antonio_conti ha scritto:Noto però che anche in questo caso, giocoforza, si è dovuti ricorrere al classico inquartato che Tulius aborriva a proposito di un'altra soluzione
Sull’insegna della diocesi di provenienza si è dibattuto a proposito del capo d’argento alla croce di rosso nello stemma del nuovo Arcivescovo di Milano.
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Le perplessità sollevate da alcuni circa l’opportunità di inserire tali riferimenti araldici si ripropongono anche in questo caso? Oppure la minore incisività che è dovuta a un povero terzo quarto rispetto all’autorità di un capo, supera la problematicità da alcuni rilevata?
Confesso che le chiavi decussate le avrei messe anch'io. Ma in quel caso la simbologia sarebbe divenuta troppo impegnativa (in quanto di pertinenza del Cardinale Camerlengo e, in tempi di Papa vivente, un filino malaugurante...).Confesso però che vederlo lì così, solo soletto, senza il supporto delle chiavi petrine mi fa un po’ tenerezza.
Così come mi sembra discutibile l’inserimento di quella figura in uno stemma.

Tilius ha scritto:Anche a me (mia idiosincrasia personale, non ho difficoltà ad ammetterlo) corre la mano alla pistola ogniqualvolta sento/leggo le parole "al naturale". Epperò facciamocene una ragione, ché quella di inserire figure "al naturale" é antichissima e consolidata tradizione.
Tilius ha scritto:antonio_conti ha scritto:Noto però che anche in questo caso, giocoforza, si è dovuti ricorrere al classico inquartato che Tulius aborriva a proposito di un'altra soluzione
Tulius (che dev'essere il fratello tonto di Tilius...) aborriva inquartati a smalti tutti diversi, e solo quelli.
Non mettiamo in bocca/penna d'altri parole non dette/scritte, please.?
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antonio_conti ha scritto:Devo confessare che lo stemma di mons. Marinelli, predecessore di Tani mi piaceva particolarmente.
La croce era (è) l’elemento centrale: bella, chiara in quel campo azzurro. Le altre figure che pure per il titolare avevano un riferimento religioso particolare (l’eucarestia), risultavano a mio giudizio quasi arabeschi, girali floreali di quelli che talvolta decorano e decoravano in epoca medievale le pezze araldiche. Non erano quello, ma avevano la delicatezza araldica di sembrare tali.![]()
Come si dice, caro Antonio, de gustibus... In un mio articolo su Nobiltà di qualche anno fa ebbi modo di scrivere delle brevi parole di commento sullo stemma di Mons. Marinelli, sottolineando anche come - tu lo dici in altri termini ma il concetto è lo stesso - quella croce richiamasse, sia pure con una simbologia più squisitamente eucaristica, la tipologia medievale della croce ornata di racemi, raffigurazione dell'albero della vita e della vera vite di estrazione biblica. Ma devo dire che uno stemma del genere, pur nella sua "bontà" araldica di base non riesce a trovare il mio più appassionato consenso. Più che il sapore di una composizione araldica (in certa misura comunque percepibile), mi sembra che esso abbia il gusto di un ricamo adatto ad un paramento sacro, o di un decoro adatto allo sportello di un tabernacolo. E' uno stemma degno di questo nome (purtroppo, lo sappiamo non è sempre così nell'araldica ecclesiastica contemporanea...), ma personalmente non mi fa impazzire. Ripeto: de gustibus...
Non entro nel merito dei desiderata del committentee capisco che la necessità di raccogliere in pochi centimetri quadrati tutto quanto si è inteso rappresentare era un’impresa ardua, figuriamoci con solo sette smalti a disposizione…
E questa tua discrezione la trovo espressione di saggezza, di educazione e di buon gusto. Ritengo che un araldista debba sempre cercare di orientare i desiderata del committente verso la creazione di uno stemma che sia realizzato secondo il migliore stile araldico e alla luce delle più consolidate consuetudini. Ma lo stemma (a patto che stemma sia) deve essere sempre e comunque espressione araldica del titolare, del suo nome e dei suoi valori, e non (almeno non sostanzialmente) il risultato di imposizioni o potature dell'araldista.
Non ripeterò in questa sede quanto ho recentemente detto a proposito dell’evoluzione dell’araldica ecclesiastica.
Anche perchè qui apriremmo discussioni forse mai chiudibili...
Noto però che anche in questo caso, giocoforza, si è dovuti ricorrere al classico inquartato che Tulius aborriva a proposito di un'altra soluzione per la rappresentazione dello stemma dell’Arcivescovo di Torino che peraltro l’artista araldico che invocavo avrebbe potuto evitare. Ma i quarti non sono un problema in sé.
Meno male! Altrimenti anche io sarei nei guai...
Comincio dalla fine (dulcis in fundo). La colomba con le onde nell’ultimo quarto mi piace.
Devo dirti la verità: è ciò che piace di più anche a me.
Per restare nei quarti con campo azzurro devo solo precisare (con riferimento alla spiegazione simbolico-teologica) che né Urbino, né Urbania, né Sant’Angelo in Vado, e nemmeno Sogliano, fanno parte del Montefeltro, né ne hanno mai fatto parte. Va da sé che il territorio diocesano è egualmente asperrimo e i monti ci stanno, nel senso che ci sono nel panorama.
Forse l'autore di quello stemma - essendo romano e avendo girato in lungo in largo l'Italia, ma non conoscendo che per poche veloci visite il Montefeltro - non è espertissimo della geografia di quelle zone... Ma il titolare sì! E lui stesso ha fornito l'idea all'araldista prescelto, facendogli notare che Sogliano comunque guarda ai colli del Montefeltro, come dalla opposta zona geografica vi guarda Urbino. Quei colli sono quasi un ponte tra il paese natale dell'Arcivescovo e la sede nella quale ora vive ed esercita il suo ministero pastorale. Del resto, nulla nella spiegazione simbolico-teologica leggibile nel sito diocesano lascia intendere che i Comuni da te nominati siano nel Montefeltro:
Tale allusione è rafforzata dalla presenza nel 1° quarto di tre colli che richiamano i paesaggi del Montefeltro, e del paese natale del Presule, Sogliano al Rubicone (FC).
La necessità di condensare più significati e rimandi biografici ha fatto propendere per quella figura tra le tante dello stemma di Urbania da coniugarsi appunto con la realtà romana di provenienza di Tani. Confesso però che vederlo lì così, solo soletto, senza il supporto delle chiavi petrine mi fa un po’ tenerezza.
I duchi di Urbino (Della Rovere, dal 1555 circa) lo inseritono nel loro stemma, nel palo della Chiesa, ma aveva un altro significato.
Sì. E nello stemma dei duchi di Urbino si trovavano anche le chiavi. Anche questo ci ricorda che ombrello e chiavi insieme hanno una connotazione troppo precisa. Per questo chi ha realizzato lo stemma ha pensato bene di non sovrapporre le figure.
Il quarto con i torricini è certamente quello che colpisce di più e tuttavia mi pare quello meno indovinato. I mattoni della facciata posteriore di palazzo ducale, recentemente sbiancati dal restauro, brillano storicamente per un bel rosso mattone, la scelta del marrone non mi sembra appropriata. Così come mi sembra discutibile l’inserimento di quella figura in uno stemma. Tutto ci può essere messo (forse no), ma con i rischi che a mio giudizio si corrono come nel caso dell’inserimento della croce astile nell’arma di mons. Nosiglia.
viewtopic.php?f=1&t=11824
Nel panorama araldico, agiografico e iconografico urbinate forse poteva essere usato qualche cosa d’altro, ma certo se quest’altro si voleva legare con “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila, allora…![]()
Certamente l'autore dello stemma conosceva bene aquila, bande e bandati caratteristici di Urbino. Ma tu stesso capisci - a quanto sopra leggo - che la scelta si imponeva. Per chi conosce bene Sua Eccellenza il simbolo è anche lampante. Alcuni, quel giorno solenne e bellissimo della sua Consacrazione episcopale, mi hanno fermato per chiedere conferma della loro impressione iniziale: "Il palazzo ducale richiama il castello interiore, vero?... Bene! Ho indovinato! Era chiaro!". Per chi realizza uno stemma è consolante sapere che esso è un riuscito ritratto araldico del titolare.
L’Arcivescovo, che è stato fino a pochissimo tempo fa Rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore potrà comunque citare un precedente accademico. I torricini compaiono fin dai primi anni Cinquanta sul gonfalone dell’Ordine Goliardico di Urbino, in un campo troncato fiammato d'azzurro e giallo e per questo sono stati inseriti una ventina d'anni fa nella rozza e primitiva araldica di quel sodalizio studentesco che vanta ormai sessant’anni di storia.
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